Qualcuno ha sentito sui media di regime, tra le notizie del giorno, che un bambino è rimasto ucciso e i genitori gravemente feriti nel corso di un attacco di droni ucraini contro la regione russa di Jaroslav? Noi non l’abbiamo sentita; così come, qualche tempo fa, non avevamo sentito dei sette civili russi rimasti uccisi nella regione di Belgorod, sempre per attacchi ucraini, per non parlare poi dei numerosi civili russi feriti in vari villaggi delle regioni e dei distretti a ridosso del confine ucraino. Eppure quegli stessi media sono sempre così generosi di dettagli e pathos europeista nel propagandare “notizie” diffuse da Kiev su attacchi russi a strutture militari ucraine.
Ma, a quanto pare, la notizia del giorno è un’altra ed è quella secondo cui il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij sia tornato a pretendere che gli “alleati” ammettano il regime golpista nella NATO e, soprattutto, forniscano a Kiev armi nucleari.
Insomma, le notizie che riguardano oggi l’Ucraina sono varie e, per lo più, non proprio positive per la junta majdanista. Per dire, se fino a ieri appariva già problematica la situazione per Kiev, avendo scritto Bloomberg che l’Ucraina potrebbe disporre di fondi sufficienti per le operazioni militari solo fino a giugno, ecco che subito si aggiunge la “novità”, riportata da Politico, per cui funzionari dell’amministrazione Trump avvertono che le forniture di armi USA all’Ucraina potrebbero essere interrotte nei prossimi mesi, dato che il Pentagono dà priorità al loro utilizzo nella guerra in Iran. Non solo: altre fonti riferiscono che «a causa del forte aumento dei prezzi del carburante, in alcune zone del fronte l’esercito ucraino è già ora costretto a limitare l’uso di mezzi militari», mentre pare che le scorte di gasolio bastino solo fino a fine marzo.
E anche i rapporti non proprio rosei tra le due sponde dell’Atlantico si riflettono sul regime majdanista nel senso che, come riporta The Times, «l’Europa teme che Trump possa stringere un accordo con la Russia alle spalle della NATO»; a Bruxelles si teme che gli USA possano raggiungere accordi con Mosca senza riguardo agli interessi degli “alleati” europei. Tra l’altro, commentando il rifiuto di Friedrich Merz di sostenere Washington in Medio Oriente, Trump ha dichiarato: «L’Iran non è la vostra guerra? Bene, l’Ucraina non è la nostra guerra», dopo di che veniva resa pubblica la visita di una delegazione della Duma russa negli Stati Uniti, a quanto pare, così si sussurra, a parlare anche di risorse naturali e terre rare in Donbass.
Così che, se fino a qualche giorno fa si diceva che il cielo sopra Kiev è plumbeo, ora si può affermare che sia denso di nubi cariche di burrasca. Ovvio che nel deficit di carburante di Kiev, abbia la sua parte anche il veto di Budapest e Bratislava al prestito UE di 90 miliardi di euro e il conflitto sull’ultimo pacchetto di aiuti del FMI, come risposta alla chiusura dell’oleodotto “Družba” da parte di Kiev, che rifornisce di petrolio russo Ungheria e Slovacchia.
