Non c’è giustizia
da CONFLITTI E STRATEGIE (Gianni Petrosillo)
Bisognerebbe smetterla di parlare di resistenza ucraina. In primo luogo perché ad armare, dirigere ed addestrare gli ucraini sono gli Usa, direttamente o tramite l’Ue. Gli ucraini sono la carne da cannone. In secondo luogo è ugualmente improprio addossare solo sulla Ue la continuazione di questa guerra, perché quest’ultima opera su mandato statunitense anche quando finge che vi sia attrito tra le due sponde dell’Oceano, benché non tutti i gruppi dominanti americani siano d’accordo sull’utilità di proseguire il conflitto. Quindi, anche quando l’Europa stabilisce di riarmarsi, in parte come conseguenza delle armi regalate a Kiev, la decisione è stata presa a Washington, non nelle cancellerie europee che per lo più eseguono gli ordini. Per questo a quei “furbi scemi”, come si dice dalle mie parti, che ripetono pappagallescamente che bisogna riarmarsi perché “devi preparare la guerra per fare la pace”, rispondiamo che magari fosse così. In realtà i nostri sforzi e risorse serviranno per indebolirci e rafforzare il dominus della nostra sfera egemonica. Più ci armeremo, meno controlleremo le nostre scelte. A casa mia questo si chiama alto tradimento e non passerà tempo, auspichiamo, che a chi ci ha posto in questa situazione verrà presentato il conto. Di solito accade, tempo ci vuole. L’Ue non è un soggetto politico e non prende decisioni autonome, benché si sia dotata di istituzioni che scimmiottano quelle degli Stati. In verità si tratta di simulacri, di proiezioni di apparati in cui sono i singoli paesi membri, di solito sempre Germania e Francia, che ne stabiliscono indirizzi e andamenti. Questa è l’Unione che festeggia pure la giornata dell’Europa che non esiste, proprio il 9 maggio, giorno in cui i russi festeggiano la vittoria nella Seconda guerra mondiale, che non fu solo sul nazismo ma anche su quanti avrebbero festeggiato se il nazismo avesse battuto i russi.
C’è poi un altro aspetto che fa sorridere. Mentre il mondo torna ad infiammarsi perché i rapporti di forza consolidati traballano, c’è ancora chi invoca la giustizia internazionale e il diritto. Quale giustizia può mai essere imposta se non c’è più nessuno in grado di esercitarla e farla valere? Il diritto internazionale è ormai superato e viene invocato solo come litania di un mondo che sta scomparendo. Immaginate un tribunale che condanna qualcuno ma non c’è polizia che vada a prenderlo a casa per incarcerarlo. Questa è la condizione attuale. Nessuno andrebbe in carcere coi suoi piedi anche se condannato da un tribunale se non arrivassero uomini in divisa a prenderlo per metterlo in ceppi, a maggior ragione se il condannato può disporre di armi e di un gruppo di persone disposte a impedirlo. Con le sentenze ci si può pulire il… inoltre, per restare in termini concettuali, la giustizia è sempre una pura amministrazione dell’ingiustizia e non verdetto della verità. E questo, come ci insegna il filosofo Renzi, vale soprattutto quando si trattano questioni internazionali. Alla fine della fiera, dietro tutto, fa sempre capolino l’ingiustizia, ovvero la giustizia di qualcuno a scapito di qualcun altro, e ancora più dietro si staglia la forza, quella che stabilisce come devono andare le cose. Quindi mettiamoci l’anima in pace, anziché agitarci inutilmente per le cose del mondo se non le comprendiamo alla radice. Presto saranno guerre e conflitti che dirimeranno le controversie internazionali, esattamente tutto il contrario di quanto afferma la nostra ormai superata Costituzione, poiché si è perso lo storico centro regolatore-dominatore, quello che ti veniva a prendere a casa perché aveva più bombe di te.
“Quando due persone (in buona fede) contestano in giudizio intorno a un punto di diritto, ossia alla giustizia, ciò fanno perché scorgono la giustizia in modo diverso. La giustizia, cioè, è una cosa diversa per l’uno e per l’altro, ossia non v’è la giustizia, ma più giustizie, quali diversamente si rivelano e si affermano nelle due coscienze contrastanti. Chi invoca la sentenza giudiziale la invoca proprio unicamente perché essa faccia valere la giustizia di cui egli è sicuro contro l’avversario che non vuol riconoscerla, e lo stesso fa questo avversario, che affronta il giudizio piuttosto che ammettere la giustizia scorta da chi lo ha convenuto.
La coscienza dei due contendenti dice: la giustizia è evidentemente come la vedo io, quella che vedo io, quella che l’interiore mio pronunciato chiarissimamente e indubitabilmente mi rivela. E ciò dicono due coscienze opposte, tanto è vero che invocano entrambe il giudizio, cioè vogliono ciascuna che il giudice dia loro la giustizia propria, opposta a quella dell’altro. Non si domanda quindi al giudice che metta in chiaro o faccia essere la giustizia. Come potrebbe un terzo, un indifferente, che non ha appreso le cose con l’evidenza e la vivezza di chi le ha vissute nel loro immediato essere, ma solo per sentito dire (testimoni, documenti), come potrebbe costui creare, quasi a dire, la giustizia? Si domanda invece al giudice che dia forza a quella giustizia che c’è indipendentemente e prima del suo pronunciato, a quella giustizia di cui chi ricorre al suo tribunale è certo e che egli esige con tutta l’energia della sua sincera coscienza che sia dal giudice fatta valere.
