Venezuela, alla ricostruzione post-terremoto pensa Israele. Se vi pare normale…
di INSIDE OVER (Fulvio Scaglione)

Anche se le relazioni diplomatiche sono interrotte dal 2009, l’incarico di studiare il programma di ricostruzione è stato affidato a Israele.
Chi porta aiuto a gente sfortunata è sempre benvenuto, è chiaro. Però la missione di Israele nel Venezuela colpito il 24 giugno da due scosse di terremoto di magnitudo 7,2 e 7,5, desta inevitabilmente qualche curiosità. Intanto, come succede che un Paese come Israele, che non ha relazioni diplomatiche col Venezuela dal 2009, cioè da quando Hugo Chavez le ruppe a causa dell’operazione israeliana Piombo Fuso a Gaza, si scopre di colpo così sensibile alle disgrazie di Caracas? E com’è che l’improvvisa sensibilità produce una missione di 28 persone tra le quali 8 ingegneri, un manipolo di funzionari del ministero degli Esteri e diversi militari, tutti guidati dal generale di brigata Elad Edri, capo del Comando del Fronte interno di Israele?
Non solo: come mai la squadra israeliana, che all’inizio era stata inviata nelle aree più colpite dal doppio sisma, tra Caracas e lo Stato costiero di La Guaira, incaricata di valutare circa 1.300 edifici da recuperare o demolire, adesso ha ricevuto invece il compito di elaborare un piano organico per la ricostruzione ed è stata invitata (invito accolto) dalla presidente venezuelana Delcy Rodriguez a fermarsi altre due settimane, per lavorare al piano con più calma? Dopo tutto, gli israeliani negli ultimi tempi sembrano più bravi ad abbattere che a ricostruire. E battutacce a parte, e con il massimo rispetto per gli ingegneri inviati da Tel Aviv, Israele, pur trovandosi sulla faglia attiva sirio-africana che corre lungo la valle del Giordano (e attiva lo è davvero, l’ultimo sisma risale al 4 luglio scorso), non è il Giappone: l’ultimo terremoto davvero importante è stato quello del 1927, con 400 morti tra Gerusalemme e Hebron.
Davvero ci volevano gli israeliani per programmare la ricostruzione in Venezuela? Non ci potevano pensare gli americani, per dire, che tra beni venezuelani congelati e petrolio arraffato si sono presi miliardi e miliardi, e poi hanno fatto il bel gesto di offrire 150 milioni di dollari per i soccorsi? O magari gli specialisti di Cile e Perù, Paesi purtroppo titolari di molti dei 200 devastanti terremoti che hanno colpito l’America Latina nel corso del Novecento?
Alla conquista del continente
No, ci volevano gli israeliani. Poiché non ci sembra di vedere una grande abbondanza di ragioni tecniche, o anche solo facilmente comprensibili, per questa scelta, dobbiamo pensare a qualcosa che va oltre l’orizzonte della tragedie venezuelana. Più precisamente, a quel progetto di riconquista dell’emisfero occidentale che è il nocciolo della cosiddetta Dottrina Donroe, ovvero la riedizione trumpiana della vecchia Dottrina Monroe, nata nel 1823 quando il presidente James Monroe tenne un celebre discorso al Congresso, in cui dichiarò che qualunque interferenza delle potenze europee negli affari dei Paesi dell’emisfero occidentale sarebbe stata considerata un atto ostile verso Washington. Marianna Lentini ha raccontato qui su InsideOver i capitoli più recenti di questa strategia: dagli Accordi di Isacco proposti dall’Argentina di Javier Milei per replicare gli Accordi di Abramo a suo tempo promossi in Medio Oriente da Donald Trump, all’Honduras Gate, con i progetti di Usa e Israele per destabilizzare i governi di Claudia Sheinbaum in Messico e Gustavo Petro in Colombia, fino al Proyecto Jupiter per condizionare le elezioni in Colombia, dove infatti le elezioni presidenziali sono finite con la vittoria di Abelardo de la Espriella, il candidato della destra che non solo vuole esplicitamente riportare il Paese nell’orbita degli Usa ma ha anche elogiato il comportamento israeliano a Gaza.
Se a tutto questo aggiungiamo il provvedimento intitolato United States-Israel Defense Technology Cooperation Iniziative, votato a larghissima maggioranza dalla Camera dei Rappresentati Usa per promuovere l’integrazione tra le forze armate israeliane e statunitensi, soprattutto per le tecnologie di guerra ibrida e cyber, di cui ha parlato qui Roberto Vivaldelli, possiamo credere che esista un progetto di “riconquista” dell’America Latina che ha per motore la Casa Bianca e come primo collaboratore il Governo di Israele. Quale miglior terreno del Venezuela, quindi, per il primo intervento diretto di Israele, con diplomatici e militari sul campo, in un Paese che Trump ha già trasformato in un satellite degli Stati Uniti?





Commenti recenti