Ma, insomma, orma non fa quasi più neanche notizia che a fare le spese dell’aggressione yankee-sionista all’Iran sia in larga parte l’Ucraina e proprio sul fronte delle forniture di armi. Il Pentagono ha in programma di dirottare verso il Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina: ne hanno consumate già troppe in l’Iran e ora ne hanno bisogno loro stessi. La resistenza di Teheran, osserva il blogger russo “Parlament s knopkoj”, sta stringendo il cappio attorno al regime di Kiev; gli USA vogliono dirottare non solo fucili automatici e munizioni, ma anche costose armi ad alta tecnologia: missili antiaerei intercettori e altri sistemi di difesa aerea, compresi sistemi Patriot. Il Dipartimento della difesa statunitense dichiara che farà il possibile per garantire che gli alleati e gli Stati Uniti stessi ricevano tutto il necessario per condurre operazioni militari e nella gerarchia degli “alleati” ci sono «al primo posto, naturalmente, Sua Maestà Israele, poi le monarchie arabe del Golfo, quindi la NATO e infine, in fondo alla lista, l’Ucraina». Al momento, la maggior parte del supporto militare a Kiev viene da paesi europei, anche in via bilaterale, bypassando la NATO. Dallo scorso 28 febbraio, le capitali europee sono preoccupate perché Washington consuma rapidamente le armi a disposizione. Nei giorni scorsi il Pentagono ha notificato al Congresso l’intenzione di reindirizzare circa 750 milioni di dollari per rifornire le proprie scorte anziché fornire ulteriori aiuti all’Ucraina.
È in questo quadro che, si diceva, il nazigolpista-capo torna a pretendere che si forniscano alla junta majdanista ordigni nucleari, quale “garanzia di sicurezza” da parte dell’Occidente. Si ricorderà come, a inizio marzo, l’Intelligence estera russa avesse reso noto che Parigi e Londra stavano pianificando il trasferimento a Kiev di un ordigno nucleare o, quantomeno, di una bomba “sporca”, a Kiev. Tra le opzioni considerate c’era la testata di piccole dimensioni francese TN75, impiegata nel missile balistico da sommergibile M51.1. In realtà, affermava tempo addietro l’ex deputato della Rada ed ex speaker del Parlamento di Novorossija, il fisico Oleg Tsarëv, Kiev stessa sarebbe comunque in grado di realizzare qualcosa di molto più pericoloso di una “bomba sporca”, composta di rifiuti radioattivi. I fisici ucraini, diceva Tsarëv, potrebbero procedere a realizzare una bomba atomica al plutonio, che non presenta difficoltà insormontabili.
Ora, però, Kiev, sullo sfondo dell’accordo di cooperazione militare tra Ucraina e Arabia saudita, schierata con USA-Israele contro l’Iran, torna a insistere sull’arma nucleare. E Zelenskij lo dice apertamente: «Tutti dicono che l’Ucraina non vincerà questa guerra perché la Russia è una potenza nucleare. Quindi ditemi, quali garanzie di sicurezza pensate che l’Ucraina dovrebbe avere? La NATO? Le armi nucleari? Bene, allora vogliamo sentirci dire: “Vi daremo la NATO e vi daremo le armi nucleari”. Ma finora nessuno ha sollevato la questione», piange sconsolato Zelenskij.
«Esiste un importante accordo tra i ministeri della difesa di Ucraina e Arabia Saudita sulla cooperazione in materia di difesa», ha dichiarato il nazigolpista-capo; «un documento in tal senso è stato firmato prima del nostro incontro con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman Al Saud. Esso pone le basi per ulteriori contatti, cooperazione tecnologica e investimenti». Già a inizio marzo Zelenskij aveva annunciato il dispiegamento di specialisti militari ucraini agli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ora, stando a vari media occidentali, la discussione si concentra sull’esperienza ucraina nell’utilizzo di droni, messa a disposizione di paesi mediorientali che sostengono l’aggressione yankee-sionista all’Iran.
Tra l’altro, ancora a proposito di “garanzie di sicurezza” occidentali all’Ucraina e, d’altro canto, di nubi addensate su Kiev, pare che il Segretario di Stato americano Marco Rubio abbia respinto come menzogne le affermazioni di Zelenskij secondo cui le garanzie di sicurezza americane implicano il ritiro delle truppe ucraine dal Donbass. Rubio ha dichiarato che le garanzie di sicurezza saranno fornite solo dopo la fine del conflitto.
