Il mondo questa settimana: vertice Brics in India, (non) fermare l’Ai, elezioni in Russia e Svezia, Usa in cerca di navi, il Sahel in ebollizione
da LIMES (Autori vari)
Il riassunto geopolitico degli ultimi sette giorni (18 settembre, h 17:58)
L’India e l’arte di stare nel mezzo
di Lorenzo Di Muro

Il vertice Brics tenutosi nella capitale indiana ha dato al governo di Narendra Modi i frutti sperati.
Primo, evitare la progressiva trasfigurazione del forum – segnato da sostanziali faglie geopolitiche tra paesi membri – in un megafono anti-occidentale o anti-Usa. Secondo, proiettare l’immagine di un’India voce del “Sud Globale” e al contempo ponte con gli occidentali, alimentando la retorica del “mondo come una famiglia” (Vasudhaiva Kutumbakam) con Delhi quale suo guru. Terzo, “democratizzare” ovvero riformare – non rivoluzionare – l’ordine mondiale dominato dal Primo Mondo.
Delhi lo ha messo in chiaro in tutte le salse: l’India non è un paese occidentale, ma nemmeno anti-occidentale come, con gradazioni diverse, Cina e Russia. Certo è stato diramato un (corposo) comunicato congiunto e gli indiani sono riusciti a far sedere allo stesso tavolo i leader di Iran, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Ma non si è andati oltre le “profonde preoccupazioni” per la guerra in Medio Oriente e non è stato menzionato direttamente alcun attore coinvolto nel conflitto, mentre è stato ribadito il sostegno alla (oramai fantapolitica) “soluzione dei due Stati”.
Analogamente, nonostante le critiche ai dazi e alle misure protezionistiche unilaterali di non meglio precisati paesi, cioè degli Stati Uniti, non è stato inserito alcun riferimento alla famigerata (o famosa, a seconda della longitudine) dedollarizzazione del sistema internazionale. Tradotto: Delhi è favorevole all’uso delle valute nazionali per le transazioni bilaterali, non a fare della moneta della sua principale minaccia strategica, la Cina, il nuovo biglietto verde. Il faccia a faccia tra Modi e Xi Jinping, che mancava in India da sette anni, da quando truppe indiane e cinesi si sono scontrate ai confini contesi, non cancella la rivalità strutturale tra i due giganti asiatici. Punta piuttosto a stabilizzare una relazione di cui gli indiani hanno bisogno in chiave anzitutto economica.
In sostanza: il vertice è servito a Modi per alimentare la sua geopolitica “multivettoriale” improntata alla diversificazione dei rapporti internazionali, evitare una deriva anti-occidentale dei Brics e acquisire potere negoziale nei riguardi degli Usa, che insieme al resto del Primo Mondo restano nevralgici per la rincorsa indiana.
Per approfondire: Modiche ambizioni – L’economia dell’India
Perché Amodei chiede di rallentare sull’AI
di Giuseppe De Ruvo
Il 12 settembre, Dario Amodei – capo di Anthropic – ha pubblicato sul suo blog un lungo articolo dal titolo “We must pace the frontier”, generando un enorme dibattito circa i rischi apocalittici dell’intelligenza artificiale (Ai).
La tesi di Amodei è semplice: lo sviluppo dell’Ai è oramai fuori controllo. I processi di autoapprendimento ricorsivo (sostanzialmente: intelligenze artificiali che programmano intelligenze artificiali ancora più potenti) accelerano il ritmo del progresso tecnico senza che gli esseri umani siano in grado di comprendere cosa le macchine fanno. Anche perché, nota Amodei ricordando il recente attacco portato da agenti artificiali di OpenAi ad Hugging Face, le Ai sanno oramai coordinarsi e ingannare gli umani, agendo come un “collettivo di fanatici”.
Dunque, conclude Amodei, bisogna rallentare. Per capire come le macchine pensano. E per evitare che qualcuno – o qualcosa – le usi per produrre armi biologiche o chissà quale altra diavoleria. Ma cosa significa “rallentare”? …
Continua a leggere: A che ora è la fine del mondo?
La Duma si rinnova
di Orietta Moscatelli
La Russia vota dal 18 al 20 settembre per rinnovare la Duma di Stato, la camera bassa del parlamento: il risultato è previsto e confezionato, ma dal pacchetto preparato dal Cremlino potrebbero spuntare sorprese, anche poco gradite, e indicative di come si muove il paese. L’elezione è pensata come un plebiscito controllato per il partito Russia unita, da tradurre in adesione alla linea ufficiale, a cominciare dalla guerra in Ucraina. La prima incognita riguarda la richiesta di pace, se emergerà e in quali forme e misure.
L’opposizione in esilio chiede di votare per chiunque non sia Russia unita a vantaggio dunque della cosiddetta opposizione sistemica, quindi il Partito comunista di Zjuganov, i Liberaldemocratici che in realtà sono i nazionalisti della prima ora, Russia giusta (la sinistra patriottica), Nuova gente per i più giovani. Invita invece a rendere nulla la scheda Jabloko, “la Mela” che un tempo rappresentava la compagine liberal, esclusa dalle liste federali perché dichiaratamente contro la guerra.
Sono le prime elezioni legislative dal febbraio 2022 e si vota nei territori ucraini dichiarati annessi, ovvero in quel 20% di Ucraina che Mosca controlla. Il sistema può contare su regioni periferiche — Sud, Caucaso, zone agricole — che con un’affluenza tradizionalmente molto alta e molto pilotata dai poteri locali producono il 40 % delle schede pur rappresentando meno di un terzo della popolazione. Le grandi città restano poco controllabili così come le regioni più povere quali Tuva, Buriazia e Altaj, quelle che inviano più volontari al fronte e accumulano problemi di bilancio. Il voto serve poi a verificare il consenso alle élite e in ultima istanza a Vladimir Putin. E c’è la questione dei reduci, promessi come nuova classe dirigente. Si prevede che ne verranno eletti solo una cinquantina, anche questo da programma.
Resta che le elezioni in Russia non sono un esercizio di reale democrazia: in tal senso il termine “farsa” è appropriato. Sono una verifica del funzionamento e della tenuta del sistema, anche dei singoli gruppi di potere. Il risultato è sempre modificabile a urne chiuse, tuttavia se si deve ricorrere ai brogli significa che l’esercitazione è andata male, e le conseguenze andranno gestite in una fase a dir poco delicata. La guerra ancora in corso richiede una narrazione di vittoria dai contorni sempre più sfuggenti, l’economia è in sofferenza e la società accusa una stanchezza crescente.
Per approfondire: I nuovi russi tra ragione e sentimento
Elezioni in Svezia
di Roger Anton Calvello
La Svezia ha votato. E nel farlo, ha illuminato per un attimo come la massiccia immigrazione stia cambiando la società, a un punto tale da poter impattare sull’identità della nazione, dunque sulla sua traiettoria.
(…) Tra i grandi sconfitti ci sono proprio i socialdemocratici, però. Con il 28% dei voti ottengono il peggior risultato della loro storia e per la seconda volta dall’introduzione del suffragio universale scendono sotto il 30% (era già accaduto nel 2018), cedendo voti sia verso sinistra sia verso il centro.
I Democratici svedesi (Sd) – il partito più a destra dell’arco parlamentare – hanno perso ancora più terreno, passando dal 20,6% al 17,5%. Moderaterna (I moderati), tradizionale leader dell’area, tornano così il primo partito della destra. Sd è una formazione relativamente nuova nel panorama politico, entrata in parlamento per la prima volta nel 2010 e cresciuta grazie a un programma che fa perno sull’ostilità all’immigrazione e sulle questioni “legge e ordine”, senza però rinunciare allo Stato sociale. E in effetti sui primi due temi Sd è riuscita ad avere una forte influenza in questa legislatura, durante la quale ha svolto il ruolo di appoggio esterno al governo.
Su entrambi i partiti è pesata l’immigrazione, per motivi diversi…Continua a leggere: Perché le elezioni svelano una faglia cruciale per la Svezia

