L’AIPAC all’assalto delle elezioni USA: 67 milioni contro i candidati critici di Israele
di L’INDIPENDENTE (Enrica Perrucchietti)

Sessantasette milioni di dollari per decidere chi può entrare al Congresso e chi deve essere fermato. In vista delle elezioni di MidTerm del 3 novembre, la rete di comitati legati all’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) ha già speso 67,2 milioni di dollari, più del doppio dei 29,3 milioni investiti nel ciclo 2021-2022. Il bersaglio sono soprattutto i candidati democratici progressisti che denunciano l’occupazione dei territori palestinesi, l’intensificarsi degli attacchi dei coloni in Cisgiordania, il genocidio a Gaza o l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti a Israele. Una campagna gigantesca, finanziata da una ristretta cerchia di miliardari, che interviene nelle primarie e nelle elezioni generali senza rivelare agli elettori il vero obiettivo dell’offensiva: nella quasi totalità degli spot finanziati dalla lobby, infatti, Israele non viene neppure nominato.
La rete si muove attraverso due organismi direttamente riconducibili all’AIPAC e un comitato politicamente allineato. L’AIPAC PAC raccoglie fondi entro il limite federale di 5.000 dollari per ciascuna elezione e li versa direttamente ai candidati considerati affidabili. Lo United Democracy Project, il Super PAC dell’organizzazione, può invece spendere somme pressoché illimitate in campagne formalmente indipendenti e nel ciclo elettorale 2025-2026 aveva raccolto circa 104 milioni di dollari alla fine di giugno. Su un piano distinto opera il Democratic Majority for Israel PAC, formalmente autonomo dall’AIPAC ma schierato sulle stesse posizioni e concentrato sulle competizioni interne al Partito democratico. Il meccanismo è semplice, ma studiato per occultare agli elettori il vero obiettivo delle campagne. In numerose competizioni, contro candidati che criticano Netanyahu, chiedono di sospendere l’invio di armi a Israele o difendono i diritti dei palestinesi, l’AIPAC e i comitati della sua rete hanno finanziato massicce campagne pubblicitarie attraverso spot televisivi, volantini elettorali e inserzioni sui social. Il pubblico, però, non viene messo nelle condizioni di comprendere il legame tra quegli attacchi e le posizioni dei candidati su Israele. I messaggi colpiscono i candidati su questioni interne, dalla sanità alla criminalità, nascondendo il vero movente dell’offensiva: punire chi si discosta dalla linea filoisraeliana.
Il banco di prova più clamoroso è stato il Michigan, che ospita una delle più numerose comunità arabo-americane degli Stati Uniti. Qui, il Super PAC dell’AIPAC ha speso 31,7 milioni di dollari, il maggiore investimento mai effettuato dall’organizzazione in una singola competizione, per sostenere la deputata moderata Haley Stevens e fermare Abdul El-Sayed, medico ed epidemiologo apertamente critico verso la condotta israeliana a Gaza. Nonostante l’enorme squilibrio di risorse, El-Sayed ha vinto le primarie. Operazioni analoghe, condotte direttamente dall’United Democracy Project o da Super PAC finanziati dalla stessa rete, hanno colpito Aisha Wahab in California e Melat Kiros in Colorado, entrambe critiche verso la politica israeliana. Persino Haaretz ha parlato della crescente «tossicità» dell’organizzazione nella politica americana. In alcuni casi, il fiume di denaro riversato contro un candidato può finire per accreditarlo come indipendente dai grandi interessi e rafforzarne il consenso.
Ad alimentare questa potenza di fuoco è una cerchia ristretta che riunisce Wall Street, Silicon Valley, industria dell’intrattenimento, petrolio e grandi dinastie finanziarie. Tra i maggiori donatori figurano Paul Singer, fondatore di Elliott Management, che nel ciclo elettorale in corso ha speso complessivamente almeno 52,5 milioni di dollari sostenendo candidati repubblicani; Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management; il magnate Haim Saban; il cofondatore di WhatsApp Jan Koum e Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e finanziatore di organizzazioni legate a Israele. Quest’ultimo ha vietato a Macklemore di esibirsi al Gillette Stadium dopo che il rapper aveva gridato «Free Palestine» durante una precedente tappa del tour di Ed Sheeran. Proprio la famiglia Kraft, attraverso numerosi contributi, ha destinato diversi milioni ai tre principali comitati della rete. Completano il quadro le eredi e le rappresentanti di grandi patrimoni: Stacy Schusterman, proveniente dall’impero energetico di famiglia, insieme alla madre ha donato 4,675 milioni di dollari al Democratic Majority for Israel PAC; Deborah Simon, della famiglia che possiede gli Indiana Pacers, ne ha versati 3,5 milioni dal 2024.
Il punto, dunque, non è soltanto quanto denaro l’AIPAC abbia riversato nella campagna elettorale, ma quanto potere una ristretta cerchia di miliardari possa esercitare sulla composizione del Congresso. Non serve comprare direttamente i voti: basta spendere senza limiti per favorire i candidati più fedeli, travolgere di pubblicità quelli sgraditi in modo da trasformare la critica a Israele in un costo politico. I 67,2 milioni già spesi serviranno a misurare la tenuta di questo sistema. Potrebbero piegare ancora una volta il voto alle esigenze della lobby, oppure, produrre l’effetto contrario, mostrando agli elettori ciò che le campagne pubblicitarie cercano di nascondere: chiunque metta in discussione l’appoggio incondizionato a Israele deve essere fermato prima che possa entrare al Congresso.





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