Colombia prima del voto: Petro sotto assedio della guerriglia mentre le destre litigano tra loro
di LA FIONDA (Flavio Bacchetta)

(Bogotà, 18/05/2026)
Secondo l’analista colombiano Gómez Buendía, “il bilancio del governo di Gustavo Petro presenta luci e ombre, con il merito innegabile di aver creato un laboratorio dove costruire uno stato moderno, più giusto ed efficace”. “Ciò ha prodotto comunque delle resistenze profonde dentro e fuori la Colombia, e delle fratture interne allo stato sociale” (cfr da “Colombia dopo Petro“). Buendía mette in rilievo nel suo libro i meriti del premier nel ribassare il deficit statale lasciato in eredità dal suo predecessore Iván Duque attraverso la sospensione degli incentivi fiscali sul diesel.
Dopo il rafforzamento dei programmi sociali già esistenti, egli cercò, inutilmente, di contrastare i rincari delle imprese private fornitrici di energia.
Fu allora che il governo virò sulle rinnovabili, pannelli solari e idrogeno verde, che pur se non sufficienti a contrastare la dittatura dei carburanti fossili, sono stati tuttavia utili a creare un’alternativa energetica compatibile con il rispetto dell’ambiente. La lotta alla deforestazione amazzonica, fiore all’occhiello del petrismo, ha ricreato 750.000 ettari di foresta pluviale, finanziando un fondo per la biodiversità.
I punti dolenti del suo operato – sui quali punta l’opposizione di destra che cerca con il voto del 31 maggio di subentrare al suo schieramento – sono in sintesi:
1) L’ostilità del ceto imprenditoriale dopo l’aumento al 23% del salario minimo, oggi a 2 milioni di pesos (circa € 450), a cui ha fatto seguito una speculazione che ha causato un’ulteriore aumento dei prezzi al consumo e degli affitti, e quindi dell’inflazione, che già nel 2024 erano cresciuti del 30% circa.
Il ceto imprenditoriale lamenta anche l’aumento della ritenuta d’acconto (ritención en la fuente) sulle entrate lorde del business. “In pratica, lo Stato ci fa pagare in anticipo una tassa su ricavi futuri, ed essendo applicata sul cash flow, erode il margine netto di circa il 5%. Se un’azienda ha un margine del 20%, una ritenuta del 5% sul lordo equivale al 25% del margine. Se il margine è del 10%, equivale al 50%. E se l’azienda non genera utili, diventa di fatto un prestito forzoso allo Stato per finanziare il deficit pubblico.” Così spiega PP, proprietario di un hotel a Medellín. Per ora l’aumento è bloccato dal Consiglio di Stato.
2) Il fallimento del processo di pace con i gruppi della guerriglia, che ha causato la recrudescenza armata.
Tra il 2021 e aprile di quest’anno, la Colombia post Pablo Escobar ha raggiunto il picco degli omicidi politici, contabilizzando vittime tra i vertici delle associazioni a difesa dei diritti umani, e di recente anche tra i candidati alla presidenza nella cornice della campagna elettorale 2026. L’assassinio più clamoroso è stato quello di Miguel Uribe Turbay, candidato del Centro Democrático prima dell’attuale Paloma Valencia, ferito il 7 giugno 2025 durante un comizio a Bogotà e deceduto in agosto dello stesso anno ancora in terapia intensiva. Sono stati condannati per questo omicidio a 22 anni i mandanti, tra cui spicca la figura di Simeón Pérez Marroquín, nome in codice El Viejo, dissidente FARC contrario agli accordi di pacificazione del 2016 siglati dall’allora presidente Juan Manuel Santos. Marroquín fa parte del gruppo di Segunda Marquetalia, il cui leader Iván Marquez è stato ucciso in un conflitto a fuoco. Il sicario del delitto Uribe è un minorenne di 15 anni, condannato a soli 7 anni.
Il presidente Gustavo Petro ha accusato chiaramente la dissidenza FARC di voler sabotare le elezioni attraverso questa catena di omicidi, puntando il dito in particolare su Néstor Gregorio Vera Fernández, alias Iván Mordisco, che è il comandante del Estado Mayor Central (EMC), il gruppo più spietato insieme a Segunda Marquetalia.
L’espansione territoriale di questi narcotrafficanti coinvolge regioni come Nariño, Valle e soprattutto Cauca, dove Cali è forse la metropoli più violenta della Colombia, con quartieri come Potrero Grande e El Calvario che prevalentemente sono in mano di spacciatori e drogadictos.
Il narcotraffico colombiano è legato alle bande ecuadoriane che oggi praticamente hanno in mano il controllo della nazione andina. L’Ecuador è ora il primo esportatore di cocaina al mondo, nonostante la campagna elettorale dell’attuale presidente filo trumpista Daniel Noboa, basata sulla repressione del crimine e sulla salvaguardia della sicurezza lungo il percorso tracciato da Nayib Bukele a El Salvador, che però qui non incidono minimamente sullo strapotere criminale.
A tal riguardo, il 5 maggio Petro ha rilasciato una dichiarazione ufficiale, accusando Noboa di sabotare deliberatamente il processo elettorale colombiano, lasciando mano libera ai cartelli ecuadoriani di trasportare esplosivi attraverso la frontiera per compiere attentati in Colombia.
Secondo le indagini degli inquirenti, gli autori delle recenti stragi perpetrate dalle gangs agli ordini di Iván Mordisco dal 24 Aprile – colpendo la Valle del Cauca con l’uccisione di 23 persone tra civili e militari – hanno utilizzato esplosivi provenienti dall’Ecuador che venivano nascosti in un centro di addestramento per dinamitardi nella regione di El Naya.
L’istruttore che insegna agli attentatori come assemblare gli ordigni, è conosciuto col nome in codice di Max Max.
Ha fatto scalpore il doppio attentato che ha preso di mira il Battaglione Pichincha a Cali: il primo compiuto il 4 aprile 2024, e l’ultimo il 24 aprile 2026. Stessa modalità: ordigni letali chiamati tatucos che vengono lanciati da rampe artigianali montate sopra un camion. Video