Carta di Laura Canali – 2025
Washington cerca navi e alleati
di Paolo Lolli
Secondo Nikkei Asia, gli Stati Uniti stanno studiando una strategia su due piani per colmare il deficit della propria cantieristica navale. Nell’immediato Washington sta valutando l’acquisto di navi da guerra costruite all’estero per ridurre il divario tra le esigenze della U.S. Navy e la capacità dei propri cantieri, coinvolgendo Corea del Sud, il Giappone e la Turchia; nel medio-lungo periodo, invece, punta a coinvolgere altri paesi nella ricostruzione della propria base industriale navale, portando sul territorio americano competenze, tecnologie e capitali. La Corea del Sud è già il caso più avanzato. Washington ha autorizzato Seoul a sviluppare sottomarini a propulsione nucleare con assistenza americana, sebbene il governo sudcoreano sostenga che saranno realizzati in Asia.
L’iniziativa va letta insieme al memorandum della Casa Bianca del 13 agosto sulla ricostruzione della Marina militare e della base industriale navale americana. Il documento prende atto di una crisi che riguarda non soltanto i cantieri militari (alle prese con carenza di manodopera specializzata, ritardi e capacità insufficiente) ma anche quelli commerciali. Nel 2024 Cina, Corea del Sud e Giappone hanno rappresentato insieme il 95,15% del tonnellaggio commerciale costruito nel mondo (rispettivamente il 54,57%, il 28,02% e il 12,56%). Gli Stati Uniti si sono fermati allo 0,04%.
Il dato riguarda la cantieristica civile, non quella militare, ma fotografa la profondità del vuoto industriale americano. Per questo Washington non punta soltanto a importare navi, ma interi ecosistemi produttivi. Il memorandum è quindi volto ad attirare investimenti e competenze straniere negli Stati Uniti per ricostruire una filiera nazionale. Gli acquisti esteri servirebbero invece a colmare le lacune immediate.
Una Marina globale deve poter costruire, riparare e sostituire le proprie unità. La ricerca di partner stranieri diventa così parte della risposta a una vulnerabilità strutturale, mentre la Cina dispone della maggiore capacità cantieristica commerciale del mondo. Seoul e Tokyo partono da una posizione di vantaggio. Ankara ha sviluppato una significativa capacità nella cantieristica militare, ma rispetto ai due colossi asiatici è indietro.
E l’Italia? Per Roma l’apertura americana rappresenta un’opportunità, ma anche il rischio di arrivare tardi. Fincantieri è già presente negli Stati Uniti e nel 2026 ha ottenuto dalla U.S. Navy il primo contratto per il programma Landing Ship Medium. Esiste però anche il precedente delle fregate classe Constellation, basate sul progetto italiano Fremm. Nel 2025 l’ordine di quattro unità fu cancellato dopo modifiche progettuali e ritardi.
Per Washington, dunque, la scelta non riguarderà soltanto le navi, ma il tipo di industria che i partner stranieri saranno in grado di esportare sul territorio americano. La finestra per l’Italia resta aperta, ma Roma dovrà mettere a sistema le proprie capacità industriali, presentare un progetto concreto e, soprattutto, avere chiaro cosa chiedere in cambio.
Per approfondire: Nel nome del mare: come rifondare i rapporti Usa-Italia

