BRICS, unanimità a geometrie variabili
di LA FIONDA (Margherita Furlan)

A Nuova Delhi i BRICS non trovano una posizione sulla guerra in Iran, ma firmano tutti l’architettura per renderla irrilevante: pagamenti, cavi, calcolo, minerali. Storia di un compromesso che vale più di quanto dice.
Il diciottesimo vertice BRICS si chiude con un testo che nessuno contesta e che non nomina mai Washington. Centoquaranta paragrafi, quattro sezioni, zero riserve. Chi legge solo il paragrafo sulla guerra vede la debolezza; chi legge il resto vede il metodo.
Le quattro del mattino
Quattro giorni prima dell’apertura, la stampa occidentale dava il blocco per spaccato. Non era un pregiudizio: era una cronaca. A maggio, a Nuova Delhi, i ministri degli Esteri dei BRICS si erano lasciati senza comunicato congiunto, evento senza precedenti nella storia del gruppo, perché Teheran pretendeva una condanna esplicita degli attacchi americani e israeliani, Abu Dhabi una presa di posizione altrettanto netta contro l’Iran, che aveva colpito il territorio emiratino con missili e droni fin dal primo giorno di guerra. L’India, presidente di turno, aveva pubblicato una «dichiarazione della presidenza» con una riga che diceva tutto: «vi sono state opinioni divergenti fra alcuni membri riguardo alla situazione nella regione dell’Asia occidentale e del Medio Oriente». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, uscendo, aveva accusato senza nominarlo «uno Stato membro che ha le sue relazioni speciali con Israele». Tra maggio e settembre le cose erano peggiorate: il 19 agosto gli Emirati avevano sospeso ogni rapporto commerciale e finanziario con Teheran.
Quello che è accaduto nella notte tra venerdì 11 e sabato 12 settembre a Bharat Mandapam va quindi raccontato per quello che è: un negoziato serrato, condotto ai tre livelli degli sherpa, dei ministri e dei capi di Stato, chiuso alle quattro del mattino.[1] Il segretario per le relazioni economiche del ministero degli Esteri indiano, Sudhakar Dalela, interrogato più volte dai giornalisti su come fossero state ricomposte le posizioni di Iran ed Emirati, si è rifiutato di entrare nel merito, limitandosi a dire che il paragrafo 28 «cattura il consenso» e che «il dialogo e la diplomazia devono essere il parametro guida». Il Cremlino è stato più loquace. «Siamo lieti che un intenso lavoro diplomatico abbia infine prodotto una formulazione accettabile sia per l’Iran sia per gli Emirati Arabi Uniti, permettendo l’adozione della dichiarazione finale», ha detto il portavoce Dmitrij Peskov. E poi, con la soddisfazione di chi la pensava diversamente: «Molti pessimisti ritenevano che non sarebbe stato possibile, ma tutto è andato come previsto».
Sabato 12 settembre Narendra Modi ha letto in aula la frase che gli scettici aspettavano di non sentire: «Nessun membro ha sollevato obiezioni. La Dichiarazione di Nuova Delhi 2026 è adottata all’unanimità». Il documento porta un titolo da programma di governo, «Costruire resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità», le quattro parole che compongono l’acronimo inglese RICS attorno al quale l’India ha organizzato l’intera presidenza.[2] Centoquaranta paragrafi, divisi in quattro sezioni: governance globale e multilateralismo, pace e sicurezza, crescita economica, cooperazione culturale. Dentro ci sono la riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e delle istituzioni di Bretton Woods, la difesa dell’Organizzazione mondiale del commercio, la condanna dei dazi «unilaterali» senza che Washington venga mai nominata, l’opposizione alle sanzioni non autorizzate dal Palazzo di Vetro, la richiesta di togliere il blocco a Cuba e di dare alla Palestina il seggio pieno all’ONU nei confini del 1967.[3]
Modi ha ricordato i numeri del gruppo: dieci membri, dieci partners, poco meno della metà della popolazione mondiale, circa il 40 per cento del prodotto globale. E ha chiesto, con una formula che ha fatto il giro delle agenzie, di «trasformare la piramide dei privilegi in una piattaforma di partenariato, in cui ogni Paese abbia voce e ogni membro una posta in gioco». Il Sud globale, ha detto, non deve limitarsi a sedere nelle istituzioni: deve partecipare alla scrittura delle regole. Ha proposto dieci punti per una «tabella di marcia della riforma BRICS» da consegnare al prossimo vertice. Nel discorso di chiusura, il tono si è fatto più impaziente: i BRICS, ha detto, devono passare «dai fascicoli all’impatto sulla vita reale».
Il quadro dei presenti spiega molto. Xi Jinping era in India per la prima volta in sette anni, e il suo incontro con Modi ha toccato la stabilità del confine himalayano, gli squilibri commerciali e l’accesso ai mercati. Vladimir Putin è arrivato l’11 settembre e ha incontrato Modi prima dell’apertura, ribadendo l’obiettivo dei cento miliardi di dollari d’interscambio bilaterale entro il 2030. Masoud Pezeshkian rappresentava l’Iran in guerra. Il principe ereditario di Abu Dhabi, Khaled bin Mohamed Al Nahyan, era portavoce degli Emirati colpiti. I due si sono visti il 12 settembre, primo incontro a quel livello dall’inizio del conflitto, e hanno «sottolineato l’importanza di sostenere gli sforzi per ridurre le tensioni e rafforzare la stabilità regionale», secondo la nota dell’ufficio stampa di Abu Dhabi. Lula non c’era: è rimasto in Brasile per la campagna elettorale, sostituito dal ministro degli Esteri Mauro Vieira. L’Arabia Saudita sedeva come invitata: Nuova Delhi la elenca tra i membri, mentre Riad continua a considerare la propria adesione mai perfezionata.
Questo è il fatto. Poi c’è la lettura ed è qui che le strade si dividono. La stampa internazionale ha titolato sull’unità ritrovata nonostante le divisioni; Praveen Donthi, analista dell’International Crisis Group, ha osservato che i membri, «impegnati nel successo di questo raggruppamento non occidentale», possono dirsi «ragionevolmente soddisfatti» di un risultato modesto ottenuto in mezzo a una turbolenza geopolitica di questa portata.[4] È una lettura corretta eppur insufficiente. Corretta perché il paragrafo sulla guerra è davvero un paragrafo di sottrazione. Insufficiente perché misura il vertice con il metro sbagliato: quello del comunicato di condanna, dell’Occidente, non del blocco che si va via via costruendo.
A Nuova Delhi i BRICS hanno scelto invece la geometria variabile non come ripiego ma come metodo. L’unanimità non nasce dall’accordo sulla guerra, che non c’è. Nasce dall’accordo sulle infrastrutture del dopo-conflitto, che c’è, ed è scritto: pagamenti, cavi sottomarini, intelligenza artificiale, minerali critici, cereali. È il passaggio da alleanza dichiarativa a blocco storico in costruzione, per usare la categoria gramsciana. La presidenza cinese del 2027 ne sarà la prova.