Ma ciò esigono due coscienze opposte, due giustizie opposte.
Perciò la sentenza è sempre violazione di giustizia, di quella giustizia che si affermava e rivelava nella coscienza di chi è dalla sentenza condannato e affinché avesse forza la quale si era rivolto al giudice. Ciò che si chiama “la giustizia” è quindi, a rigore, l’organizzazione dell’ingiustizia, la inevitabile conculcazione della giustizia quale è per uno o per l’altro dei due contendenti, della giustizia di cui era (e rimane) sicuro colui a cui il giudice ha dato torto. L’organizzazione della giustizia (l’istituzione dei tribunali) non significa dunque altro che questo: bisogna accettare piuttosto il torto e l’ingiustizia che far scorrere il sangue nascente dalla violenza cui occorrerebbe ricorrere per far valere la giustizia (quella che si rivela sfolgorantemente giustizia alla mia coscienza); bisogna evitare ad ogni costo, anche a costo dell’ingiustizia, la violenza e il sangue.
La verità di tutto ciò, che non a tutti è chiara rispetto al diritto interno, diventa visibilissima nell’ambito del diritto internazionale, dove le giustizie sono irriducibilmente e del tutto senza comune misura diverse, perché fondantisi su principi e punti di partenza opposti e pur tutti ugualmente valevoli (nazionalità, configurazione geografica, espansione commerciale, legittimità storica ecc.), e dove il ricorso alla violenza, ossia alla guerra, per far valere ciascuna di queste opposte giustizie è l’ultima ratio a cui di continuo si fa capo e la prova dell’incrollabile essere che queste giustizie opposte posseggono, se a sostegno di esse si mettono in gioco dall’una e dall’altra parte milioni di vite.
E si osservi: che cosa significa la contestazione giudiziaria? Che due coscienze hanno due giustizie diverse. Cioè che la giustizia non è una ma si scinde in due nelle due distinte coscienze contendenti. La dualità della giustizia si esprime e si esemplifica qui nella dualità delle due coscienze contrastanti, in ciascuna delle quali ha l’essere una giustizia opposta a quella che lo ha nell’altra. Ma questa dualità della giustizia manifestantesi nell’opposizione di due coscienze distinte, questo scindersi della giustizia in due menti separate, che cosa vuol dire se non scissione della giustizia in sé, scissione della ragione umana in sé riguardo alla giustizia? Non si tratta, forse, di due menti umane che hanno (scorgono) una giustizia diversa? Ed ecco infatti che questa dualità o scissione si ripercuote e si raccoglie in un’unica sfera nella coscienza una del giudice. Quanto più questo è intelligente e delicato, tanto più la sua stessa coscienza si fa scissa, tanto più egli vede la ragione dell’uno e dell’altro, quella ragione che, se questi, cioè due menti umane, scorgono, non può non essere scorta altresì da una mente umana una, dalla mente umana in sé.
Perciò avviene che il giudice intelligente e scrupoloso s’avvede bene spesso che alla fine egli decide non per argomenti razionali di pura giustizia (che questi, esistendo, quando la contestazione è in buona fede da entrambe le parti, lo farebbero eternamente oscillare nell’uno e nell’altro senso), ma per una decisione “volontaristica”, perché, cioè, dovendosi infine tagliare il nodo della controversia, una specie di cieca, o non ben illuminata, recisa e improvvisa risoluzione interiore lo determina a far prevalere una delle due ragioni e a mettere, davanti a sé stesso, in luce predominante le ragioni per essa. Precisamente come avviene nel campo delle convinzioni filosofiche. Ogni pensatore sincero, che sappia vedere in fondo di sé e voglia confessare ciò che vi accade, constata che tutte le visuali o i sistemi filosofici gli oscillerebbero dinanzi nella loro “verità”, nella “verità” che ha ciascuno, se egli, con una decisione “volontaristica”, non tenesse ferme dinanzi alla mente soltanto, o in via predominante, le ragioni di uno, di quello che ha abbracciato e che gli è caro, se non volesse vedere quelle sole, ossia se non volesse crederci.
Come, adunque, esistono le morali, ma non la morale, così esistono le giustizie, ma non la giustizia. E ciò vuol dire che, come la morale, così la giustizia non c’è.”
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La macchina del “Clarion” di Spoon River venne distrutta,
e io incatramato e impiumato,
per aver pubblicato questo, il giorno che gli anarchici furono impiccati a Chicago:
<<Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati
ritta sui gradini di un tempio marmoreo.
Una gran folla le passava dinanzi,
alzando al suo volto il volto implorante.
Nella sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada,
colpendo ora un bimbo, ora un operaio,
ora una donna che tentava ritrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettate monete d’oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:
“non guarda in faccia a nessuno”.
Poi un giovane col berretto rosso
balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia erano tutte corrose
sulle palpebre marce;
le pupille bruciate da un muco latteo;
la follia di un’anima morente
le era scritta sul volto.
Ma la folla vide perché portava la benda>>.





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