Cosa fanno circa 700 soldati italiani nel Golfo durante la guerra all’Iran?
di L’INDIPENDENTE (Dario Lucisano)

È certamente una delle operazioni militari più delicate del momento per le forze armate italiane; ed è anche parecchio misteriosa. La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran va avanti dall’inizio di marzo e, a partire dalla metà del medesimo mese, l’Italia ha dispiegato nella regione centinaia dei suoi soldati. Le truppe tricolori si trovano in Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e, soprattutto, in Arabia Saudita. Le fonti ufficiali parlano di circa 700 soldati, con cui sono stati dispiegati anche sistemi di difesa, radar, velivoli da supporto tecnico e mezzi per la sorveglianza e le operazioni. Non è noto quali attività svolgano con esattezza, né se siano stati coinvolti in qualche operazione di difesa. La loro presenza nella regione è rimasta riservata fino a poco tempo fa, quando è stata resa nota da alcune fonti mediatiche, suscitando l’indignazione delle opposizioni. Per comprendere meglio lo scopo e la natura dei dispositivi schierati, L’Indipendente ha approfondito la questione attraverso le piattaforme ufficiali e ha contattato fonti del Ministero della Difesa, che hanno chiarito alcuni dei punti più controversi.
Numero di truppe ed equipaggiamento
Facciamo un passo indietro: il 30 luglio, il giornalista del Giornale Fausto Biloslavo pubblica un articolo in cui rende noto che, dalla seconda metà di marzo 2026, la Difesa ha schierato «un dispositivo dell’Aeronautica a supporto delle forze armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein». Si tratta, scrive nell’articolo, di 400 soldati, affiancati da altre 300 truppe terrestri, di cui circa la metà in Arabia Saudita. Con essi, scrive Biloslavo, sono presenti un velivolo per la sorveglianza aerea, quattro caccia bombardieri e un velivolo per il trasporto tattico; il reparto terrestre è invece equipaggiato con batterie antimissile SAMP/T, un radar Kronos e una batteria antidrone Skynex. La rivista specializzata RID ha poi ricostruito che almeno una parte dei militari italiani in Arabia Saudita sarebbe schierata presso la base aerea saudita di Al Taif, a circa 250 km dal confine con lo Yemen. La base risulta strategica per la sua posizione, essendo situata a qualche chilometro da Gedda, sul Mar Rosso, città che ospita una base navale e un’ulteriore base aerea. L’Indipendente non è riuscito a verificare tale informazione: una fonte del Ministero della Difesa ci ha spiegato che, per ragioni di tutela e sicurezza del personale, l’esatta dislocazione dei militari dispiegati non è pubblica.
Dopo la pubblicazione dell’articolo del Giornale, sul sito del Ministero della Difesa sono apparse le pagine dedicate alle missioni. Di preciso, si tratta di almeno due dispositivi: una missione terrestre, Task Force Land – Cerbero, nell’ambito della quale sono dispiegati circa 260 militari italiani tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, dotati rispettivamente di sistemi SAMP/T, batterie Skynex e radar Kronos; e una missione dell’Aeronautica, Task Force Air – Arabia, che conta 400 soldati schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, dotati di un velivolo da trasporto, quattro caccia, un velivolo per la sorveglianza aerea e un sistema anti-drone ACUS-E. A queste si aggiungerebbe anche Task Force Land – Arabia: menzionata da diversi media, la sua esistenza è confermata dallo stesso sito del Ministero della Difesa, che tuttavia non fornisce informazioni al riguardo.
La diatriba politica

