Delirio finanziario e contraddizione immanente
da LA FIONDA (Fabio Vighi)

La vera contraddizione? Un’economia post-produttiva che finanzia il proprio futuro con montagne di debito destinate all’intelligenza artificiale.
Il delirio
Prendiamo SpaceX. Nel 2025 ha realizzato un fatturato di appena 18,6 miliardi di dollari. La sua capitalizzazione di mercato? Oltre 2,6 trilioni. Centoquaranta volte tanto. Un rapporto prezzo/fatturato grottesco, che non ha alcun ancoraggio nella realtà produttiva, ma che viene celebrato come genio imprenditoriale. La stessa follia valutativa caratterizza le aziende dell’IA e della nuova “corsa allo spazio”: tutte indebitate, tutte sostenute da un credito che non ha alcuna corrispondenza con la ricchezza effettivamente prodotta. Più che innovazione, un gigantesco delirio collettivo, una folle scommessa su future colonizzazioni spaziali – come se popolare Marte fosse un’alternativa credibile al collasso terrestre! – che qualcuno, prima o poi, pagherà.
Stiamo assistendo a un’inversione storica senza precedenti: un’economia post-produttiva e speculativa che vuole finanziare la trasformazione tecnologica più capitalisticamente dispendiosa dall’epoca dell’elettrificazione. Questo non grazie al plusvalore o ai guadagni di produttività, ma tramite debito creato dal nulla; più debito di quanto sia mai stato emesso nell’intera storia dell’umanità.
Nei prossimi due anni, l’espansione dell’IA e dei data centre richiede 1,8 trilioni di dollari in spese in conto capitale (capex). Morgan Stanley ora prevede che la sola spesa degli hyperscaler (i giganti del cloud computing come Amazon, Microsoft e Google) raggiunga circa 2 trilioni di dollari nel 2026-2027. E il settore tecnologico rappresenta il 20% di tutte le emissioni di obbligazioni investment-grade – il doppio della sua quota storica. Il mercato obbligazionario tradizionale è saturo e le banche sono di nuovo al limite.
Nel giugno 2026, Blackstone ha limitato i riscatti del suo fondo di credito privato da 79 miliardi di dollari dopo che le richieste hanno raggiunto il 10%, mentre D.E. Shaw ha informato i clienti che, a partire da gennaio 2027, gli investitori del suo hedge fund di punta avrebbero avuto bisogno di quattro anni per uscire completamente – entrambe le società hanno legittimato queste decisioni piuttosto drammatiche con la necessità di proteggere i portafogli da “future crisi”.
Nel frattempo, Goldman Sachs prevede che nel 2026 il mercato azionario statunitense sarà inondato da 1.175 trilioni di dollari di nuova offerta di azioni – tra IPO, emissioni secondarie e scadenze di lock-up che libereranno masse di titoli fino a oggi congelati. Detto in termini più crudi: una valanga di nuova carta azionaria si abbatterà su un mercato già fragile, schiacciando i prezzi per il semplice effetto della legge della domanda e dell’offerta. Il cortocircuito di cui tener conto è che tutto questo accade proprio mentre gli hyperscaler come Meta registrano flussi di cassa negativi (spendono più di quanto guadagnano) e sono costretti a valutare operazioni di capitalizzazione tramite emissione di nuove azioni – che di fatto diluiscono il valore di quelle esistenti – perché non possono più finanziare le loro ambizioni nell’IA con le entrate correnti. In altre parole, per continuare a correre, le aziende tecnologiche sono costrette a vendere pezzi di se stesse, diluendo gli azionisti esistenti e deprezzando il loro stesso valore. È il trionfo dell’auto-cannibalismo finanziario. Se a ciò si aggiungono circa 900 miliardi di dollari di scadenze, entro il 2026, di debito societario statunitense (che saliranno a quasi 1,5 trilioni di dollari entro il 2028, secondo S&P Global Ratings), il quadro è quello di un mercato schiacciato da entrambi i lati: una colossale offerta di azioni, debito da rifinanziare a tassi più elevati, e flussi di cassa introvabili.
