CASO TRUMP – “Nella Situation Room gli uomini di Netanyahu e i falchi Usa bloccano l’accordo”
di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Paolo Rossetti, Maurizio Boni)

Trump accetterà l’accordo con l’Iran solo se verranno rispettate le linee rosse, ma è un modo per dire che l’esito è incerto. Ecco chi lo sta condizionando
Trump dice che sta per prendere una decisione sul Memorandum of Understanding con l’Iran, e che accetterà l’accordo se verranno rispettate le sue linee rosse, ma la realtà è che si tratterà di un accordo che non risolve di per sé la situazione. Ci sono troppi aspetti ancora da chiarire su temi importanti come lo Stretto di Hormuz e il nucleare.
Non solo: osserva Maurizio Boni, generale di Corpo d’Armata e opinionista di Analisi Difesa, c’è chi rema apertamente contro, come Netanyahu e quella parte dei repubblicani fautori della guerra. Gli israeliani, d’altra parte, sono presenti con uomini legati a loro anche nella Situation Room, dove vengono fornite al presidente le informazioni sensibili sul dossier Iran. Ecco perché, allora, l’accordo Iran-USA è ancora di là da venire. Teheran, infatti, ha fato sapere nella serata di ieri che un’intesa definitiva non è stata raggiunta.
Trump, prima di entrare nella Situation Room e parlare con i suoi collaboratori del memorandum con l’Iran, ha pubblicato un post su Truth in cui parla di revoca del blocco a Hormuz, di navi che tornano a casa, facendo dichiarazioni anche sul nucleare iraniano. Cosa ha in mente davvero?
Ciò che era stato concordato era l’apertura dello Stretto, lo sblocco di una parte dei beni congelati, la revoca di alcune sanzioni e il permesso all’Iran di proseguire con l’esportazione di petrolio, mentre Israele avrebbe cessato le attività in Libano.
Ci sarebbero state pure la revoca del blocco navale statunitense, lo sminamento dello Stretto, una dichiarazione da parte dell’Iran di non proseguire nell’arricchimento del nucleare e 60 giorni dalla firma del memorandum per discutere e approfondire gli altri aspetti. Molti di questi punti facevano già parte degli obiettivi strategici iraniani. Sulla riapertura dello Stretto di Hormuz non c’è ancora molta chiarezza, perché proprio ieri o l’altro ieri Trump si era infuriato alla notizia che l’Iran e l’Oman avevano siglato una sorta di accordo per gestire le acque dello Stretto.
Cosa non va nella trattativa?
La grossa incognita è Israele, perché Netanyahu non è mai stato favorevole all’accordo e lo ha ribadito anche pubblicamente; bisogna vedere che margine di manovra lascerà a Trump. La cessazione di tutte le attività belliche israeliane nei confronti degli alleati iraniani, in particolare Hezbollah, per l’Iran è una condizione strategica importante. E non è una richiesta qualunque. Teheran ha come obiettivo di lungo termine quello di cacciare gli Stati Uniti dal Golfo Persico. I negoziati, inoltre, sono stati contraddistinti anche da violazioni del cessate il fuoco e le provocazioni sono sempre arrivate dagli Stati Uniti, che hanno cercato di esercitare pressioni.
Trump, prima di entrare in riunione, ha affastellato su Truth una serie di elementi anche slegati tra loro. Tanto che, secondo l’Iran, ha mischiato cose vere e altre no. Non ha dato l’idea di avere una strategia chiara. È così?
Non l’ha mai avuta, perché l’unica visione chiara è che gli Stati Uniti sono in trappola e hanno bisogno di una via d’uscita per abbandonare quello scenario operativo. Le dichiarazioni di Trump sono sempre state confusionarie. Ripeto: bisogna capire esattamente quanto Netanyahu influisca sulle parole di Trump e quanto il ricorso alla nuova guerra totale sia un’ipotesi plausibile.
Ci sono ancora possibilità di guerra?
Le richieste iraniane sono difficilmente sostenibili dagli Stati Uniti. Se nel memorandum si parla di sblocco dei beni congelati, si tratta di una questione importante per l’Iran, ma non sappiamo ancora di preciso cosa abbiano concordato e neanche quale sia la volontà degli USA di portare avanti certi discorsi. La stampa internazionale ha annunciato che c’è l’accordo per liberare lo Stretto, ma le modalità non sono note. Gli iraniani sono stati molto chiari su questo ed è difficile che tornino indietro. Nulla sarà come prima.
Sulla questione dei pedaggi, ad esempio, non c’è chiarezza. Trump non li vuole, Teheran sì. Dove si trova il punto di equilibrio?
I pedaggi non sarebbero leciti dal punto di vista del diritto internazionale, perché lo Stretto di Hormuz è sempre stato aperto alla libera circolazione. Gli iraniani, però, possono far pagare dei servizi, come gli attracchi, i porti e tutta la logistica legata all’esportazione del petrolio e dei fertilizzanti. Se si amplia la prospettiva dei servizi e ci si mettono dentro anche i pedaggi, senza chiamarli così, questo potrebbe essere un escamotage legale. L’Oman, con cui l’Iran si sarebbe accordato per gestire lo Stretto, comunque, è un alleato storico degli Stati Uniti; per questo Trump si è infuriato alla notizia di un accordo Oman-Iran.
Ma l’Oman è sulla stessa linea dell’Iran o no?
Non ha interesse a inimicarsi Trump, però di fatto questo accordo sembra sia stato siglato; rientra tutto nelle dinamiche relative a come le monarchie del Golfo stanno interpretando gli eventi e a come si stanno preparando per il futuro postbellico.
Il Memorandum in sé, comunque, non risolve la situazione?
Ci sono due categorie di attori che, di fatto, non lo hanno accettato: Netanyahu e i falchi del Congresso e del partito di Trump, con tutte le articolazioni dell’amministrazione che sono a favore della guerra e che potrebbero cercare di costringere Trump a proseguirla, magari dando la colpa all’Iran di non aver rispettato chissà cosa per riprendere le ostilità. Il Memorandum non suscita l’entusiasmo né di Israele né del Deep State. I critici dicono a Trump: “Sì, è vero, così facendo te ne puoi andare, ma hai ottenuto ben poco”. E, in effetti, se guardiamo la lista degli argomenti concordati, sono largamente a favore dell’Iran. Per questo i detrattori dell’accordo fanno pressione sostenendo che il risultato è assolutamente insoddisfacente.
La Situation Room può influire su Trump e fargli cambiare idea?
Teniamo conto che anche la Situation Room a Washington è piena di persone legate agli israeliani, di gente di Netanyahu: non si è mai visto, come in questo caso, un attore straniero sempre presente nelle stanze dove vengono prese le decisioni più importanti sulla politica estera americana, che sono prerogativa del presidente.
intervista di Paolo Rossetti al Generale Maurizio Boni
#TGP #Geopolitica
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