Vent’anni di scacchiera
Il paragrafo 7 della Dichiarazione ricorda «la storica ricorrenza del ventesimo anniversario dei BRICS».[5] Il conto parte dal 2006, quando i ministri degli Esteri di Brasile, Russia, India e Cina s’incontrarono per la prima volta a margine dell’Assemblea generale dell’ONU. Ma l’acronimo era nato cinque anni prima, in un luogo che dice molto sulla natura ambigua del progetto: un rapporto di Goldman Sachs. Il 30 novembre 2001, a poche settimane dall’11 settembre, l’economista Jim O’Neill pubblicava un documento intitolato «Building Better Global Economic BRICs», nel quale sosteneva che le quattro economie emergenti avrebbero pesato sempre di più nel prodotto mondiale e che la governance economica globale, a cominciare dal G7, avrebbe dovuto farvi posto.[6] Era un consiglio d’investimento, non un manifesto politico. Il fatto che una sigla coniata a Wall Street sia diventata, un quarto di secolo dopo, la bandiera di chi contesta l’ordine costruito da Wall Street è una di quelle ironie che la storia produce con regolarità e che gli analisti dimenticano con altrettanta regolarità.
Il primo vertice si tenne a Ekaterinburg il 16 giugno 2009, nel pieno della crisi finanziaria partita dai mutui americani. Non fu un caso: La turbolenza aveva mostrato che il centro del sistema poteva contagiare la periferia senza chiederle il permesso e che le istituzioni di Bretton Woods non avevano né gli strumenti né la volontà di proteggerla. Nel 2010 il Sudafrica fu invitato ad aderire e la sigla guadagnò la sua «S». Nel 2014, a Fortaleza, nacquero la Nuova Banca di Sviluppo e l’Accordo di riserva contingente, le prime istituzioni proprie del gruppo, concepite come alternative parziali alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario.[7] Poi vennero gli anni della stanchezza, nei quali i vertici producevano comunicati e poco altro e l’Occidente si convinse che i BRICS fossero un acronimo in cerca di contenuto.
La svolta ha una data: il 24 febbraio 2022. L’operazione militare speciale russa in Ucraina, e soprattutto la risposta finanziaria dell’Occidente, che congelò le riserve della Banca centrale moscovita ed escluse le principali banche del Paese dal sistema SWIFT, cambiò il senso del gruppo. Quello che era stato un forum di coordinamento economico diventò, per Mosca, l’unica architettura multilaterale disponibile; per gli altri membri diventò la dimostrazione che le riserve in dollari non erano un patrimonio ma un ostaggio. Nell’agosto 2023, a Johannesburg, il gruppo decise l’allargamento. A Kazan, nell’ottobre 2024, sedettero per la prima volta al tavolo Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e, in forma incerta, Arabia Saudita; la Dichiarazione di Kazan lanciò l’Iniziativa per i pagamenti transfrontalieri e la categoria dei «Paesi partner».[8] A Rio de Janeiro, nel luglio 2025, l’Indonesia sedette per la prima volta come membro a pieno titolo e la dichiarazione finale condannò con parole nette gli attacchi militari contro l’Iran cominciati il 13 giugno di quell’anno.[9] Oggi i membri sono dieci, altrettanti i partners, dalla Bielorussia al Vietnam, dalla Nigeria alla Malaysia.
Vale la pena fermarsi su un testo che nel 1997 descriveva, con la precisione del timore, esattamente la fotografia di famiglia scattata a Bharat Mandapam. Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter e teorico dell’egemonia americana in Eurasia, scriveva ne «La grande scacchiera» che «lo scenario potenzialmente più pericoloso sarebbe una grande coalizione di Cina, Russia e forse Iran, una coalizione “antiegemonica” unita non dall’ideologia ma da rimostranze complementari».[10] Aggiungeva che una simile coalizione avrebbe ricordato, per dimensioni e portata, il blocco sino-sovietico e che evitarla avrebbe richiesto una prova simultanea di abilità geostrategica americana sui perimetri occidentale, orientale e meridionale dell’Eurasia. Ventinove anni dopo, quella coalizione sedeva allo stesso tavolo: Xi, Putin e Pezeshkian, uno accanto all’altro, nella capitale del Paese che Brzezinski considerava il contrappeso naturale della Cina. Le «rimostranze complementari» sono oggi le sanzioni per la Russia, i dazi per la Cina, la guerra per l’Iran.
Ma la fotografia inganna ed è la seconda metà dell’osservazione di Brzezinski a spiegare perché. La coalizione che temeva è a Delhi, in india, il Paese che ha subito i dazi americani al 50 per cento nell’agosto 2025 per l’acquisto di greggio russo e li ha visti scendere al 18 per cento nel febbraio 2026, dopo che Modi si è impegnato con Trump a interrompere quegli acquisti. È il Paese che ha ospitato Xi ma con cui la Cina ha ancora aperta una disputa di confine costata vite umane nel 2020. È la capitale che ha trattato fino alle quattro del mattino per impedire che il testo nominasse Washington. L’abilità geostrategica che Brzezinski chiedeva agli Stati Uniti oggi la esercita Nuova Delhi, ma in direzione opposta: non per impedire la coalizione, ma per tenerla dentro un formato che non la obblighi a schierarsi.
Qui sta il paradosso strutturale del blocco, che nessun comunicato può risolvere e che a Delhi si è visto in trasparenza. I BRICS sono contemporaneamente la coalizione antiegemonica di Brzezinski e il suo antidoto. Contengono i tre Paesi che Washington considera avversari e le nazioni che Washington considera partners necessari, dall’India agli Emirati all’Arabia Saudita. Non possono quindi essere un’alleanza e non lo saranno. Possono essere un’altra cosa, che ha meno precedenti e per questo si fatica a nominare: un cantiere di istituzioni parallele, aperto a chi non vuole scegliere.
Il paragrafo 22 e il paragrafo 28
Per capire il compromesso di Delhi bisogna leggere due paragrafi che distano sei numeri e un abisso. Il paragrafo 22 non lascia margini: «Condanniamo l’imposizione di misure coercitive unilaterali contrarie al diritto internazionale, e ribadiamo che tali misure, tra l’altro sotto forma di sanzioni economiche unilaterali e sanzioni secondarie, hanno implicazioni negative di vasta portata per i diritti umani, compresi i diritti allo sviluppo, alla salute e alla sicurezza alimentare, della popolazione generale degli Stati colpiti».[11] Segue la richiesta di «eliminazione di tali misure illegittime» e, a chiudere, la riaffermazione dell’opposizione a ogni sanzione «non autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». Il linguaggio non è nuovo: le dichiarazioni di Kazan e di Rio contenevano formule simili. Innovativo è il contesto, che da peso alle parole. Le sanzioni secondarie sono lo strumento con cui il Tesoro americano colpisce le banche di Paesi terzi che trattano con la Russia o con l’Iran; sono il mezzo che lo stesso Trump ha rivendicato contro l’India, descrivendo i dazi aggiuntivi dell’agosto 2025 come sanzioni secondarie per l’acquisto di petrolio russo. Che l’India, gli Emirati, l’Egitto, l’Indonesia abbiano messo la firma sotto una frase che le dichiara «contrarie al diritto internazionale» non è ornamento: è una presa di posizione che vale per Mosca e per Teheran, ma che prima di tutto per chi l’ha firmata.