L’articolo di Biloslavo ha scatenato un’ondata di indignazione da parte delle opposizioni, che hanno denunciato la scarsa trasparenza del governo nei confronti del Parlamento e sollevato una interrogazione parlamentare. Crosetto, tuttavia, sostiene che i nuovi dispositivi vadano considerati come una rimodulazione di una spedizione già esistente, «illustrata con la massima trasparenza» a deputati e senatori. Il ministro della Difesa ha menzionato le risoluzioni approvate lo scorso marzo in Parlamento, che impegnavano il governo a rafforzare le capacità di difesa e protezione delle missioni italiane attive in Medio Oriente, e specialmente quelle relative «al mandato di cui alla scheda 04/2025, prorogata», mediante «il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza»; ha poi menzionato che, il 14 e il 28 luglio, le Commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera hanno prorogato le «missioni, che confermano e comprendono un’area che include l’Arabia Saudita».
La «scheda» a cui fanno riferimento le risoluzioni approvate è uno dei documenti che compongono la relazione con cui il governo sottopone al Parlamento le missioni militari internazionali. La scheda 4 del 2025, in particolare, è quella relativa a una missione in Iraq e Medio Oriente; qui, l’Arabia Saudita non compare esplicitamente tra le aree geografiche di intervento, mentre è indicata l’area del «Golfo Arabico». Con la proroga delle missioni per il 2026, invece, l’Arabia Saudita compare esplicitamente tra le aree di crisi. La modifica del 2024 alla legge quadro sulle missioni internazionali, varata dallo stesso governo Meloni, stabilisce che il Governo debba trasmettere alle Camere le deliberazioni relative alle missioni internazionali indicando, per ciascuna di esse, l’area geografica di intervento, gli obiettivi, la base giuridica, l’equipaggiamento e il numero di truppe da inviare, «anche in modalità interoperabile con altre missioni nella medesima area geografica». Il punto contestato è proprio questo: la modifica introdotta dal governo consente «di spostare forze e assetti nella stessa area geografica dove già insistono missioni autorizzate», denuncia Rete Italiana Pace e Disarmo; «un riferimento generico dentro una tabella per aree non equivale ad aver illustrato al Parlamento uomini, mezzi, armamenti e obiettivi operativi di una missione». Analogamente le opposizioni contestano la mancanza di un «esplicito riferimento a operazioni» in Arabia Saudita.
Il ruolo delle truppe italiane in Arabia
Resta da comprendere cosa esattamente facciano le truppe italiane stanziate in Arabia Saudita e negli altri Paesi della Penisola. Il sito del Ministero specifica che il dispositivo terrestre ha lo scopo di supportare le forze armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Bahrein e Kuwait nella difesa del loro spazio aereo, anche attraverso capacità antimissile e antidrone. La Task Force situata in Arabia Saudita è dotata di sistemi «in grado di rilevare, identificare, tracciare e ingaggiare potenziali minacce aeree, tra cui droni e missili balistici»; quella negli Emirati Arabi Uniti dispone di equipaggiamenti «in grado di scoprire minacce aeree di grandi, medie e piccole dimensioni» e caratterizzati da «un elevato grado d’efficacia contro la minaccia droni»; infine, il radar Kronos situato in Bahrein «consente la scoperta di aerei, droni e missili». Una fonte del Ministero della Difesa ha spiegato a L’Indipendente che i dispositivi dispiegati operano innanzitutto attraverso la condivisione delle informazioni con i Paesi del Golfo. Le rilevazioni del radar Kronos sarebbero dunque state impiegate durante gli attacchi in entrata per fornire informazioni utili ai Paesi della Penisola Arabica nelle operazioni di ingaggio dei missili.
Alla stessa maniera, l’obiettivo della missione dell’Aeronautica è quello di contribuire alla difesa aerea e alla sorveglianza dello spazio aereo dei Paesi partner del Golfo. I velivoli dispiegati hanno lo scopo «di rilevare, identificare e tracciare potenziali minacce aeree, fornendo ai livelli decisionali e agli altri assetti impiegati un quadro informativo aggiornato dell’area di operazioni»; concorrere alla difesa dello spazio aereo in cui operano; abbattere droni di piccole dimensioni; infine svolgere missioni di trasporto tattico, supporto, sorveglianza e, in caso di emergenza, assistenza sanitaria. Non è noto, tuttavia, se i militari italiani abbiano avuto un ruolo attivo nella difesa dello spazio aereo dei Paesi della Penisola. Sistemi come le batterie SAMP/T dispiegate nell’ambito della missione Cerbero sono infatti apparati ad alta specializzazione, il cui impiego operativo è affidato ai militari della nazione che li gestisce. Se fossero stati utilizzati per ingaggiare una minaccia, dunque, a farlo sarebbero stati i militari italiani. Interpellata da L’Indipendente, la fonte del Ministero della Difesa ha tuttavia affermato di non essere a conoscenza dell’impiego di tali sistemi in operazioni di ingaggio.





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