Ben Gvir e la decisione sugli “ebrei anti-sionisti” che divide Israele
di L’ANTIDIPLOMATICO (Redazione)

Secondo quanto ricostruito da Nadav Rapaport su Middle East Eye, il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir ha disposto il divieto di porto d’armi per una specifica comunità ultraortodossa antisionista residente a Beit Shemesh. La notizia è stata inizialmente resa nota dal quotidiano israeliano Israel Hayom.
Come illustrato da Rapaport, il ministro di estrema destra ha esteso la sua drastica riforma sulle armi proprio a Beit Shemesh — cittadina nei pressi di Gerusalemme con una cospicua popolazione ultraortodossa —, allentando i criteri per consentire a un numero sempre maggiore di residenti di armarsi.
Come ricorda l’analisi di Middle East Eye, già nell’ottobre del 2023 Israele aveva approvato nuove normative che snellivano i requisiti per l’acquisto di armi da fuoco da parte dei civili. Da quando Ben Gvir si è insediato, circa 300.000 cittadini israeliani hanno ottenuto il porto d’armi, ed è stata estesa la possibilità di richiederlo ai residenti di oltre 200 comunità e comuni in tutto il Paese. Tuttavia, sebbene la stragrande maggioranza degli abitanti di Beit Shemesh rientrasse nei nuovi parametri, la comunità ultraortodossa antisionista dei Neturei Karta ne è stata deliberatamente esclusa.
L’idoneità all’ottenimento della licenza è stata definita su base geografica: la polizia israeliana e l’ufficio di Ben Gvir hanno letteralmente tracciato la mappa dei requisiti escludendo le vie in cui risiedono i membri del gruppo.
In un’intervista rilasciata alla stampa locale e ripresa da Rapaport, il ministro ha rivendicato con orgoglio la decisione: «Sono fiero di proseguire la riforma sugli armamenti e di estenderla a Beit Shemesh. Gli abitanti di questa città, come tutti i cittadini che amano lo Stato di Israele, hanno il diritto fondamentale di difendere se stessi e i propri familiari».
Il riferimento esplicito alla comunità Neturei Karta («guardiani della città» in aramaico) non è casuale. Si tratta di un gruppo ultraortodosso minoritario che rifiuta l’esistenza stessa di uno Stato ebraico prima della venuta del Messia, manifestando spesso a favore della causa palestinese e rifiutando ogni contatto con le istituzioni israeliane. «Chiunque si vanti di sventolare la bandiera dell’OLP e si faccia fotografare con i terroristi è un nemico», ha dichiarato Ben Gvir per giustificare il blocco selettivo. «Pertanto, i quartieri degli estremisti sono stati esclusi».
Come evidenzia Rapaport citando dati ufficiali e report di testate come Haaretz, The Jerusalem Post e Times of Israel, prima dell’arrivo di Ben Gvir i licenziatari erano circa 170.000: una cifra che è più che raddoppiata nel giro di due anni. Solo nei primi mesi del 2026, l’elenco delle comunità ammesse alla misura ha registrato un incremento di 126 località, arrivando a includere a marzo anche tutti i residenti ebrei di Gerusalemme (compresa Gerusalemme Est occupata), per un bacino di ulteriori 300.000 potenziali richiedenti.
L’inchiesta di Middle East Eye evidenzia tuttavia i pesanti avvertimenti lanciati da esperti e centri di ricerca come l’Israel Democracy Institute. L’armamento di massa dei civili sta alimentando la violenza contro i palestinesi e contro le donne: nella prima metà del 2026 l’OCHA (l’Ufficio ONU per gli affari umanitari) ha registrato oltre 1.000 attacchi da parte dei coloni. Allo stesso tempo, la riforma viene applicata in modo apertamente discriminatorio: ne restano sistematicamente esclusi i cittadini palestinesi di Israele e, come dimostra il caso di Beit Shemesh, persino i cittadini ebrei ritenuti politicamente sgraditi al governo.





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