Sei paragrafi dopo, il tono cambia. Il paragrafo 28 parla per sottrazione: «Esprimiamo profonda preoccupazione per la continua escalation delle tensioni in Medio Oriente e Asia occidentale e, ricordando le nostre rispettive posizioni nazionali, chiediamo di esercitare la massima moderazione e di evitare azioni che possano aggravare ulteriormente la situazione».[12] Nessun nome: né Washington, né Tel Aviv, né Teheran, né Abu Dhabi. Una clausola rivela la cucitura, «ricordando le nostre rispettive posizioni nazionali», che in linguaggio diplomatico significa che il testo non impegna nessuno a ciò che non pensa. Il paragrafo si chiude con una frase significativa: «Sottolineiamo la necessità di lavorare insieme per mantenere il flusso regolare del commercio globale, delle catene di approvvigionamento e dell’energia». Solo al paragrafo 29 il documento alza il tono, con la «seria preoccupazione per gli attacchi deliberati contro infrastrutture civili e impianti nucleari pacifici sotto piene salvaguardie dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, in violazione del diritto internazionale».[13] Anche qui nessun nome, ma il riferimento è trasparente: gli impianti nucleari sotto salvaguardia AIEA colpiti dal 2025 a oggi sono quelli iraniani.
Il confronto con Rio è impietoso, e va fatto. Nel luglio 2025 i leader avevano condannato «gli attacchi militari contro la Repubblica islamica dell’Iran», con tanto di nome del Paese aggredito.[14] Quattordici mesi dopo, con l’Iran in guerra aperta contro Stati Uniti e Israele dal 28 febbraio, il testo si limita alla «profonda preoccupazione» per «tensioni». Il linguaggio è stato «ammorbidito drasticamente» e, per la prima volta dal 2022, ogni riferimento all’Ucraina è scomparso dal testo. Questo secondo silenzio è forse più eloquente del primo. Dal vertice di Pechino del 2022 in poi, ogni dichiarazione BRICS aveva dedicato all’Ucraina almeno una riga, di solito per «prendere atto delle posizioni nazionali» e «apprezzare le offerte di mediazione». A Delhi neppure quello. Il conflitto che ha rifondato il gruppo nel 2022 è diventato innominabile nel 2026: segno che la Russia non ha più bisogno di una copertura verbale, o che l’India non vuole più concederla nel momento in cui negozia con Washington il proprio regime tariffario, o entrambe le cose.
C’è però un punto del testo in cui i nomi compaiono ed è istruttivo vedere dove. La sezione sulla Palestina, dal paragrafo 30 al 34, è la più lunga e la più netta di tutta la parte politica: «ferma opposizione allo sgombero forzato, temporaneo o permanente, con qualsiasi pretesto, di qualsiasi parte della popolazione palestinese dal Territorio palestinese occupato», condanna dell’«uso della fame come metodo di guerra», sostegno all’UNRWA, richiamo alle misure provvisorie della Corte internazionale di giustizia «nel procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele», rifiuto di «qualsiasi misura unilaterale che cerchi di alterare lo status giuridico e storico di Gerusalemme occupata».[15] Il paragrafo 35 sul Libano va oltre: «Chiediamo a Israele di rispettare i termini concordati con il governo libanese e di ritirare le sue forze di occupazione da tutti i territori libanesi in cui ancora permangono».[16] Israele è, in tutta la Dichiarazione, l’unico Stato nominato come parte che colpisce. Gli Stati Uniti non lo sono mai: né sui dazi, né sulle sanzioni, né su Cuba, per cui il paragrafo 27 parla di «inasprimento delle misure unilaterali di blocco» e chiede la fine delle «misure economiche, commerciali e finanziarie contro Cuba» senza dire chi le impone.[17] La geometria dei nomi è la mappa delle forze: si cita chi si può nominare senza perdere una firma. Gli Emirati, che hanno normalizzato le relazioni diplomatiche con Israele nel 2020 e che dal 2026 sono in guerra con l’Iran, sull’occupazione del Libano mettono la firma. Sugli attacchi all’Iran, no. È la stessa mano che scrive due paragrafi diversi.
Un’ultima annotazione sulla sezione politica, che porta l’impronta della presidenza. Il paragrafo 40 «condanna nei termini più forti l’attacco terroristico nel Jammu e Kashmir del 22 aprile 2025, in cui ventisei persone sono state uccise», e chiede «tolleranza zero» e il rifiuto dei «doppi standard» nella lotta al terrorismo.[18] Il Pakistan non è nominato, ma il paragrafo è una vittoria diplomatica indiana che la Cina, alleata di Islamabad, ha lasciato passare. Anche questo è un mattone: Nuova Delhi ha usato la presidenza per far scrivere nel testo del blocco la propria agenda di sicurezza e Pechino ha pagato quel prezzo per avere in cambio la presidenza 2027 senza obiezioni.
C’è una lezione di realismo classico in questo scarto tra il paragrafo 22 e il paragrafo 28. Tucidide fa dire agli ambasciatori ateniesi, davanti ai Melii che invocano la giustizia, che «nel calcolo umano il diritto vale quando le forze sono pari, mentre i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono».[19] Il dialogo dei Melii è il testo fondativo del realismo, ma di solito si dimentica che finisce con la distruzione di Melo: il realismo descrive il mondo, non lo giustifica. I BRICS, a Delhi, si sono comportati da lettori di Tucidide. Sulla guerra, dove le forze non sono pari e dove gli Emirati stanno con i forti, hanno scelto il silenzio. Sulle sanzioni, dove la somma delle loro economie comincia a rendere le forze pari, hanno scelto la condanna. Modi ha detto che il Sud globale deve «scrivere le regole» invece di subirle: è la risposta, a ventiquattro secoli di distanza, agli ambasciatori ateniesi. Ma le regole si scrivono quando si ha il potere di farle rispettare, e la forza dei BRICS oggi è finanziaria e commerciale, non militare. Il documento ne è consapevole: incide dove gli è concesso, tace dove non arriva.
Russia e Iran si sono mossi come una coppia coordinata. Stessa linea sul conflitto, medesima insistenza sul meccanismo delle sanzioni. Hanno ottenuto il paragrafo 22 e hanno accettato il paragrafo 28. Per Teheran il baratto è meno svantaggioso di quanto sembri: una condanna nominativa degli Stati Uniti in un comunicato BRICS non avrebbe fermato un solo missile, mentre la dichiarazione di illegittimità delle sanzioni secondarie, firmata da Paesi che con Washington commerciano, è un argomento che le banche di Mumbai, Dubai e Giacarta dovranno d’ora in poi considerare. Per Mosca il calcolo è ancora più semplice e Peskov lo ha messo nero su bianco: «La dichiarazione include le disposizioni che per noi sono importanti. Riguardano i centri di regolamento congiunti, una piattaforma d’investimento comune e una piattaforma condivisa per i pagamenti in valute nazionali». Sulla guerra iraniana il Cremlino non ha bisogno di una condanna scritta. Gli basta che il fronte regga e che il greggio, che finanzia il suo bilancio, resti sopra i cento dollari.
