Quel bravo compagno
di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)

Esiste un cerimoniale retorico magniloquente che si deve mettere in atto necessariamente alla morte di qualsiasi esponente della sinistra politica. Un obbligo feticista nei confronti della figura che immediatamente si riempie di importanza storica. È resa in un batter d’occhio santino da esibire, da idolatrare pubblicamente in un profluvio di aneddotica, di testimonianze, di ricordi intimi e personali e di enfatizzazione delle virtù pubbliche.
“Un bravo compagno”, “un grande dirigente della sinistra”, perché è proprio a sinistra che la gerarchizzazione delle cariche assume sempre contorni mitici, disarcionati da qualsiasi giudizio di merito. E così da stamattina innumerevoli coccodrilli sono sparsi nella Rete a memoria di Fabio Mussi, anch’esso diventato precoce oggetto di culto. La pratica idolatrica poteva avere una certa importanza pedagogica per quei capitani impegnati con le scarpe rotte tra i monti della Liberazione o per quei militanti protagonisti delle lotte contadine e operaie nell’immediato dopoguerra.
Ma, nonostante Fabio Mussi sia stato indubbiamente persona onesta e sincera, non è proprio possibile essere così generosi nei confronti di una classe dirigente che ha contribuito allo sfascio intellettuale, sociale, culturale e politico del Paese. Fabio Mussi ha ricoperto la carica di capogruppo dei DS dal 1996 al 2001, quindi nel pieno della stagione ulivista con in transito i governi Prodi I, D’Alema I e II, Amato II, inoltre è stato Ministro dell’Università e della Ricerca dal 2006 al 2008 durante il governo Prodi II.
Quella stagione politica si caratterizzò per una grande concordia parlamentare tra tutte le forze politiche, nascosta però da aspre polemiche di costume, di galateo istituzionale e di impresentabilità pubblica, tutte incentrate sulla persona di Silvio Berlusconi. Nei fatti, soprattutto da sinistra e meno da destra, si procedette alla svendita dell’IRI, all’immissione dei primi vincoli di bilancio e all’inizio della stagione austeritaria, in modo che l’Italia entrasse comodamente nella trappola monetaria dell’euro. A protezione degli investitori esteri che pretendevano riforme strutturali, si mise mano alla legislazione sul lavoro, col famigerato Pacchetto Treu, e si realizzò la prima riforma costituzionale con la modifica del Titolo V, nel solco di una progressiva disintermediazione sociale. Le Regioni così potevano iniziare a trattare direttamente con i privati e a liquidare il Servizio Sanitario Nazionale.
Si impaginò un vocabolario opacamente riformatore: Internet, Inglese, Impresa. Erano le tre I, accompagnate da una terminologia apparentemente neutrale ma profondamente ideologica in quanto ispirata alla libertà assoluta di mercato: razionalizzazione, modernizzazione, privatizzazione. La libera circolazione dei capitali costringeva la sinistra a snellirsi, a imprenditorializzarsi nelle terze vie blairiane. Il Partito, da Chiesa per militanti dove il proselitismo era attività del giorno dopo giorno, diventava un club leggero di attivisti a tempo perso nel quale si poteva sprigionare la propria fantasia artistica. Si affacciava un nuovo individualismo che trovava nella Rete, nelle start up, nella scintilla creativa, nell’intimismo letterario i propri spazi esistenziali.
La sinistra di Fabio Mussi realizzava una propria etica nel giudizio moralistico della società civile, zeppa di professionisti, di vedette e di personaggi che bucavano lo schermo per carisma e merito. Il socialismo e la classe solo retaggi di un passato innominabile perché incartapecorito, desueto, poco ammaliante per le masse. La rincorsa al merito processava le questioni sociali per ridurle a tormenti psicoanalitici. In quegli anni, non a caso, una sezione del Pds, a Roma, fu intitolata a Woody Allen. New York e Bruxelles sostituivano Mosca e L’Avana tra le mete preferite. Tanto che si preferì bombardare Belgrado.
Si dirà: ma Fabio Mussi, alla fin fine, è stato uno dei meno peggio. Ma certo, chissà, umanamente è forse anche vero. Non partecipò alla nascita del PD, per esempio. Ma è proprio questo il limite. Non ripercorrere mai la Storia. Come se il PD fosse stato un evento improvviso, un cataclisma, non generato da almeno due decenni di spostamenti a destra di cui il buon Fabio Mussi fu attivo protagonista. Non esistono bravi compagni, esistono responsabilità politiche in particolari stagioni storiche. Quelle responsabilità si pagano in vita e si devono ricordare, purtroppo, anche nei giorni più dolorosi. Serve anche questo per ricominciare tutto da capo.
Fonte: https://www.facebook.com/share/p/19Fch1H5id/





Commenti recenti