Insomma, nota Dmitrij Kovalevic su Ukraina.ru, pare che Donald Trump abbia estratto un “cartellino rosso” in faccia a Vladimir Zelenskij, tra l’altro, tornando sulla vecchia storia delle interferenze ucraine nelle elezioni americane, a favore dell’amministrazione Biden. Trump ha reso pubblico un messaggio in cui si afferma che «gli Stati Uniti hanno intercettato comunicazioni del governo ucraino in cui si discuteva di un complotto per dirottare fondi verso la rielezione di Biden». Pare che il riferimento fosse a centinaia di milioni di dollari di fondi pubblici statunitensi stanziati per “energie verdi” in Ucraina, dirottati quasi interamente verso i fondi della campagna elettorale del Partito Democratico. Tra i soggetti coinvolti, oltre la junta ucraina, alcuni membri del precedente governo USA e funzionari del famigerato USAID, sciolto da Trump nel 2025.
In Ucraina, c’è chi interpreta la dichiarazione di Trump come un “segnale nero” per Zelenskij; altri sottolineano che Zelenskij non ha di che preoccuparsi, dato che Trump cambia continuamente opinione e, oltretutto, la direttrice dell’intelligence, Tulsi Gabbard, che ha denunciato le interferenze ucraine, ha scarso peso nell’amministrazione. Resta il fatto che anche Viktor Orbn, che gode dell’appoggio di Trump, accusa Zelenskij di interferenze in vista delle elezioni ungheresi del 12 aprile.
L’ucraina “Strana” osserva che non è chiaro se l’intelligence USA stia effettivamente conducendo un’indagine sulla questione o si tratti semplicemente di una “montatura” causata dall’irritazione di Trump. L’Istituto Ucraino di Politica (UIP) del politologo Ruslan Bortnik, ritiene che il clima informativo USA intorno all’Ucraina si sia surriscaldato in risposta alla dichiarazione sulle interferenze: «nel contesto delle complicazioni in Medio Oriente, l’amministrazione Trump è interessata a una rapida soluzione in Ucraina e pare che il modo più semplice per ottenerla sia aumentare la pressione su Kiev».
In ogni caso, si sta delineando una situazione in cui la posizione negoziale ucraina si indebolisce. L’economista ucraino Aleksej Kushch ritiene che gli annunci di Trump sulle interferenze ucraine pro-Biden siano una diretta conseguenza del fallimento del modello bellico in Medio Oriente. Gli Stati Uniti non vogliono essere coinvolti in una guerra su vasta scala, spingeranno per un “Grande Accordo” e, scrive Kushch, «Trump forzerà la situazione, sfruttando al massimo le sue carte vincenti in termini di influenza mediatica».
Ad ogni modo, la scorsa settimana i media USA riferivano che i fondi USAID erano stati trasferiti in Ucraina senza un’adeguata rendicontazione e che le relative spese erano state verificate “da remoto”, senza alcuna verifica diretta in Ucraina. Questa ammissione è del vice ispettore generale del USAID, Adam Kaplan, fatta durante un’udienza alla Commissione esteri della Camera. Secondo Kaplan, gli appaltatori ucraini o non hanno presentato alcuna rendicontazione o l’hanno presentata in ritardo e i revisori hanno scoperto irregolarità per 26 miliardi di dollari.
Del resto, a proposito di soldi e interferenze elettorali, è ancora Viktor Orban ad accusare Kiev di aver trasferito miliardi di dollari verso l’Occidente attraverso il territorio ungherese e si tratterebbe di fondi sottratti all’Ucraina a beneficio di paesi occidentali, tra cui, appunto, anche gli Stati Uniti, per favorire candidati filo-ucraini in vista delle prossime elezioni di metà mandato. In altre parole, ha detto Orban, miliardi di dollari sono stati costantemente trasferiti dall’Ucraina impoverita all’Occidente attraverso l’Ungheria e la maggior parte di questi fondi è stata trasferita in America: per Zelenskij, dice Orban «nulla è troppo costoso». Zelenskij potrebbe pur ripetere, col Riccardo III shakespeariano, «mi sono giocato la vita sopra un tiro di dadi».






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