Ciò che Mosca ha portato a casa
La dedollarizzazione, nel lessico BRICS, non si proclama: si costruisce un vertice alla volta e a ogni vertice si misura quanti mattoni sono stati posati. A Delhi i mattoni hanno un numero di paragrafo. Il 90 riconosce il lavoro della squadra operativa sui pagamenti, la BRICS Payment Task Force, istituita sulla base delle indicazioni di Kazan e Rio e ne cita gli obiettivi con precisione: lo studio dell’«interoperabilità transfrontaliera dei canali di pagamento e di messaggistica» e la promozione di «regolamenti commerciali e investimenti nelle valute locali dei BRICS», con la clausola di prudenza secondo cui «non esiste un approccio valido per tutti».[20] La parola «messaggistica» è quella che conta: SWIFT non è un sistema di pagamento ma un sistema di messaggi tra banche, ed è dalla messaggistica che l’Occidente ha escluso le banche russe nel 2022. Costruire canali interoperabili tra i sistemi nazionali (il russo SPFS, il cinese CIPS, l’indiano UPI) significa costruire il tratto di strada che aggira il casello.
Il paragrafo 93 riguarda la Nuova Piattaforma d’Investimento, la NIP, per la quale la Dichiarazione prende atto dell’ «ampio sostegno espresso dai membri per proseguire il lavoro con un approccio basato sul consenso, graduale e guidato dai membri», e della costituzione di un gruppo di studio dedicato all’interno del canale finanziario.[21] Il paragrafo 94 tocca l’infrastruttura di regolamento e di deposito titoli, l’equivalente delle Euroclear e Clearstream europee, con la notizia di un «seminario tecnico» che ha esplorato «le dimensioni giuridiche, istituzionali, regolamentari e tecniche dei sistemi di regolamento e deposito» dei vari membri.[22] Il paragrafo 102 riporta i progressi dell’iniziativa sulle Garanzie multilaterali BRICS, concepita per «mobilitare capitale privato, migliorare il merito creditizio e ridurre i costi di finanziamento» dei progetti nel Sud globale, con l’avvio di «transazioni pilota».[23] Il 97 riguarda l’Accordo di riserva contingente, il fondo comune da cento miliardi nato a Fortaleza, e la sua «resilienza operativa».[24] Il 115 celebra il «secondo decennio d’oro» della Nuova Banca di Sviluppo, la incoraggia a «espandere il finanziamento in valuta locale» e sostiene l’allargamento dei suoi azionisti.[25]
Sono tre i mattoni che Peskov ha rivendicato: centri di regolamento comuni, piattaforma d’investimento, piattaforma per i pagamenti in valute nazionali. Corrispondono ai paragrafi 94, 93 e 90. Sono, nell’ordine, il luogo dove si custodiscono i titoli, si raccoglie il capitale e si trasferisce il denaro: le tre funzioni che oggi l’Occidente controlla e che dal 2022 usa come arma. Il Cremlino insegue questa architettura da quattro anni con un’insistenza che i partners hanno spesso frenato, e a Delhi l’ha vista scritta in un testo che porta anche la firma dell’India.
Bisogna però dire con chiarezza che cosa non c’è. Non c’è una moneta comune, e non ci sarà. Il segretario Dalela lo ha detto senza giri di parole: «Al momento non esiste alcuna proposta di valuta BRICS».[26] Non c’è una data per la piattaforma dei pagamenti, non c’è un’architettura giuridica vincolante, non c’è un solo impegno formulato con il verbo «decidiamo». Ogni paragrafo finanziario della Dichiarazione è scritto al condizionale istituzionale: «incoraggiamo», «prendiamo atto», «accogliamo con favore», «sosteniamo la prosecuzione delle discussioni». È il linguaggio di chi costruisce con dieci mani e sa che una sola, ritratta, farebbe crollare l’impalcatura. L’India e il Brasile, i due membri più esposti al mercato americano e più interessati a non provocare Washington, hanno ottenuto che di moneta non si parlasse e che ogni riferimento fosse ai «pagamenti in valuta locale», formula che ogni banca centrale può interpretare a modo suo.
Chi legge in questa prudenza la prova che i BRICS non fanno sul serio commette l’errore speculare di chi osserva nel paragrafo 22 una dichiarazione di guerra al dollaro. Susan Strange, la studiosa britannica che negli anni Ottanta descrisse per prima la differenza tra il potere «relazionale», quello di costringere qualcuno a fare qualcosa, e il potere «strutturale», quello di decidere le regole entro cui tutti operano, individuava quattro strutture primarie del potere globale: la sicurezza, la produzione, la finanza e la conoscenza.[27] Chi controlla la struttura finanziaria, sosteneva, non ha bisogno di costringere nessuno: gli basta possedere le tubature attraverso cui il credito scorre. La Dichiarazione di Delhi non attacca il potere relazionale degli Stati Uniti, che resta enorme; lavora, paragrafo dopo paragrafo, sulla struttura. Interoperabilità dei messaggi, depositi titoli, garanzie, valuta locale. Sono tubature. Non fanno rumore, non compaiono nei titoli, e quando saranno posate nessuno dovrà più chiedere il permesso per usarle. La differenza tra il proclama e il cantiere è tutta qui, e corrisponde esattamente a ciò che la stampa occidentale, misurando la dedollarizzazione sul metro degli annunci, non riesce a vedere.
Un’annotazione sulla misura. La quota del dollaro nelle riserve ufficiali mondiali scende lentamente da vent’anni, ma resta largamente maggioritaria; la misura dello yuan negli scambi internazionali cresce ma rimane marginale; l’oro, che le banche centrali non occidentali accumulano dal 2022 a ritmi mai visti, è l’unica «valuta BRICS» che esista davvero, ed è senza emittente.[28] La corsa all’oro delle banche centrali è il termometro più affidabile della transizione multipolare, proprio perché non passa da nessun comunicato. La Dichiarazione di Delhi infatti non menziona l’oro. Non ne ha bisogno: i lingotti si comprano in silenzio, come si posano le tubature.
L’agenda cinese e l’avvertimento indiano
Se la Russia ha portato a casa la finanza, la Cina ha portato a casa la tecnologia e il futuro. Il 13 settembre, nella seconda sessione del vertice, Xi Jinping ha pronunciato un discorso dal titolo programmatico, «Cementare le fondamenta della cooperazione BRICS e rafforzare la forza del Sud globale», e ha annunciato cinque iniziative che il ministero degli Esteri cinese ha pubblicato con la consueta numerazione.[29] La prima è un’iniziativa per l’«intelligenza artificiale aperta e inclusiva»: una comunità BRICS per l’IA a codice aperto, sostegno allo sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni, formazione, costruzione di un ecosistema. La seconda riguarda la «facilitazione del commercio e degli investimenti», con un partenariato tra le zone economiche speciali dei Paesi membri, un portale intelligente e un forum sui servizi da tenersi nel 2027. La terza è la «cooperazione nell’industria digitale», con una piattaforma cloud condivisa, formazione di competenze e scambio tecnologico. La quarta è la «cooperazione nella manifattura intelligente»: assistenza cinese alla costruzione di fabbriche intelligenti nei Paesi membri. La quinta è lo «sviluppo dei talenti scientifici e tecnologici», con un’alleanza per la formazione degli ingegneri e un programma di scambi giovanili.