È chiaro che non si tratta di un ciclo, ma di una struttura. E la struttura dice: ci siamo indebitati più di quanto l’economia reale possa mai sperare di restituire – e non possiamo fermarci! Il punto chiave di questa economia speculativa è che un aumento fittizio del valore viene ottenuto senza alcuna mobilitazione massiccia di lavoro produttivo. In sostanza, la crescita della ricchezza è solo simulata attraverso la creazione di credito. E inoltre, come Robert Kurz aveva già compreso a metà degli anni Novanta: “Se l’intera montagna di valori commerciali fittizi venisse trasformata in domanda effettiva reale, ciò porterebbe a una situazione di iperinflazione immediata persino in Occidente.” Sebbene questo potenziale iperinflazionistico sia stato finora cinicamente esportato nelle periferie neglette del mondo globalizzato, ora costituisce una minaccia reale anche per i paesi capitalisti “avanzati” – a maggior ragione alla luce della mostruosa espansione speculativa in corso.
Dovremmo quindi aver compreso che non esiste una “alternativa capitalista” al capitalismo di crisi. La ricchezza generata dalla crescita del capitale fittizio non può essere mobilitata per servire la riproduzione della vita nell’economia reale. Può solo crollare o gonfiarsi ulteriormente – e in entrambi casi si tratta di opzioni distruttive.
La contraddizione
Il capitale oggi è definito da una contraddizione che non può risolvere con i propri mezzi. Dobbiamo avere il coraggio di prenderne atto, come si prende atto della morte di un parente stretto. Da un lato, richiede crescita infinita per il servizio del debito e per giustificare le valutazioni; dall’altro, l’economia reale, fondata sulla combustione e mercificazione di energia umana, è già irreversibilmente insufficiente, poiché, in un contesto di altissima produttività tecnologica, è incapace di generare quel plusvalore necessario a sostenere una riproduzione socioeconomica imperniata sul dogma della crescita. La soluzione? Fingere di non riconoscere il problema, reprimerlo, rimuoverlo. Ovvero, continuare a indebitarsi aggressivamente secondo la logica irrazionale, ormai in atto da decenni, della fuga speculativa nel futuro. Il capitale, in altre parole, non fa che simulare la propria auto-espansione attraverso una finanziarizzazione che oggi, all’epoca dell’IPO del secolo (SpaceX), appare davvero delirante.
La contraddizione sostanziale del capitalismo contemporaneo (il limite interno del proprio modo di produzione) viene così rimossa, anzi forclusa (espulsa radicalmente dalla psiche collettiva), per rinviare all’infinito il giorno del giudizio. Eppure la contraddizione rimane, e si diffonde rapidamente dai bilanci pubblici al credito privato, dalle reti energetiche fino alla stessa possibilità di riproduzione sociale. La psicoanalisi ci insegna che una contraddizione forclusa non scompare, ma ritorna nel reale, manifestandosi in traumi psicotici così violenti da sfidare qualsiasi interpretazione, qualsiasi tentativo di comprenderla, e dunque anche di manipolarla.
La trappola
Qui arriviamo alla radice della frustrazione che definisce la nostra epoca. Mentre la contraddizione ritorna sotto forma di civiltà al collasso (guerre, impoverimento, manipolazioni di massa irridenti e spudorate, distruzione del legame sociale, crescente sofferenza collettiva), continuiamo a ricorrere all’unico linguaggio che conosciamo: la narrazione lavoro-capitale e il suo presunto dinamismo moderno e progressista. Ma questa è la vecchia sceneggiatura che ci impedisce di vedere come l’espansione del settore finanziario non è che una reazione distruttiva, persino catastrofica, al fallimento storico di quella stessa sceneggiatura. La finanziarizzazione non è la soluzione al fallimento della vecchia formula: ne è l’epilogo, il capitolo finale in cui il capitale, non potendo più crescere producendo, ha deciso di crescere divorando se stesso (per la gioia dei pochi cleptomani al vertice della piramide).
Ricordo solo che alla fine di marzo 2026, il debito globale ha raggiunto un record storico di quasi 353 trilioni di dollari (305% del PIL globale), e il solo debito federale degli Stati Uniti è attualmente superiore a 39 trilioni di dollari. Solo nei primi tre mesi del 2026, l’economia globale ha aggiunto 4,4 trilioni di dollari di nuovo debito. Come possiamo ancora difendere questo sistema come il sistema più efficiente che ci sia dato immaginare?
