La vittoria del NO, l’elefante nella stanza e l’errore di considerare la Costituzione un falso mito
di LA FIONDA (Matteo Falcone)

Con quasi il 59% dei votanti,[1] gli italiani hanno affossato la riforma della magistratura voluta dal governo Meloni, peraltro con un’affluenza che è tornata a crescere rispetto alle europee (ma che comunque resta più bassa di quella delle politiche del 2022).
Le motivazioni sono state tante, più di natura economica che altro. Circolava una battuta emblematica sui social: “per la vittoria del NO ha contribuito più l’Iran con il blocco dello stretto di Hormuz che il PD”, per dire che le vicende internazionali e le loro ricadute economiche sono state più efficaci della campagna elettorale per il NO fatta dai partiti di opposizione. Ed è, probabilmente, la chiave di lettura più azzeccata sulle motivazioni che hanno spinto tanti italiani a tornare a votare e soprattutto a votare contro la proposta del governo.
Ma c’è anche qualcosa di più delle semplici motivazioni “materiali”: quando il dibattito sulla Costituzione si polarizza (cosa che non è accaduta sempre nella storia dei referendum confermativi)[2] gli italiani – forse più mossi da un moto istintuale che ragionato, intendiamoci – si fidano molto di più dell’Assemblea Costituente (di cui proprio quest’anno si festeggiano gli 80 anni) che delle nuove e periodiche assemblee costituenti, con il loro seguito di “spingitori” di riforme costituzionali di professione.
E fanno più che bene: d’altronde da quella grande esperienza politica e culturale che è stata la Costituente – con i suoi difetti ovviamente, come tutti i processi storico-politici, ma con uno spirito condiviso (più che compromissorio), visionario ed ideale che non si è più visto da allora – nessuna delle classi politiche che si sono susseguite nel tempo ha dimostrato di avere una cultura costituzionale degna di questo nome. Tutte le riforme della Costituzione approvate nel tempo dai Parlamenti, al di là delle buone intenzioni dei promotori di alcune di esse,[3] hanno peggiorato o reso più complesso il quadro esistente e alcune – come la riforma del 2012 sul c.d. “pareggio di bilancio”, nel solco di una sostanziale disattivazione di tutte le disposizioni economiche più importanti dovute all’adesione all’Unione europea – hanno legittimato una serie di provvedimenti che hanno decisamente minato lo Stato sociale del nostro Paese e rovinato la vita delle persone.
In questi giorni, dunque, il messaggio degli italiani per il governo e per tutti coloro che pensano di risolvere i problemi del Paese a colpi di riforme costituzionali è stato chiaro: astenetevi dall’imbastire periodicamente queste riforme e pensate a risolvere i problemi concreti dell’Italia, anche quelli relativi al settore giudiziario, che restano tutti largamente sul tavolo.
Dopo il referendum, infatti, la battaglia per una giustizia democratica e popolare non è assolutamente finita. Il risultato referendario è stato senz’altro positivo in quanto, confermando il CSM così com’è, elettivo e titolare di tutte le funzioni di autogoverno della magistratura (“amministrative” e disciplinari), ha confermato la preferenza per una cultura della giurisdizione unitaria, almeno nelle sue premesse “strutturali” (con la presenza di un solo CSM). Una scelta che va salutata positivamente in quanto una cultura giurisdizionale comune ai giudici giudicanti e ai pubblici ministeri rappresenta la vera garanzia di una giustizia “giusta” – come aveva segnalato in altri termini Alessandro Somma prima del referendum – che si pone l’obiettivo della ricerca della verità dei fatti e non semplicemente di una verità processuale, sia quando giudica, sia quando svolge le indagini.
Il risultato referendario, però, ci lascia ancora le storture prodotte dal correntismo della magistratura, che restano un problema da non dimenticare; così come non ci tutela dalla possibilità che in futuro qualche governo possa intervenire con legge ordinaria per incrinare la cultura unitaria della giurisdizione, come è già accaduto in passato (precisamente con la legge Cartabia che ha, di fatto, separato funzionalmente i magistrati giudicanti da quelli requirenti).
