Il “Minsky moment”: quando la finanza prepara la crisi
da LA FIONDA (Fabrizio Pezzani)

Hyman Minsky è stato uno degli studiosi più illuminati del secolo scorso, per la versatilità e l’originalità delle sue intuizioni nel campo dell’economia e della finanza. Ma le sue idee erano troppo pericolose: mostravano quanto il capitalismo finanziario fosse intrinsecamente instabile e soggetto al dominio di una speculazione tanto pervasiva quanto potenzialmente suicida. Il suo pensiero venne così a lungo oscurato, salvo essere recuperato oggi, quando i fatti sembrano dargli ragione.
L’eretico Minsky metteva in discussione la razionalità dei modelli economici e finanziari che ignoravano l’intrinseca instabilità del capitalismo finanziario. Attraverso una rilettura del Trattato di John Maynard Keynes, evidenziava che “è il sistema finanziario a regolare, in senso espansivo o restrittivo, l’andamento degli investimenti. La morale del messaggio keynesiano è che il sistema finanziario governa l’andamento dell’intera economia” (Hyman Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, 1975).
Minsky osservava come i mercati finanziari – e, in particolare, il ruolo delle banche nel concedere o meno prestiti – e la non neutralità della moneta producessero intrinsecamente oscillazioni e instabilità. L’instabilità finanziaria presenta infatti un andamento ciclico. Le fasi di andamento positivo inducono ad assumere posizioni di rischio e di debito sulla base di aspettative più emozionali che razionali – le aspettative non sono conoscenze, anche se fa comodo pensarlo – e rendono progressivamente più fragili gli stati patrimoniali delle imprese e delle banche, esponendoli a crisi finanziarie sempre più intense, fino alla formazione di bolle potenzialmente disastrose.
Le posizioni speculative, in queste fasi, si avvitano al rialzo in una sorta di schema Ponzi sempre più lontano dall’economia reale, fino a quando la fiducia si incrina, il clima delle opinioni muta bruscamente e gli operatori non riescono più a finanziare le proprie posizioni scoperte di fronte al crollo dei prezzi. La crisi di liquidità si trasforma allora in una crisi di solvibilità e il sistema collassa. In questi termini Minsky aveva precocemente descritto quanto sarebbe accaduto con la crisi del 2008 e il fallimento di Lehman Brothers: il Washington Post, solo il giorno prima, attraverso il suo principale editorialista, Donald Luskin, sosteneva che non vi fossero problemi di sorta. La storia, però, ha dato ragione a Minsky, morto nel 1996 nel pieno di quel processo di finanziarizzazione dell’economia reale che ci avrebbe condotto ai disastri odierni e ai Nobel che santificano la finanza.
La speculazione finanziaria detta ormai l’agenda dell’economia, stravolgendo la realtà, la storia e, di fatto, cancellando tutte le norme antitrust che avevano regolato i mercati. La separazione del dollaro da un sottostante, nel 1971, facilita l’avvio della gigantesca illusione del pifferaio magico. La ricerca del massimo profitto personale conduce alla delocalizzazione del lavoro, alla conseguente perdita dei redditi derivanti dall’economia reale e all’aumento dei consumi a debito, che alimentano una crescente insolvenza. La ricerca della massimizzazione del valore per gli azionisti contribuisce a trasformare la Cina nella fabbrica del mondo, cancellando posti di lavoro nella manifattura, progressivamente trasferita nel Celeste Impero.
Il mercato azionario si trasforma così in un casinò dominato da una speculazione incessante. Il “trading” ad alta frequenza diventa un commercio elettronico basato su modelli matematici cui vengono affidate le decisioni, mentre la competizione si gioca sulla velocità con cui vengono effettuate le operazioni, lasciando il mondo reale fuori da ogni schema. Le corporation diventano bolle potenzialmente infinite, alimentate da aspettative di risultati illusori; per creare valore, i principi contabili consentiranno di incorporare nei risultati le aspettative future di reddito. I maggiori valori attribuiti dal mercato consentono un maggiore indebitamento, mentre il valore delle azioni viene alimentato anche dal buy back e dalla liquidità immessa attraverso il QE (Quantitative easing) che, secondo Bloomberg, genera un plusvalore del 60 per cento.
La massa finanziaria continua così a espandersi, mentre l’economia reale rallenta e la disoccupazione rende sempre più difficile ripianare le posizioni debitorie. Più crescono gli indici di borsa, più peggiora l’economia reale: i due indicatori seguono traiettorie sempre più divergenti. È a questo punto che il sistema si avvita verso il “Minsky moment”.
Le imprese e lo Stato, grazie alla disponibilità di moneta a costo zero, alla sua creazione pressoché illimitata e al Quantitative easing, hanno assunto crescenti posizioni di rischio, che hanno inizialmente favorito la crescita economica e le operazioni di leverage finanziario, contribuendo a gonfiare gli indici di borsa. Progressivamente, però, le condizioni favorevoli sono venute meno e l’incremento delle posizioni debitorie ha superato quello dei ricavi, generando una crisi di solvibilità e poi di liquidità che, improvvisamente, si abbatte sui mercati.
Il “Minsky moment”, come mostra il grafico qui in basso, rappresenta il punto in cui emerge in tutta la sua evidenza l’instabilità del capitalismo. Minsky scriveva: “quanto più un sistema diventa stabile e illude che lo sarà sempre, tanto più diventa una trappola, perché è sempre l’instabilità che governa la stabilità e prima o poi il sistema economico-finanziario crolla in modo verticale”.

Il livello di indebitamento delle imprese e degli Stati sta aumentando più rapidamente del Pil. L’esempio più evidente di questa espansione è rappresentato dagli USA, dove il debito si avvicina ai 40 mila miliardi di dollari, a fronte di un Pil prossimo ai 32 mila miliardi di dollari. Gli Stati Uniti dovranno sostenere una spesa sempre maggiore per gli interessi sul debito pubblico; il debito cresce più che proporzionalmente rispetto al Pil, in un processo che appare inarrestabile, mentre la collocazione dei titoli del debito pubblico USA diventa sempre più difficile in un mercato che comincia a percepire i rischi di una possibile deriva finanziaria.
Le politiche antinflazionistiche messe in atto nei Paesi occidentali hanno determinato un aumento dei tassi di interesse, dei costi di produzione e, conseguentemente, dei prezzi-ricavo. Il tentativo di ridurre i disavanzi tra indebitamento e crescita economica ha prodotto una contrazione dei posti di lavoro senza precedenti, se non nel dramma della crisi del 1929 negli USA, dove si è avverato il “Minsky moment”.
A tutto ciò si aggiunge un contesto globale segnato da forti attriti e guerre tra Paesi, che alimentano una pericolosa spirale e rischiano di aggravare ulteriormente la situazione economica e finanziaria degli Stati e delle imprese. Eppure sembra mancare la lucidità necessaria per cogliere i pericoli che ci stanno conducendo verso il caos. Per dirla con il compianto professor Emanuele Severino: “Siamo sopra un mare in tempesta ma non vogliamo vederlo”.
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/09/03/il-minsky-moment-quando-la-finanza-prepara-la-crisi/





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