Per quanto possa essere comprensibile la nostalgia del vecchio mondo sorretto dalla dialettica lavoro-capitale (per tutte le buone ragioni che si possono immaginare), nulla dovrebbe impedirci di vedere che tale rapporto è al tramonto. La forma-valore stessa – la misura dell’attività sociale in tempo di lavoro astratto – si è ormai sganciata da qualsiasi ancoraggio materiale. Il valore di un’azienda non è più ciò che essa produce, ma ciò che il mercato finanziario crede (e ci fa credere) che produrrà. Un titolo azionario non vale più per i profitti che l’azienda genera, ma per la fiducia che genererà profitti futuri; e il debito pubblico e privato cresce in proporzioni che non hanno più alcun rapporto concreto con il PIL o con la ricchezza effettivamente prodotta. Viviamo in un mondo dominato dal capitale fittizio, da derivati ammassati su derivati, da debito impacchettato in altro debito; e da tecnocrati eletti solo per servire quella malattia degenerativa che chiamiamo economia.
Eppure, proprio nel cuore di questo delirio finanziario, c’è un paradosso che proprio la bolla tech rivela con crudezza: la produzione reale – i chip, i data centre, i cavi sottomarini, le gigafabbriche di semiconduttori – rappresenta quel “reale” che il capitale fittizio cerca di rimuovere, ma che non può non riemergere con violenza. Perché le fabbriche di chip non si costruiscono con derivati, si costruiscono con acciaio, cemento, energia e lavoro. I data centre non funzionano con la fiducia del mercato, ma con elettricità, acqua e componenti fisiche che si usurano. La bolla tech è il luogo in cui la rimozione della materialità si infrange contro i limiti fisici del pianeta e del lavoro vivo, e il represso ritorna sotto forma di colli di bottiglia nelle forniture, crisi energetiche, costi, conti e traumi reali che nessuna finanza può magicamente cancellare.
Ripeto: questo ineludibile ritorno del reale non dovrebbe essere inquadrato in termini nostalgici, ma come il segnale che il vecchio linguaggio non funziona più. Dovrebbe portarci a chiederci: se il valore non è più ancorato al lavoro, se la produzione reale si scontra con i limiti fisici che la finanza aveva rimosso, allora quale narrazione può ancora dar conto di ciò che sta accadendo?
Rispondere al collasso con la formula riproduttiva del capitalismo classico significa, molto semplicemente, chiudere la porta al nuovo. Significa scambiare la forma della crisi per il suo contenuto: l’obsolescenza della forma-valore stessa. Questo è esattamente ciò che fanno molti critici del sistema finanziario. Per mancanza di immaginazione o di coraggio intellettuale, scelgono di non mettere in discussione l’erosione fondativa della sostanza-lavoro all’interno della moderna società del lavoro, rimanendo così imprigionati nel “cattivo infinito” dell’indignazione morale, che non raggiunge mai la sostanza.
L’apertura
Ecco la scommessa “hegeliana”: la contraddizione esplosiva in cui si è trasformato il capitale – un’economia post-produttiva che finanzia il proprio futuro con un debito in costante espansione che non potrà mai essere ripagato – non è un problema da risolvere all’interno del quadro esistente. È un segnale che il quadro stesso è esaurito e che dobbiamo aprirci a un futuro veramente nuovo. Il compito della filosofia, scriveva Hegel alla fine della Prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto, è sostanzialmente uno: prendere atto di una forma di vita invecchiata, giunta al crepuscolo della propria traiettoria storica.
Ma come passare da questa consapevolezza alla costruzione di un futuro autenticamente nuovo, e soprattutto liberato dal ricatto finanziario? La risposta più onesta è che non ci è dato saperlo, perché la paura del salto nel vuoto e la promessa di emancipazione sono due facce della stessa medaglia. Eppure, come Hegel stesso ci insegna, la realtà arriva sempre prima del pensiero. In questo senso, possiamo già intravedere frammenti di vita che testimoniano della necessità del cambiamento: attività sociale (lavoro) misurata dal bisogno piuttosto che dal tempo astratto; produzione organizzata attorno a una riconfigurazione dell’uso delle cose piuttosto che al loro scambio; una relazione sociale che non richieda la subordinazione del lavoro vivo al lavoro morto; e, forse la questione più ardua, la sottrazione della nostra economia libidica (desideri e modalità di godimento) dalla compulsione del profitto, affinché vengano indirizzati altrove. Sono direzioni che, a un certo punto del futuro, dovranno formare nuovi legami sociali, nuove pratiche e consuetudini definite da un significato sociale veramente alternativo, e un nuovo linguaggio che dia nome a ciò che saremo diventati. È l’unica via d’uscita, l’unica alternativa dialettica a una catastrofe annunciata. Questo è ciò che Hegel intendeva per sublazione (Aufhebung): non la soppressione, non l’occultamento, ma l’elevazione violenta e creativa della contraddizione stessa in una nuova forma.





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