La solitudine di Confindustria
di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)
Il buon Orsini, dagli scranni pregiati di Confindustria, prova a lacerare le coscienze lanciando un grido di solitudine. I salari son troppo bassi, dice il nostro. In assenza di redistribuzione le imprese perdono attrattività, come se fosse una mera questione di abbellimento del prodotto. Ma ovviamente “da soli”, i nostri padroni, non ce la possono fare, soprattutto nei settori dove la stagionalità forma precarietà esistenziale.
Non è dato capire a chi fosse rivolto l’appello. O meglio. Si intuisce, data la regale presenza di Sergio Mattarella, che l’invito a una maggiore comprensione per gli sforzi padronali debba provenire dalla cosiddetta politica. Altro che laissez faire. Il mercato va protetto, quando la smania di profitto non conosce ostacoli. Difatti, perché mettere in discussione quell’austerità capace di privilegiare i redditi da capitale e la produttività del lavoro rispetto alla giustizia salariale?
A Confindustria occorre un maquillage estetico, una nuova credibilità sociale. La politica dovrà assecondare questo rinnovato spirito ecumenico, a patto che la caduta tendenziale del saggio di profitto non si riaffacci minacciosa. Mai abbandonare dunque l’austerità, neanche in questo scenario bellico. Mai derogare al sano principio della libera circolazione dei capitali, cosicché il sano ricorso alle delocalizzazioni possa fungere ancora da ricatto strutturale.
La verità è che la repressione salariale non può che essere contrastata attraverso il conflitto. Lì, in quel campo, si giocano i destini della democrazia. Difatti, in assenza di conflitto andare a votare è semplice esercizio di stile; è sondaggismo telegenico. La solitudine di Confindustria si misura nell’assenza della controparte, ormai disciolta nel sindacalismo dei CAF, del moralismo inclusivo e dei festivalbar camuffati da impegno civile.
Sono le conquiste dei lavoratori a spaventare i capitalisti. Perché creano coscienza e rendono lo scorrere degli eventi non assoggettato all’ineluttabilità oggettiva del mercato. Insomma, politicizzano la società. Ma le conquiste non si ottengono plaudendo beatamente la lungimiranza dell’imprenditoria cara a Cernobbio.
Si ottengono con il sudore dell’organizzazione politico/sindacale, con nuove forme di rappresentanza interne alle imprese ed eliminando vecchie cinghie di trasmissione con partiti ormai assuefatti dallo spirito padronale. Una liberazione collettiva dagli architravi ideologici della Seconda Repubblica e del suo monopartitismo bipolare. Questa la premessa per poi pensare a un programma minimo.
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