La frase che accompagna il pacchetto dice il resto: i Paesi BRICS devono «cogliere l’iniziativa storica, unire il Sud globale, essere una forza attiva, stabilizzatrice e positiva negli affari internazionali».[30] Xi ha aggiunto la difesa dello «stato di diritto internazionale», l’autorità dell’ONU, la riforma dell’architettura finanziaria per «accrescere la rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo» e la costruzione di un «quadro di governance globale dell’IA basato sul consenso». Nulla di tutto questo è nuovo nel lessico cinese. Significativo è che venga pronunciato a Nuova Delhi, davanti all’India, dal Paese che dal 1° gennaio 2027 presiederà il gruppo e ospiterà il diciannovesimo vertice: l’ultimo paragrafo della Dichiarazione, il 140, «estende pieno sostegno alla Cina per la sua presidenza BRICS nel 2027».[31] Le cinque iniziative sono, in sostanza, l’agenda della presidenza cinese annunciata con quindici mesi di anticipo, in casa d’altri.
Il Sud globale ha applaudito. L’India ha ascoltato con attenzione, e ha risposto. Nella sessione sui quattro pilastri, lo stesso 13 settembre, Modi ha avvertito che «l’uso della tecnologia e dei minerali critici come armi» minaccia «il progresso condiviso».[32] La frase non nominava la Cina, esattamente come il paragrafo 22 non nominava gli Stati Uniti; e come il paragrafo 22, non ne aveva bisogno. Pechino controlla oltre il 90 per cento della lavorazione mondiale dei magneti in terre rare e dall’aprile 2025 ha introdotto restrizioni all’esportazione che hanno colpito anche l’industria indiana. Modi aveva usato le stesse parole a Rio, nel luglio 2025. Nel frattempo l’India ha firmato con il Brasile, nel febbraio 2026, un accordo sulle catene di approvvigionamento delle terre rare, cercando nell’altro membro non allineato del gruppo un’alternativa alla dipendenza dal primo. Il paragrafo 67 della Dichiarazione, che «afferma la necessità di promuovere catene di approvvigionamento dei minerali critici affidabili, responsabili, diversificate, resilienti, eque, sostenibili e giuste», e che «preserva pienamente i diritti sovrani» dei Paesi produttori sulle proprie risorse, è il compromesso tra le due letture: la Cina conserva la sovranità sulle sue restrizioni, l’India ottiene che la «diversificazione» sia scritta come obiettivo comune.[33]
Il South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong, ha colto lo scambio con precisione: l’offerta di Xi sull’intelligenza artificiale e l’avvertimento di Modi sui minerali riassumono «un fronte unito contro i dazi americani» e insieme «i limiti evidenti di quell’unità» sul controllo delle risorse.[34] È il paradosso BRICS in una sola pagina: la Cina offre al Sud globale l’IA a codice aperto, i modelli linguistici, le fabbriche intelligenti, e nello stesso tempo controlla la materia prima senza la quale nessuna fabbrica intelligente e nessun centro di calcolo funziona. Offre il software e trattiene l’hardware. L’India lo sa, e lo dice.
Ma il punto merita di essere spinto oltre la cronaca. Nell’ecosistema americano, il controllo della potenza di calcolo, dei modelli e delle infrastrutture satellitari è passato nelle mani di un pugno di attori privati, Palantir, SpaceX, i grandi fondi, che orientano le politiche degli Stati invece di eseguirle. Il paragrafo 81 della Dichiarazione chiede «cooperazione internazionale per accrescere l’accessibilità delle risorse di IA» e un futuro «giusto, equo e prospero per tutti i Paesi, specialmente quelli del Sud globale»; richiama il vertice sull’impatto dell’IA di Nuova Delhi del febbraio 2026 e la Conferenza mondiale sull’IA di Shanghai; impegna i firmatari ad attuare la Dichiarazione dei leader BRICS sulla governance globale dell’IA.[35] Il modello che Xi propone, IA aperta con modelli sviluppati in comune, è l’opposto dichiarato del modello proprietario e militarizzato della Silicon Valley. Ma «aperto» non significa «neutro». Un modello linguistico addestrato a Shenzhen e un modello addestrato a San Francisco incorporano entrambi il senso comune di chi li ha costruiti; e il senso comune, come ricorda Gramsci, è il terreno stesso dell’egemonia. La partita per il Sud globale non è tra IA aperta e IA chiusa. È tra chi avrà la potenza di calcolo per addestrare i propri modelli e chi userà quelli degli altri. Su questo la Dichiarazione chiede «accesso equo», che è il modo diplomatico di ammettere che oggi l’accesso non è equo, neppure dentro i BRICS.
Fuori dalla sala
Mentre a Bharat Mandapam si limava il paragrafo 28, la scacchiera del Golfo si muoveva a una velocità che nessun comunicato può seguire. I fatti della settimana del vertice vanno elencati, perché la loro somma pesa più del testo.
Sul Mar Rosso, Ansarallah ha completato in pochi giorni la conquista dell’intera costa yemenita. L’11 e il 12 settembre il movimento ha preso Mocha, il porto del caffè che fu per secoli lo scalo del Mar Rosso, e l’isola di Mayyun, detta Perim, che sta all’imboccatura di Bab al-Mandab e la divide in due canali. Da Mayyun alla costa africana ci sono venti chilometri. Ansarallah controlla oggi l’intero versante orientale dello stretto attraverso cui passa il traffico tra Suez e l’Oceano Indiano, e ha superato in una settimana le forze sostenute dall’Arabia Saudita che lo presidiavano dal 2018. Un membro dell’ufficio politico del movimento, Hazem al-Assad, ha assicurato che «la libertà di navigazione e il commercio internazionale nel Mar Rosso e a Bab al-Mandab sono sicuri e ordinati»: garanzia che vale finché chi la dà decide che valga. L’Egitto, che secondo Al Jazeera ha perso circa sette miliardi di dollari d’introiti del Canale di Suez tra il 2023 e il 2024, il 60 per cento del totale, e che vede il traffico nel Mar Rosso dimezzato dal 2023, «segue una politica di distanza dall’intervento militare».Più di duemila yemeniti sono fuggiti a Gibuti in ventiquattr’ore.
Sulla penisola arabica, tra il 10 e l’11 settembre, droni partiti dal territorio iracheno hanno colpito le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest, che trasporta il greggio saudita dai giacimenti del Golfo al terminale di Yanbu sul Mar Rosso: l’unica via che permetteva a Riad di aggirare lo Stretto di Hormuz. Riad ha chiuso l’oleodotto «a titolo precauzionale», ha attribuito i droni a milizie irachene allineate con Teheran e si è riservata «tutte le misure necessarie», senza però ritorsioni immediate, su richiesta del primo ministro iracheno; Baghdad ha rimosso un comandante militare della provincia di Maysan dopo aver verificato che i droni erano partiti da lì. Prima della chiusura l’oleodotto muoveva tra i quattro e i cinque milioni di barili al giorno, e l’amministratore delegato di Saudi Aramco lo aveva definito «più efficace dei rilasci delle riserve d’emergenza» nel compensare la chiusura di Hormuz. Il Brent ha superato i cento dollari per la prima volta da mesi e ha chiuso la settimana in rialzo di circa l’8 per cento.