E restano sul tavolo della discussione pubblica – e ci sarebbero restati in ogni caso, anche con la vittoria del Sì – sicuramente tutti i problemi “sociali” della giustizia: l’amministrazione giudiziaria sottodimensionata, con pochi cancellieri e pochi magistrati, che è la principale (e strutturale) causa della lunghezza dei processi; i costi altissimi dell’accesso alla giustizia, che la rende una giustizia per ricchi, elitaria ed escludente. Problemi che la riforma non toccava minimamente e che meriterebbero, invece, un’attenzione prioritaria da parte di movimenti e aree culturali, come la nostra, che stanno provando a parlare alle persone, con una prospettiva nazionale e popolare.
Infine, c’è anche una grande criticità che resta sul tavolo della discussione ma che è emersa solo a tratti, rimanendo così sottotraccia: l’eterno conflitto politica-magistratura, che rappresenta un po’ l’elefante nella stanza del dibattito referendario, ciò che senz’altro è stato il vero movente della riforma costituzionale:
Lo si capiva bene non solo dalle molte dichiarazioni governative, in particolare quelle del Ministro Nordio,[4] ma anche dal contesto riformatore complessivo in cui si era inserita la riforma costituzionale: basti pensare all’abolizione dell’abuso d’ufficio, alla riforma della Corte dei Conti, alla riforma sulle incompatibilità negli enti locali. Tutti provvedimenti che hanno provato e stanno provando ad allentare i controlli sull’attività politica e di governo, a lasciare maggiore discrezionalità alla politica, spesso sacrificando, come con l’abolizione dell’abuso d’ufficio, importanti garanzie di protezione per le persone.
La riforma costituzionale della magistratura è stata, dunque, la risposta principale che questo governo – o meglio, una buona parte della politica (perché il consenso a questa riforma è stato trasversale) – ha voluto dare al rapporto che oggi è oggettivamente squilibrato tra politica e magistratura. Non si vuole qui distribuire colpe, ma – come ha già scritto bene Nello Preterossi qualche giorno fa – è necessario riflettere laicamente su questo rapporto e su come si è assestato negli ultimi trenta-quarant’anni, quantomeno da Tangentopoli in poi.
Sicuramente in questi decenni qualcosa è cambiato. C’è stata Tangentopoli, che ha scoperchiato un po’ di malaffare, ma che ha generato qualche protagonismo eccessivo in alcuni magistrati. È intervenuta, proprio sull’onda di Tangentopoli, una riforma costituzionale – la legge costituzionale 29 ottobre 1993, n. 3, che ha modificato l’art. 68 della Costituzione sull’insindacabilità dei parlamentari e sul loro rapporto con il potere giudiziario – che, rispetto al disegno costituzionale, da un lato, ha ristretto molto le prerogative costituzionali (e anche qualche privilegio) della rappresentanza politica, dall’altro lato, ha aperto maggiori spazi di intervento per il potere giudiziario, che in qualche caso non è stato utilizzato al meglio dagli stessi magistrati (è facile ricordare gli eccessi di qualche pubblico ministero). Anche alcune vicende come lo scontro tra Berlusconi e la magistratura – paradigmatico di un approccio della politica che non tollera il controllo dei magistrati – e il caso Palamara – paradigmatico di come un pezzo di magistratura brigava per influire e incidere politicamente – ci hanno consegnato una situazione oggettivamente conflittuale.
In questo acceso confronto tra politica e magistratura, la rappresentanza politica – già da tempo indebolita, per una serie di motivi[5] – ne è uscita oggettivamente ancora più debole. E la riforma costituzionale della magistratura è stato il tentativo della politica di rispondere maldestramente ad un oggettivo disequilibrio che, però, ad una debolezza (quella della rappresentanza politica) probabilmente ne avrebbe aggiunta un’altra (quella della magistratura).
L’elefante nella stanza, quindi – la debolezza della rappresentanza politica in generale, anche nei confronti del potere giudiziario – resta ancora lì, fermo e immobile, perennemente alimentato (come la vicenda Mulè ci sta subito ricordando), ma che bisognerebbe avere il coraggio di metterlo a tema, affrontarlo alla radice, una volta per tutte. E bisognerebbe farlo non attraverso riforme costituzionali che puzzano di guerriglia istituzionale, ma ripensando complessivamente lo “statuto” della rappresentanza politica (parlamentari e amministratori): ritornando ad un art. 68 della Costituzione molto simile a quello originario; ripensando un insieme di regole sulla rappresentanza degli interessi, sull’imparzialità degli organi politici, sulle responsabilità (soprattutto penali) dei parlamentari.[6] Riforme che rendano la politica non solo forte ma soprattutto autorevole.
