Venezuela: tassello della competizione geopolitica contemporanea
di LA FIONDA (Mauro Morbello)

Il Venezuela resta sospeso tra l’urgenza di allentare il blocco economico che alimenta il collasso interno, la volontà statunitense di riaffermare il primato emisferico e le posizioni delle altre potenze globali.
La nuova fase negoziale tra Washington e Caracas dopo la rimozione forzata di Maduro
Qualunque giudizio politico o morale si voglia formulare sull’operato di Nicolás Maduro, la sua cattura da parte degli Stati Uniti ha costituito una palese violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale, perché si è trattato di un atto coercitivo compiuto da un governo estero nei confronti di uno Stato sovrano, senza il consenso delle autorità locali né l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Le modalità concrete che hanno reso possibile l’operazione del 3 gennaio 2026 restano, allo stato attuale, dubbiose e difficilmente ricostruibili con certezza. Ciò che appare invece immediatamente evidente è il paradosso politico: l’azione non ha prodotto alcun cambio di regime, ma ha preservato la continuità del governo in carica, con il subentro della vicepresidente della Repubblica Delcy Rodríguez alla guida dello Stato e la sostanziale tenuta dell’apparato istituzionale e militare che ne costituisce l’ossatura. Pur in assenza di mutamenti istituzionali, la rimozione forzata della figura di Maduro ha comunque aperto una nuova fase negoziale sul piano bilaterale tra Washington e Caracas. Da un lato, gli Stati Uniti mirano a riattivare e a ricondurre entro il perimetro dei propri interessi economici e strategici il circuito produttivo e commerciale legato al petrolio venezuelano; dall’altro, Caracas è spinta a ricercare margini di negoziazione sempre più urgenti, poiché la prosecuzione del blocco economico è divenuta insostenibile in un contesto interno ormai prossimo al collasso.
Il governo di Maduro ha certamente avuto responsabilità rilevanti nel deterioramento dell’economia venezuelana, riconducibili in particolare all’incapacità di sostenere e diversificare l’apparato produttivo, al persistente sbilanciamento a favore del settore degli idrocarburi e a una gestione macroeconomica e monetaria inefficace, aggravate dalla mancata volontà politica di affrontare in modo sistematico la corruzione endemica negli apparati statali. È tuttavia altrettanto evidente — sebbene generalmente marginalizzato nel dibattito mediatico dominante — che la crisi sia stata profondamente aggravata, accelerata e resa strutturale dai permanenti tentativi di destabilizzare il Paese, sin dal periodo di governo Chávez. In particolare, dall’imposizione di sanzioni fino al blocco economico promosso dagli Stati Uniti, capaci di renderne l’applicazione effettiva ben oltre i propri confini, trasformando un provvedimento all’apparenza unilaterale in un vincolo sostanzialmente globale che ha soffocato il Paese. Tali misure hanno operato come un moltiplicatore negativo degli squilibri preesistenti in Venezuela, restringendo l’accesso ai mercati finanziari internazionali, impedendo la ristrutturazione del debito e comprimendo la capacità del governo di attuare politiche di stabilizzazione macroeconomica, fino a precludere progressivamente percorsi sostenibili di ripresa, riconversione produttiva e normalizzazione finanziaria, provocando una crisi, anche sociale, senza precedenti.
La dimensione del collasso economico e sociale venezuelano
Per cogliere la portata della crisi sofferta dal Venezuela è utile confrontare la situazione esistente nel 2013, anno dell’inizio della presidenza Maduro, immediatamente precedente all’irrigidimento del regime sanzionatorio statunitense, con la situazione esistente nel 2025. In questi dodici anni la base delle rendite statali venezuelane, dipendenti in maniera quasi totale dalla produzione di petrolio, si riduce di due terzi, passando da circa 3 milioni di barili al giorno ad appena 1 milione prodotto nel 2025. In parallelo si rovescia la geografia delle esportazioni: nel 2013 gli Stati Uniti assorbivano il 35–40% del greggio venezuelano, mentre la Cina appena il 15–20%; nel 2025 la quota statunitense scende a meno del 16%, prevalentemente nel perimetro delle operazioni concesse a Chevron, mentre la Cina supera l’80%, aggirando le restrizioni attraverso triangolazioni commerciali e la rete delle cosiddette “flotte ombra”, almeno fino al blocco navale totale promosso dagli Stati Uniti tra dicembre 2025 e gennaio 2026.