Sullo Stretto di Hormuz, che l’Iran ha bloccato alla fine di marzo, rivendicandone la sovranità, e che una tregua di giugno aveva riaperto per poche settimane prima del crollo del cessate il fuoco in luglio, il traffico è sceso a una decina di navi al giorno contro le centotrenta dell’anteguerra; Teheran annuncia una «zona di esclusione» in cui nessuna nave potrà transitare senza permesso, e chiede il riconoscimento della propria autorità marittima sullo stretto e un risarcimento per i danni economici come precondizione di ogni accordo. Le forze americane hanno distrutto cinque petroliere iraniane legate ai Guardiani della rivoluzione; l’Iran ha risposto con missili balistici contro obiettivi americani in Giordania.
E infine il Bahrein. Il segretario ad interim della Marina degli Stati Uniti, Hung Cao, ha ammesso in un’intervista all’Epoch Times, ripresa dalla stampa americana l’11 settembre, che gli iraniani hanno «fatto saltare in aria il Bahrein» (l’espressione originale è più colorita: «blew the hell out of Bahrain»), che il quartier generale della Quinta Flotta e le infrastrutture della base sono seriamente danneggiati, che le soste delle navi americane sono «significativamente limitate» e che l’equipaggio della portaerei Abraham Lincoln ha perso la possibilità di fermarsi lì.[36] Cao ha detto che una squadra operativa sta valutando se ripristinare e riutilizzare le installazioni mediorientali «dopo la fine del conflitto con l’Iran». Già in agosto, secondo Stars and Stripes, la Marina aveva evacuato circa milletrecento familiari dei militari dal Bahrein, consigliando loro di non tornare presto e di cercare una sistemazione permanente altrove.[37] La Quinta Flotta, ricostituita nel 1995 per presidiare il Golfo, non è oggi in grado di ospitare la propria portaerei nella propria base. È una notizia che in un’altra epoca avrebbe aperto i telegiornali; nell’era della guerra infinita è un’intervista a un sito conservatore, confermata a mezza bocca.
Rimettiamo i fatti in fila accanto al paragrafo 28. Il testo «sottolinea la necessità di lavorare insieme per mantenere il flusso regolare del commercio globale, delle catene di approvvigionamento e dell’energia». Nella settimana in cui è stato firmato, Hormuz è chiuso, l’oleodotto che aggirava Hormuz è chiuso, Bab al-Mandab è nelle mani di un alleato dell’Iran e la base che dovrebbe garantire il «flusso regolare» è inservibile. Lo scarto tra il testo e i fatti non è un difetto del letterario: è la sua condizione. I BRICS chiedono la «massima moderazione» perché non possono chiedere altro senza spaccarsi, e nel frattempo chi guadagna dallo scarto è chiaro. Teheran, che porta a casa la condanna delle sanzioni e negozia lo Stretto da una posizione di forza militare che nessuno le attribuiva sei mesi fa. Pechino, che a Delhi ha invocato ancora una volta la «governance globale» e che dal 2027 scriverà l’agenda del prossimo compromesso, con l’Iran in posizione più forte e gli Emirati in posizione più debole. Mosca, il cui greggio vale cento dollari. E, dall’altra parte, chi perde: gli Emirati, che hanno subito i missili, sospeso i commerci con l’Iran e firmato lo stesso un testo che non lo condanna; l’Arabia Saudita, che ha visto tagliata la sua ultima via d’uscita; l’Europa, che non siede al tavolo e paga il conto dell’energia.
Chi scrive ripete da anni una formula che qualcuno giudica un’iperbole: la guerra è il prodotto, il caos è la materia prima. La settimana di Delhi ne è la dimostrazione contabile. Il disordine del Golfo porta il Brent a cento dollari e finanzia la Russia, consegna a Teheran una posizione negoziale che salda l’asse con Mosca dentro i BRICS, lascia un Occidente distratto, senza energie da spendere sul cantiere finanziario descritto al blocco precedente. Non serve una regia. Basta che ciascun attore faccia il proprio interesse, e il caos premia chi ha imparato a lavorarci dentro.
Bandung, settant’anni dopo
Ridurre Delhi alla cucitura tra il paragrafo 22 e il 28 significa perdere il resto del documento, il dettaglio che spiega dove va il mondo. Bisogna leggere i centoquaranta paragrafi come si legge un bilancio: non nelle voci in evidenza, ma nelle note.
Il paragrafo 16 richiama «la Conferenza afro-asiatica di Bandung del 1955, che proclamò principi generali, tra cui l’uguaglianza, l’indipendenza, il non intervento e il beneficio reciproco», e stabilisce che «lo spirito di Bandung serve da riferimento nella ricerca di un sistema multilaterale più giusto, inclusivo e rappresentativo».[38] È un richiamo che l’India, erede di Nehru, e l’Indonesia, erede di Sukarno, hanno voluto, e che il testo colloca nella sezione sulla governance, non in quella sulla cultura. Settant’anni fa, a Bandung, ventinove Paesi appena usciti dal colonialismo cercavano un’autonomia diplomatica: il diritto di non schierarsi nella guerra fredda. Oggi l’autonomia cercata è di altra natura, finanziaria, tecnologica, cognitiva.
Il paragrafo 10 assume la multipolarità non come aspirazione ma come dato: «nel contesto delle realtà contemporanee del mondo multipolare», i Paesi in via di sviluppo devono «rafforzare i loro sforzi per promuovere il dialogo e le consultazioni per una governance globale più giusta ed equa».[39] La formula è passata inosservata, ma segna un cambio di grammatica: nei testi BRICS di dieci anni fa la multipolarità era un obiettivo da «promuovere»; a Delhi è una «realtà contemporanea» entro cui agire. Il paragrafo 74 riguarda i cavi sottomarini, «fondamento importante per la connettività digitale internazionale e la resilienza delle reti», e dà conto di una squadra operativa che ha concluso un documento intitolato «BRICS Cable Requirements» in vista dello studio di fattibilità tecnica ed economica di «una rete di comunicazione ad alta velocità attraverso cavi sottomarini tra i Paesi BRICS».[40] La quasi totalità del traffico dati intercontinentale passa per cavi sottomarini, e la mappa di quei cavi è la mappa dell’impero anglosassone: approdano in Cornovaglia, in Virginia, a Singapore, e sono intercettabili là dove approdano, come i documenti di Edward Snowden hanno mostrato nel 2013. Una rete propria dei BRICS è la cosa più vicina a una sovranità digitale che un blocco senza Stato possa costruire.
Il paragrafo 77 impegna i firmatari ad «approfondire la cooperazione BRICS verso un ecosistema digitale sovrano e autosufficiente», con un archivio comune di infrastrutture digitali pubbliche e progetti pilota.[41] Il 60 riconosce «l’importanza della continua elaborazione dell’iniziativa per istituire una piattaforma di scambio di cereali all’interno dei BRICS», la Borsa dei cereali BRICS, da estendere «ad altri prodotti agricoli e materie prime».[42] I BRICS producono una parte decisiva del grano, del riso e dei fertilizzanti del mondo; una borsa propria significa un prezzo di riferimento proprio, non quello di Chicago. Il paragrafo 64 rivendica «i principi della neutralità tecnologica» e afferma che «i combustibili fossili continueranno a svolgere un ruolo importante nel mix energetico mondiale, in particolare per i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo»; il 66 mette sullo stesso piano «energia rinnovabile, bioenergia, combustibili fossili, energia nucleare, idroelettrico, idrogeno».[43] Il 108 «si oppone a misure unilaterali, punitive, discriminatorie e protezionistiche non conformi al diritto internazionale, come i meccanismi di adeguamento del carbonio alla frontiera»: il CBAM europeo, entrato in vigore quest’anno, viene bollato in una dichiarazione firmata da undici Paesi come protezionismo travestito da clima.[44] L’Unione europea non è nominata, come non lo sono gli Stati Uniti. La coerenza è perfetta: il testo non nomina mai le potenze che colpiscono; l’unico nome proprio di un aggressore, come si è visto, è quello di Israele in Libano.