Il dramma vero è che questa soluzione – che resta l’unica strada per riequilibrare il sistema – è ad oggi completamente impraticabile da un punto di vista politico, a causa di una imperante cultura antiparlamentarista e antipolitica che persiste in Italia da troppo tempo, dal periodo berlusconiano fino a quello dei 5 stelle, passando per quello renziano e per le “inchieste” di Sergio Rizzo e di Gian Antonio Stella. Immaginate oggi un partito politico che porti avanti una battaglia di questo genere: pioverebbero critiche da ogni parte (“vogliono i privilegi!”, “è tornata la casta!” etc.).[7]
Eppure servirebbe una nuova cultura politica che cominci a ragionare davvero sul rapporto tra politica e magistratura, a partire dai principi, dalle idee di fondo e dallo spirito della Costituzione. La quale – anche se qualcuno, dopo averla calpestata, la usa come bandiera per rifarsi una verginità politica – non può essere considerata, soprattutto per questo ultimo motivo, come un’esperienza compromessa, una vuota retorica o addirittura un falso mito da cui liberarsi definitivamente, come è stato scritto da Alessio Mannino recentemente anche su questo sito.
I principi della Costituzione, la carica politica ed ideale che ancora contiene – nonostante le riforme costituzionali che nel tempo l’hanno flagellata (tanto che servirebbe prima una depurazione e poi una sua completa attuazione) – rappresentano l’unico vincolo a favore delle persone e della loro realizzazione individuale e collettiva che ci è rimasto, l’unica “rivoluzione promessa”, come diceva Pietro Calamandrei, che merita di essere realizzata. Certo difficilmente da questa politica, ma non può che essere l’orizzonte di qualsiasi area culturale che si voglia dire nazionale e popolare. Perché senza il vincolo interno della Costituzione, ci restano solo i vincoli esterni sovranazionali, che tanto piacciono all’élite, agli estremisti di centro e allo stato profondo di questo Paese.
[1] Considerando la circoscrizione Estero il dato dell’affluenza calerebbe a poco meno del 56%. Ma qui, per convinzione politica personale contraria alla presenza di un elettorato così lontano dalle vicende del Paese, si prenderà in considerazione solo il dato delle circoscrizioni nel suolo nazionale,
[2] Basti pensare alla riforma del Titolo V nel 2001 e alla riforma che ha ridotto il numero dei parlamentari nel 2020. Entrambe approvate in Parlamento con maggioranze semplici (la prima, tra l’altro, ha inaugurato la stagione delle riforme costituzionali “a colpi di maggioranza”) e confermate con una percentuale di affluenza molto bassa attorno al 30%.
[3] Mi riferisco, in particolare, alla riforma del Titolo V che, idealmente, era stata guidata da una cultura costituzionale delle autonomie che voleva avvicinare le amministrazioni e le decisioni ai bisogni dei cittadini, ma che – concretamente, a partire dal testo in sé e soprattutto con la sua attuazione – ha mancato tutti i suoi obiettivi principali.
[4] Il ministro nel suo libro Una nuova Giustizia, edito da Guerini e Associati, 2026 si è lasciato andare a qualche valutazione di questo tipo.
[5] Oltre alla crisi di fiducia dei cittadini nei confronti della politica, dimostrata dalla bassissima affluenza alle elezioni amministrative degli ultimi anni, basti vedere lo stato del Parlamento italiano, completamente marginalizzato anche nella sua missione principale.
[6] In molti hanno affrontato questo tema. Letture interessanti da diversi punti di vista sono A. D’Aloia, Immunità e Costituzione. Considerazioni su un difficile equilibrio, in Dir. Pubbl., 3/2011, 963 ss.; M.C. Ubiali, Attività politica e corruzione. Sull’opportunità di uno statuto penale differenziato, Giuffrè, 2020; E.N. Fragale, Studio sul principio di distinzione tra politica e amministrazione. La riserva di indirizzo come nuovo punto logico di partenza, Maggioli, 2020.
[7] Una prova è stato il fallimento della recente proposta di legge di iniziativa popolare per ripristinare il vecchio art. 68 della Costituzione promossa dalla Fondazione Einaudi (ogni tanto anche gli estremisti di centro fanno qualcosa di buono!).





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