Carta di Laura Canali – 2025
Sahel tra guerra e diplomazia
di Luciano Pollichieni
Per quanto in maniera rocambolesca e surreale, nel Sahel potrebbe essersi aperta la stagione della diplomazia.
Le dichiarazioni del portavoce del Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla), Mohamed Elmaouloud Ramadane, confermano la tendenza al dialogo o alla mediazione politica con i gruppi jihadisti locali. Ramadane ha auspicato l’apertura di un negoziato con il governo del Mali, con la mediazione della Turchia, e confermato trattative “non politiche e occasionali” con i russi dell’Africa Corps.
Non c’era del resto bisogno delle sue dichiarazioni per cogliere una dinamica ormai evidente: da mesi (anni?) assistiamo in tutto il Sahel occidentale a improvvisi rilasci di prigionieri, spesso nell’ordine delle centinaia, in cambio della fine degli assedi e del ripristino della libera circolazione.
L’elemento interessante è che, aprendo alla mediazione turca e confermando i contatti con i russi, una parte dell’insurrezione non jihadista sta cercando di adattarsi a un sistema di potere profondamente mutato negli ultimi cinque anni, tra l’uscita di scena della Francia, l’arrivo della Russia e la nascita dell’Alleanza degli Stati del Sahel. Sicuramente le recenti vittorie militari contro i russi e l’esercito del Mali hanno galvanizzato il fronte dell’insurrezione, spingendolo ad aprire esplicitamente alla negoziazione politica, anche per vincere le reticenze del governo di Bamako.
Resta però complessa la sostenibilità dell’alleanza tra l’Fla e il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Jnim). Ramadane ha sottolineato come qualsiasi processo di pace credibile dovrebbe includere anche il Jnim. Tuttavia, nelle ultime settimane sono emersi malumori tra i quadri dell’Fla. Il timore è che l’alleanza, militarmente conveniente, possa essere utilizzata dai vertici dei due gruppi per perseguire agende personali e familistiche, fino a favorire la confluenza dell’Fla nel Jnim.
L’apertura di Ramadane sarà quindi osservata con attenzione a Bamako, anche perché appare funzionale agli interessi di Ankara e Mosca. La Turchia potrebbe capitalizzare sulle difficoltà dell’Africa Corps sul piano securitario, soprattutto dopo gli attacchi del 25 aprile, proponendosi come mediatrice tra insorti e governo e consolidando così la propria influenza nell’Africa occidentale.
Per Mosca, invece, le dichiarazioni di Ramadane confermano i limiti dell’approccio esclusivamente militare. Al netto di interventi mirati, come avvenuto durante il recente tentato golpe in Niger, le capacità dell’Africa Corps di modificare gli equilibri regionali sembrano limitate. Da qui l’interesse russo a costruire nuovi equilibri di potere, anche attraverso la mediazione tra Stati, come Algeria e Mali, e il possibile sostegno al dialogo tra insorti e governi.
Per approfondire: L’offensiva jihadista in Mali rimescola le carte nel Sahel

Carta di Laura Canali – 2023





Commenti recenti