E c’è il paragrafo 24, che «esprime allarme per la tendenza attuale che ha visto un aumento critico della spesa militare globale, a scapito di un adeguato finanziamento dello sviluppo dei Paesi in via di sviluppo», e «profonda preoccupazione per i tentativi di collegare la sicurezza all’agenda del cambiamento climatico».[45] È una frase che andrebbe letta nelle capitali europee, dove il riarmo è diventato l’unico programma politico condiviso e dove il clima è stato riclassificato come questione di sicurezza per poterlo finanziare con gli stessi strumenti.
Che cosa lega questi paragrafi? Il filo è che a ridistribuirsi non è solo la potenza degli Stati, ma il controllo delle infrastrutture e degli standard. Chi decide su quale cavo passano i dati, in quale borsa si fissa il prezzo del grano, con quale sistema di messaggistica si muove il denaro, quale principio (neutralità o transizione) governa l’energia, sta decidendo il nomos del mondo che viene, per usare la categoria con cui Carl Schmitt descrisse l’ordine spaziale che ogni epoca si dà appropriandosi della terra e dividendola.[46] Il nomos del secondo dopoguerra era americano perché lo erano le tubature: Bretton Woods, SWIFT, i cavi, il dollaro come unità di conto del petrolio. La Dichiarazione di Delhi non contesta quel nomos nelle sue dichiarazioni di principio, che anzi ripete: ONU, diritto internazionale, multilateralismo. Lo contesta nelle tubature. Ed è per questo che il testo può permettersi di non nominare nessuno: non sta accusando, sta costruendo.
Vale qui il richiamo alla tradizione italiana. Quando Enrico Mattei, negli anni Cinquanta, offrì all’Iran e all’Egitto contratti che rovesciavano la formula del «fifty-fifty» imposta dalle Sette Sorelle, riconoscendo ai Paesi produttori il 75 per cento dei proventi, non stava facendo una dichiarazione di principio contro l’imperialismo petrolifero: stava cambiando le tubature del sistema, e per questo era pericoloso.[47] Quando Aldo Moro, negli anni Settanta, teorizzava l’apertura italiana ai non allineati e al mondo arabo-palestinese, non contestava l’alleanza atlantica nelle sue dichiarazioni: la aggirava nella pratica del Mediterraneo. La lezione di Bandung, che l’Italia democristiana e laica di quegli anni aveva capito meglio di quanto oggi si ricordi, era che l’autonomia si conquista con le infrastrutture, non con i comunicati. I BRICS di Delhi la applicano su scala planetaria, con la stessa prudenza lessicale e con una forza materiale che Mattei non aveva.
Giulietto Chiesa sosteneva fin dai primi anni Dieci che il passaggio alla multipolarità sarebbe stato il fatto dominante del secolo, ma che non sarebbe stato né lineare né pacifico, perché il centro dell’impero non avrebbe accettato di ridursi senza combattere; e che il compito dell’informazione indipendente era misurare quel passaggio sui fatti materiali, non sulle narrazioni, dell’una e dell’altra parte.[48] Delhi gli dà ragione due volte: il passaggio è in corso ed è accompagnato da una guerra.
Giovanni Arrighi, che studiò i cicli sistemici di accumulazione dal Quattrocento genovese al Novecento americano, aveva ipotizzato che l’egemonia statunitense sarebbe entrata nella sua fase di «espansione finanziaria» terminale, come le egemonie olandese e britannica prima di lei, e che il centro successivo sarebbe stato asiatico, ma non aveva escluso che il passaggio potesse produrre un lungo caos sistemico invece di un nuovo ordine.[49] Delhi sta esattamente su quel crinale. Il cantiere delle tubature è la versione ordinata del passaggio; il Golfo in fiamme è la versione caotica. Le due versioni corrono in parallelo, e nessuno può dire oggi quale delle due arriverà prima al traguardo.
L’Europa che non c’è
Manca un attore in tutto questo racconto e la sua assenza è il dato più italiano del vertice. L’Europa non siede al tavolo di Delhi, non è nominata nel testo e non ha una politica verso il blocco che rappresenta la metà dell’umanità. Eppure di tutti i firmatari del paragrafo 22 e del paragrafo 108, è l’Unione europea il soggetto più esposto a ciò che vi è scritto.
Il paragrafo 22 condanna le sanzioni «non autorizzate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite»: i successivi pacchetti di sanzioni europee contro la Russia rientrano per intero in questa definizione, e il seminario BRICS sui depositi titoli, di cui al paragrafo 94, ha come oggetto implicito le riserve russe immobilizzate a Bruxelles, che l’Unione discute da due anni se confiscare.[50] Il paragrafo 108 bolla come «protezionismo» il meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera, che è una creatura esclusivamente europea, entrata nella fase definitiva il 1° gennaio 2026 e destinata a colpire prima di tutto l’acciaio, l’alluminio, i fertilizzanti e il cemento che arrivano dall’India, dalla Cina, dall’Egitto e dalla Turchia.[51] Il paragrafo 24, con il suo «allarme» per l’aumento «critico» della spesa militare «a scapito» dello sviluppo, descrive esattamente la scelta compiuta dai Paesi NATO all’Aja nel giugno 2025, quando hanno fissato al 5 per cento del prodotto interno lordo l’obiettivo di spesa per la difesa entro il 2035.[52] Dieci Paesi che rappresentano il 40 per cento dell’economia mondiale hanno scritto, senza nominarle, che la politica commerciale, la politica sanzionatoria e la politica di sicurezza dell’Unione europea sono contrarie al diritto internazionale o allo sviluppo. Nessuna cancelleria europea ha commentato.
L’Italia meriterebbe un capitolo a parte; qui bastano tre osservazioni. La prima riguarda l’energia. L’Italia è, tra i grandi Paesi europei, il più dipendente dal gas importato e il più esposto al Mediterraneo orientale e al Golfo: la chiusura di Hormuz e il rischio su Bab al-Mandab, che è la porta di Suez, sono per Roma un problema di bilancio prima ancora che di politica estera, e il Brent a cento dollari lo dimostra ogni mattina alla pompa. La seconda riguarda le basi. La Quinta Flotta fuori uso a Manama e la Sesta Flotta a Napoli, Sigonella come piattaforma logistica per il Medio Oriente, il rischio che la guerra con l’Iran trasformi il territorio italiano in retrovia attiva: sono questioni che a Delhi non si sono discusse, ma che il paragrafo 28, con il suo invito a «evitare azioni che possano aggravare ulteriormente la situazione», riguarda da vicino.[53] La terza riguarda il nome. Il governo italiano ha intitolato a Enrico Mattei il proprio piano per l’Africa, e il paragrafo 16 della Dichiarazione BRICS rivendica Bandung; i due richiami guardano allo stesso decennio, gli anni Cinquanta, e alla stessa intuizione, che l’autonomia dei Paesi decolonizzati e l’autonomia dell’Italia nel Mediterraneo fossero la stessa partita.[54] La differenza è che i BRICS ne hanno tratto un programma d’infrastrutture e l’Italia un nome. Mattei, con il 75 per cento all’Iran, cambiò il sistema. Un piano che porta il suo nome e che opera dentro il perimetro delle sanzioni, del CBAM e del 5 per cento in difesa non può cambiare nulla, per definizione: può solo amministrare, con maggiore o minore grazia, una subordinazione decisa altrove.
