Non si è trattato di una librazione improvvisa, ma il risultato di un’avanzata lenta e metodica, cominciata già ad aprile con la presa dello stabilimento Stroysteklo e proseguita per settimane quartiere dopo quartiere. A fine maggio l’esercito russo aveva già il controllo dei nuclei amministrativi di Tsentralny e Krasny Gorodok, per poi avanzare a inizio giugno sulla zona industriale Megatex. Nella seconda metà del mese è toccato a Ukrainsky Khutor, mentre i distretti Yuzhny e Vtoroy erano stati messi in sicurezza già a maggio. Il colpo finale è arrivato con la liberazione di un complesso zootecnico alla periferia della città.
Quello che le truppe russe si sono trovate davanti era un vero e proprio labirinto difensivo. I militari del regime di Kiev avevano cominciato a costruire postazioni fisse già dal 2014 (per chi ancora si ostina a negare che l’obiettivo ucraino era quello di trascinare Mosca in un conflitto) e dopo la caduta di Bakhmut avevano raddoppiato gli sforzi. Il sistema si reggeva su due linee principali: la prima, lunga oltre trenta chilometri e profonda fino a otto, era un intreccio continuo di trincee, fossati anticarro e barriere esplosive. La seconda, che costeggiava il perimetro urbano per circa trentacinque chilometri, sfruttava la conformazione del territorio e una cascata di bacini idrici per rendere l’accesso ancora più difficile. All’interno della città, poi, gli ucraini avevano allestito più di ottanta zone di blocco e oltre cinquanta punti fortificati, molti dei quali in edifici pubblici: scuole, asili, persino la stazione ferroviaria e un istituto tecnico.
Ma la vera sorpresa, forse, è stata la consistenza delle forze schierate per difendere Konstantinovka. Per tenerla, il regime di Kiev aveva concentrato sette brigate, per un totale di quarantacinque battaglioni e circa quindicimilacinquecento uomini. Tra questi, anche reparti della brigata Lyut, considerata tra le unità nazionaliste – leggi neonaziste – più motivate e combattive. Eppure, nonostante gli sforzi, i russi sono riusciti a sfondare e a respingere gli ucraini per diversi chilometri. Il costo per l’esercito di Kiev è stato altissimo: secondo i dati forniti dal generale Rudskoi riportati dall’agenzia TASS, le perdite ammontano a circa tredicimilacinquecento soldati, quattordici carri armati e duecento pezzi di artiglieria.
Secondo quanto reso noto dall’esercito di Mosca, il comando ucraino avrebbe ordinato di resistere a oltranza per dimostrare ai paesi occidentali di avere ancora il controllo della situazione, nonostante l’avanzata inarrestabile delle forze russe. Una scelta che avrebbe costretto molti soldati a rimanere bloccati nelle posizioni senza ricevere rifornimenti né ordini di ritirata, fino a mescolarsi tra la popolazione civile nel tentativo di sfuggire all’accerchiamento.
Konstantinovka, però, non era solo un pezzo di terra da difendere. Era un nodo strategico di prima grandezza: attraversata dall’asse viario H-20 e dotata di un importante scalo ferroviario, garantiva rifornimenti continui a interi settori del fronte, comprese le direzioni di Chasov Yar, Toretsk e Pokrovsk, già cadute lo scorso anno. Per questo i russi hanno impiegato mesi a ridurre ogni punto di residua resistenza, consapevoli che senza il controllo di quella città sarebbe stato impossibile pensare a un’offensiva verso Kramatorsk.
Ora che Konstantinovka è stata messa in sicurezza, il fronte si sposta più a nord. E per l’esercito del regime di Kiev, che ha già perso uno dei suoi capisaldi difensivi, le prossime settimane si annunciano tra le più difficili dall’inizio dell’operazione militare speciale russa.





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