Il maccartismo di Slava Parioli (e il suo amico nella lista di Epstein)
di GIUSEPPE MASALA CHILI (Pino Cabras)

Stamattina Carlo Calenda ha twittato la sintesi perfetta di dove vuole portarci. AfD, Rassemblement National, Futuro Nazionale, Lega, M5S e il Fatto Quotidiano sono, testuale, «alleati e propagandisti» di «un dittatore che porta attacchi diretti al cuore dell’Europa», e dunque – sillogismo suo -«traditori al soldo di una potenza nemica» che «non possono essere parte del normale gioco democratico» e «vanno isolati e perseguiti a norma di legge».
Per arrivarci propone di attivare «il meccanismo previsto nella nostra proposta di scudo democratico», cioè rafforzare i poteri d’indagine dei servizi di sicurezza e la vigilanza sul sostegno alle campagne social di partiti, movimenti e persino di un giornale.
Chiude minaccioso: se non lo faremo, scrive, «la democrazia Europea verrà smontata dall’interno».
Ecco, Slava Parioli: la democrazia la si smonta precisamente mandando gli 007 a schedare il consenso agli avversari. Immaginate la sua faccia mentre scrive queste bestialità? Lo so bene che ve la figurate benissimo.
Il precedente è fresco, ed è tutt’altro che astratto: in Romania le presidenziali del 2024 sono state annullate per sospette interferenze straniere e Călin Georgescu, vincitore del primo turno, è stato escluso dalla ripetizione del voto.
Calenda vuole già impedire ai pacifisti italiani di presentarsi alle elezioni? Questo non lo scrive, ma cosa dobbiamo pensare, unendo i puntini della sua lista di proscrizione? Diciamo pure che sta arando il terreno concettuale perché il dissenso sulla guerra smetta di essere competizione democratica e diventi materia per i servizi.
Prima si etichetta il nemico con zelo questurino, poi si costruisce con calma l’infrastruttura legale per occuparsene.
E allora, già che ci siamo, applichiamo il metodo Calenda a Calenda. Nel 2022 fu proprio lui a denunciare che George Soros aveva messo 1,5 milioni di euro a disposizione di candidati dell’area +Europa, sostenendo che dietro ci fosse pure una condizione politica. Della Vedova smentì la condizione, ma confermò i finanziamenti diretti ad alcuni candidati, guarda un po’.
Oggi il presidente di +Europa, Matteo Hallissey, costruisce insieme a Calenda e Picierno il cantiere “Europeisti”. E mentre lui va a caccia di soldi sospetti altrove, la sua Azione ha fatto stanziare 1,2 milioni di euro pubblici in due anni per la Fondazione Einaudi, diventata nel frattempo uno dei riferimenti culturali del suo progetto centrista.
Chi decide, di grazia, quali flussi di denaro sono “interferenza nemica” e quali sono un nobile contributo alla causa? Il criterio, si sa, dipende da chi lo applica. E su chi.
E c’è un capitolo di questo stesso conto che Calenda porta scritto addosso, letteralmente. Si è tatuato il tridente, simbolo nazionale ucraino, e a Kiev ci va spesso, di persona, a stringere la mano a una classe dirigente che è tra le idrovore di denaro straniero più impressionanti oggi in circolazione: un sistema dove la lotta per i miliardi del bengodi bellico e le accuse reciproche di ruberie si combattono senza esclusione di colpi, dentro una spinta al riarmo che è insieme una spinta all’integrazione – anche di enormi flussi monetari, e non proprio facili da rendicontare – fra Kiev e le capitali europee.
Se il criterio fosse davvero «chi maneggia flussi opachi di denaro straniero va isolato e perseguito», converrebbe chiedersi che ci fa lui, tridente sul braccio, in mezzo a quel bancomat geopolitico.
C’è una differenza, va detto: Crosetto, che si è appena ingaggiato l’ex ministro ucraino Mykhailo Fedorov come consulente, è un lobbista che ce l’ha fatta. Calenda, per ora, è ancora nella fase dilettantistica.
E poi c’è Epstein. Ieri il deputato repubblicano americano Thomas Massie ha fatto alla Camera i nomi di quattordici persone che chiede vengano investigate come presunti “co-conspirators” nell’affare legato al super-pedofilo accusato di efferati delitti: un’accusa politica pronunciata in aula, non una sentenza né una prova di colpevolezza, e lo diciamo con la stessa onestà che pretenderemmo dagli altri. Tra i quattordici c’è Lapo Elkann, in compagnia – tanto per capire il livello della lista – del principe Andrea e del mago David Copperfield. E Lapo Elkann, per chi non lo ricordasse, è l’amico con cui Calenda ha vissuto e a cui nel 2025 dedicava parole da San Valentino: «Con Lapo sono amico, gli voglio bene».
Questo dimostra qualcosa contro Calenda? No, e non è nemmeno la domanda giusta.
Se applicassimo al leader di Azione il suo stesso ‘principio di sospetto per associazione’ – quello per cui una foto, un’amicizia o un soggiorno all’estero bastano a bollare qualcuno come ‘agente d’influenza’ – l’intero suo network personale e politico finirebbe polverizzato in un secondo, anche senza guardare la sua faccia. È la dimostrazione logica che il sospetto eretto a sistema è un’arma boomerang: un’invenzione illiberale che distrugge la presunzione d’innocenza per sostituirla con la gogna.
La domanda giusta è: se per il nostro No Pax preferito un’amicizia, un soggiorno all’estero o un flusso di denaro bastano a far scattare il sospetto di intelligenza col nemico, perché lui dovrebbe essere l’unico esentato dal proprio identico metro?
Lo sappiamo bene: un’amicizia non è una prova, e pensare che la pace convenga più della guerra non fa di nessuno un agente di Mosca. Una democrazia vera processa i reati dopo averli provati. Non timbra prima “nemico” su milioni di elettori, su partiti e su un giornale, per poi mandare i servizi a cercare il reato che giustifichi il timbro.
Quello di Calenda non è uno scudo democratico. È maccartismo, con l’accento pariolino e le piste elkanniane e zelenskiane.
Fonte: https://t.me/giuseppemasala/131628





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