Bettino Craxi, a Sigonella, nell’ottobre 1985, fece un gesto che oggi appare inconcepibile: oppose la giurisdizione italiana alla forza americana su una pista italiana, e vinse.[55] Non era antiamericanismo: era la convinzione che un alleato è tale se conserva una sovranità da mettere sul tavolo. La Dichiarazione di Delhi, letta da Roma, pone la stessa domanda in forma rovesciata. I BRICS hanno costruito, con tutte le loro contraddizioni, un luogo in cui dieci Paesi che non sono d’accordo su nulla possono negoziare fino alle quattro del mattino e firmare un testo che ciascuno interpreta come vuole. L’Europa ha costruito un luogo in cui ventisette Paesi che si dicono d’accordo su tutto non possono negoziare nulla che non sia già stato deciso dall’alleato maggiore. Delle due geometrie, quella variabile e quella fissa, non è affatto ovvio quale sia la più fragile. E per l’Italia, che in quella geometria fissa è la periferia meridionale, la lezione di Delhi è che la sovranità torna a essere una merce scambiata sui tavoli internazionali: chi non la porta al tavolo, non partecipa alla trattativa.
La prova del 2027
Torniamo alla domanda da cui siamo partiti: che cosa hanno firmato, a Delhi, dieci Paesi che sulla guerra non sono d’accordo? Un metodo. La geometria variabile, che nel lessico europeo indica il fallimento dell’integrazione, nel dizionario BRICS ne è la condizione. Nessuno è obbligato a tutto; ciascuno aderisce a ciò che gli serve; il testo registra le adesioni e ne chiama unanimità il totale. L’India firma le sanzioni secondarie ma non la condanna di Washington; gli Emirati firmano la Palestina ma non quella di Israele; l’Iran firma la «massima moderazione» ma incassa il paragrafo 29; la Russia firma tutto e porta a casa la finanza; la Cina firma tutto e detta l’agenda. Il Brasile, assente, firma per delega e ottiene che di moneta non si parli. È una sommatoria, non una sintesi. Ma le istituzioni nascono spesso così, per somma di interessi prima che per condivisione di principi, e la storia dell’integrazione europea, dal carbone e dall’acciaio in poi, dovrebbe insegnarlo a chi oggi la usa come metro per giudicare i BRICS.
Antonio Gramsci, nel terzo dei Quaderni del carcere, scrisse una frase che da un decennio viene citata a ogni crisi e che qui va citata per intero, perché la seconda metà conta più della prima: «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».[56] Delhi è un documento dell’interregno. Il vecchio, l’ordine unipolare fondato sul dollaro, sullo SWIFT e sulla Quinta Flotta, muore a vista, e la base di Manama fuori uso ne è la fotografia più cruda. Il nuovo non può nascere, perché i suoi costruttori non sono d’accordo su nulla che riguardi la guerra, e perché la Cina che dovrebbe guidarlo è la stessa che trattiene le terre rare. I fenomeni morbosi sono tutt’intorno: uno stretto chiuso, un oleodotto colpito, un movimento yemenita che controlla l’altro stretto, un prezzo del petrolio che premia chi fa la guerra. Gramsci non offriva consolazioni: descriveva. Ma in un altro passo, quello sulla «guerra di posizione», offriva una chiave che a Delhi torna utile. Nelle società complesse, scriveva, la conquista del potere non avviene con l’assalto frontale, la «guerra di movimento», ma con la lenta occupazione delle trincee e delle casematte della società civile, la «guerra di posizione», che richiede «una concentrazione inaudita dell’egemonia».[57] Trasposta dalla lotta di classe alla contesa tra blocchi, con la cautela che i tempi impongono, la categoria illumina il metodo BRICS meglio di ogni altra. Sul comunicato, che è il campo aperto, il blocco non attacca. Sulle tubature, che sono le trincee, avanza a ogni vertice di qualche metro.
Il rischio di questo metodo è noto, ed è lo stesso che Gramsci individuava nella «rivoluzione passiva»: che la trasformazione avvenga dall’alto, senza mai diventare progetto condiviso, e che i sottalterni, i Paesi che nel gruppo non contano, l’Etiopia, l’Egitto indebitato, i partners africani, restino spettatori di un’egemonia che cambia mano senza cambiare natura. Il Sud globale che Modi vuole far sedere «in prima fila» rischia di trovarsi davanti a guardare Cina e Russia scrivere le regole al posto degli Stati Uniti. L’India lo sa: il suo avvertimento sui minerali e la sua insistenza sulla «tabella di marcia della riforma» sono il tentativo d’impedire che la geometria variabile diventi una geometria a due. Se ci riuscirà, i BRICS saranno davvero un’altra cosa rispetto a un G7 con altri membri. Se non ci riuscirà, saranno la coalizione di Brzezinski con un’appendice.
La verifica non è lontana, e ha una sede. La presidenza cinese del 2027 e il diciannovesimo vertice, in una città che Pechino non ha ancora annunciato, diranno quanti dei paragrafi condizionali di Delhi saranno diventati indicativi. Se la squadra operativa sui pagamenti avrà un protocollo, se lo studio di fattibilità sui cavi sarà diventato un tracciato, se la Borsa dei cereali avrà un primo contratto, se la comunità per l’IA aperta avrà un primo modello addestrato su calcolo non occidentale, allora Delhi sarà ricordata come il vertice in cui il blocco storico ha smesso di essere una metafora. Se invece i paragrafi resteranno cartacei, Delhi sarà ricordata per quello che la stampa anglosassone ha visto: un comunicato lungo, unanime e vuoto, firmato mentre il Golfo bruciava.
Chi scrive scommette sulla prima ipotesi, per una ragione che non ha a che fare con le simpatie e che è stata argomentata in queste pagine: le tubature, una volta posate, restano. Un sistema di messaggistica interoperabile, un deposito titoli, una rete di cavi, un prezzo di riferimento del grano non si smontano con un cambio di governo o con un dazio. Sono la forma che la sovranità assume quando non può più essere militare. Sono, per il Sud globale, ciò che il settantacinque per cento di Mattei fu per l’Iran e per l’Egitto: non una vittoria, ma la condizione per poterne ottenere una. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la sovranità, quando non la si difende, è la merce: a Delhi, per una volta, dieci Paesi hanno provato a non venderla, ciascuno alle proprie condizioni. È meno di un’alleanza. È più di un comunicato. È, per ora, tutto ciò che la fase storica consente, e la fase storica, come sempre, si giudicherà dai fatti materiali. L’appuntamento è in Cina, tra dodici mesi, con la calcolatrice in mano.
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/09/15/brics-unanimita-a-geometrie-variabili/





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