Yemen: la difficile riconquista dei territori al nord e la reazione della coalizione al sud
da TERMOMETRO GEOPOLITICO (Filippo Bovo)

Direi, guardando l’espansione di Ansar Allah nel governatorato di Taiz (il più popoloso del paese, con 4,1 milioni di abitanti contro i 3,3 delle aree amministrative di Sana’a), a cui presumibilmente poi seguirà il concentrarsi su Marib (dove le trattative tra capi tribali e FFAA yemenite del sud, legate agli islamisti di Islah, sono sfociate in scontri tra la popolazione favorevole all’entrata di Ansar Allah e i miliziani, i cui capi hanno comunque cominciato a fuggire coi loro beni), che a Sana’a non disdegnino l’idea, peraltro sempre esistita sin dalla rottura lo scorso luglio della vecchia tregua del 2022, di poter imporre un nuovo accordo, eventualmente benedetto da un referendum, per un nuovo e differente processo d’unificazione da quello che nel 1990 portò Yemen del Nord e del Sud a riunirsi in un solo Stato. Del resto, il fallimento di quell’esperienza unitaria è di monito a non ripeterla nelle medesime vesti, oltretutto oggi impossibili, dato il cambiamento degli attori in gioco a Nord come a Sud.
Dunque, un nuovo accordo, ma con ben differenti posizioni di forza rispetto a quelle già non trascurabili del 2022. Magari un sistema federale, che veda il Nord sotto prevalente governo di Ansar Allah ed alleati (nella loro compagine governativa, il Consiglio Politico Supremo, sono infatti presenti anche sunniti e laici: cosa del resto comprensibile, considerando che nel Nord vive dal 70 all’80% della popolazione, circa 29-33 milioni in base alle varie stime, mentre al Sud ve ne è dal 20% al 30%, ovvero 9-13 milioni sempre in base ai dati circolanti), e il Sud delle compagini politiche e militari che sin qui hanno formato il Consiglio Presidenziale di Guida (magari non dopo qualche ricomposizione, visto che una parte degli islamisti potrebbero ad esempio subire un’estromissione o quantomeno una perdita d’influenza a seguito dell’espulsione dalle aree in cui erano dominanti: Taiz, che la diramazione locale dei Fratelli Musulmani, Islah, aveva eretto a proprio santuario, potrebbe impattare sulle sue sorti, e non diversamente si potrebbe dire per altri gruppi ancora: ma saranno intrecci in parte dipendenti da Riyad, in parte da Adu Dhabi – molto più presente negli odierni fatti yemeniti di quanto dia a vedere – e, in parte, dalle dinamiche belliche interne).
Completate e consolidate le operazioni nel governatorato di Taiz, Ansar Allah concentrerà dunque la sua azione su Marib, dove non a caso già sta intensificando la sua pressione, avanzando malgrado i tentativi aerei sauditi di frenarne la penetrazione nell’area. Marib è un altro governatorato a dir poco strategico, ed una sua conquista può ulteriormente elevare il potere negoziale di Ansar Allah: non solo perché a quel punto avrebbe di fatto preso possesso di tutti i territori del vecchio Yemen del Nord pre-unitario, ma anche perché con un simile presidio potrebbe ulteriormente scegliere d’avanzare, con una minaccia militare a Riyad e alle autorità del Sud che ancor più potrebbe suggerire loro d’implorare accordi immediati, umilianti ma pur sempre “salvifici”. Nulla più gli impedirebbe, una volta presa Marib e liberato il resto del suo governatorato, di concentrarsi su Aden, capitale del Consiglio Presidenziale di Guida. Più tempo sarà lasciato sfuggire, più s’incrementerà il potere negoziale di Ansar Allah e più s’indebolirà quello di Aden e Riyad: conseguentemente, tutto potrà decidersi anche nell’arco di pochi giorni, considerando le dinamiche del conflitto portato avanti da Sana’a tanto contro le forze del Sud quanto contro Riyad. Non va infatti dimenticato che Ansar Allah, in tutta questa partita, combatte su due fronti: uno interno, contro il Consiglio Presidenziale di Guida supportato da Riyad, e uno contro Riyad stessa, a cui rifila frequenti ed efficaci rappresaglie nel suo territorio. Ma combatte avanzando.
Considerando che una parte della popolazione del Sud non è del tutto favorevole ad una riunificazione politica col Nord in termini paragonabili al 1990, come suggerito anche dal vissuto storico, i margini per un accordo che possa un indomani riunire lo Yemen secondo un approccio federale o confederale, in grado di dare a tutte le sue componenti una soddisfacente rappresentanza nelle sue istituzioni, appare il più serio e praticabile. Ansar Allah e gli sciiti yemeniti (il paese è all’incirca al 47% sciita e al 53% sunnita), dopotutto, hanno sin qui combattuto per vedersi riconoscere un loro diritto ad esistere in una terra che non è soltanto di altri.
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