La contrazione delle esportazioni avvenuta in tale periodo si è riflessa nella dimensione macroeconomica del Venezuela, con un PIL nominale sceso da circa 259 ad appena 83 miliardi di dollari, e un PIL pro capite ridotto in maniera corrispondente, da 8.700 dollari nel 2013 a poco più di 3.000 dollari nel 2025. A questa compressione si è sommata l’instabilità dei prezzi, con un aumento dell’inflazione che nel 2025 ha raggiunto il 270%, erodendo in maniera non più sostenibile salari reali e potere d’acquisto dei cittadini. Il deterioramento economico si è tradotto in una crisi sociale generalizzata. Nel 2013 la povertà riguardava il 27,3% delle famiglie, una percentuale mediamente inferiore a quella presente negli altri Paesi latinoamericani, arrivata nel 2025 al 56,5%, oltre il doppio della media regionale. Una dinamica ancora più critica emerge nella dimensione alimentare, che ha visto moltiplicare per cinque i cittadini venezuelani in condizioni di insicurezza alimentare, passati da 1 milione nel 2013 a oltre 5 milioni nel 2025, evidenziando una crisi umanitaria estrema che, negli anni, ha costretto quasi 7 milioni di persone a lasciare il Paese.
La riapertura di un dialogo basato su reciproche necessità e le incognite future nelle relazioni tra Washington, Caracas e Pechino
In tale contesto, l’operazione del 3 gennaio 2026 fornisce la cornice politica e il pretesto operativo entro cui rendere praticabile la riapertura di un dialogo tra Washington e Caracas fondato su reciproche necessità. Per il governo venezuelano, l’urgenza di negoziare discende dall’impossibilità di sostenere ulteriormente gli effetti del blocco economico ed ottenere un alleggerimento — o una rimozione — delle restrizioni ormai indispensabile per recuperare liquidità, riattivare le esportazioni, stabilizzare il bilancio pubblico e frenare l’ulteriore deterioramento delle condizioni di vita della popolazione. Per Washington, dopo anni di strategie orientate al cambio di governo senza esiti risolutivi, il negoziato — reso possibile dalla rimozione di Maduro, presentato dalla narrativa ufficiale statunitense e dal discorso pubblico occidentale come la figura centrale della responsabilità politica del regime — diventa una leva più realistica per assicurarsi un accesso favorevole al petrolio venezuelano. Non si tratta di un’esigenza per necessità proprie di approvvigionamento, ma della volontà di consolidare il potere energetico statunitense a livello globale e di contenere l’influenza extra-emisferica — soprattutto cinese, ma anche russa — orientando il Venezuela verso un allineamento più favorevole a Washington. Il futuro delle relazioni appare però, al momento, come un’equazione a più incognite, perché le spinte verso una normalizzazione voluta dalle parti si scontrano con vincoli tutt’altro che risolti, a partire dal contenzioso politico-giuridico aperto dall’operazione del 3 gennaio, fino alla complessa architettura necessaria per riaprire i rapporti commerciali, in particolare per quanto riguarda la gestione dei proventi petroliferi.
Rimane poi sul tappeto la dimensione geopolitica, poiché qualsiasi riallineamento di Caracas incide inevitabilmente sugli interessi di altre potenze radicate nel Paese, in particolare quelli cinesi. Una delle incognite più rilevanti della situazione attuale è infatti proprio la Cina, divenuta snodo centrale dell’economia petrolifera venezuelana e, negli ultimi vent’anni, interlocutore commerciale, finanziario e infrastrutturale di primo piano in America Latina. Pechino non ha finora assunto una collocazione in grado di chiarire quale posizione intenda sostenere e, di conseguenza, come pretenda orientare i propri interessi nel nuovo scenario. Da un lato, ha evitato un sostegno troppo esplicito a Caracas, che aggraverebbe la frizione con Washington, privilegiando una postura più discreta, utile a tutelare gli interessi cinesi in Venezuela senza mettere a rischio il quadro più ampio delle relazioni economiche con gli Stati Uniti e la stabilità della propria presenza complessiva nella regione.
Le prospettive indicano un percorso inevitabilmente non lineare, nel quale obiettivi tra loro divergenti verranno gestiti attraverso negoziati sempre esposti al rischio di rotture. In questa cornice, il Venezuela diventa un tassello della competizione geopolitica contemporanea, più che un semplice caso nazionale di crisi. L’esito del processo in corso e, in larga misura, il destino del Paese dipenderanno dalla volontà delle potenze interessate alle sue risorse — e al suo allineamento strategico — di imporre o accettare un equilibrio. Una dinamica che, nella storia dell’America Latina, non ha mai portato bene alle sue popolazioni.





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