Le relazioni tra i due stati sono pessime: anche gli interscambi commerciali che hanno sempre alimentato entrambe le economie sono attualmente interrotti.
A proposito dell’Ecuador, ricordo che durante i due mandati di governo di Rafael Correa Delgado, lo stato andino oltre ad avere un modello di welfare e di sanità pubblica efficiente e totalmente gratuita, era anche la nazione sudamericana più sicura, con un tasso di omicidi legato alla droga molto basso.
Dal governo di Lenin Moreno, passando per la parentesi di quello del banchiere Guillermo Lasso, fino ai due mandati attuali di Noboa, l’involuzione ecuadoriana è stata costante, sia per il crollo della protezione sociale che per l’aumento della criminalità. I circa 850 giorni di Noboa al potere, hanno coinciso con uno stato d’emergenza permanente che, malgrado migliaia di arresti, non ha sortito alcun miglioramento. A Guayaquil, la città più violenta, i residenti lamentano di non aver visto la notte alcuna pattuglia militare a difesa dei quartieri. Haiti, Ecuador e Colombia sono in testa nell’ordine alla classifica mondiale degli omicidi legati al narcotraffico.

Altra spina nel fianco dell’amministrazione Petro, è la violenza che incombe sulla regione di Catatumbo ai confini con il Venezuela, a causa della piaga dei desplazados: in un anno, circa 100 mila persone (tra cui 20 mila minori) fatte sloggiare a forza dalle proprie case, con i terreni espropriati dai narcos per piantare coca e usare le abitazioni come deposito di armi e rifugi. La guerriglia tra FARC e ELN – oltre alle incursioni da parte del Tren de Aragua, la potente gang venezuelana che agisce nella capitale Bogotà – sfugge spesso al controllo dell’esercito, rimpiazzato a volte dagli stessi cittadini che si armano uccidendo gli invasori. A Cúcuta, il centro vicino alla frontiera più colpito dalla violenza, gli omicidi si susseguono: in 48 ore otto persone innocenti hanno perso la vita, uccise negli scontri a fuoco tra le bande.
Oltre a civili e politici, la guerriglia ammazza operatori sociali: secondo Ong quali Defensoría del Pueblo e Indepaz, 345 attivisti furono assassinati tra il 2021 e il 2022. Quest’anno, in aprile si registrano 48 massacri, con 20 persone uccise in 72 ore durante la campagna elettorale. E non solo locali, ma anche autorità straniere: secondo le indagini, i sicari colombiani hanno assassinato nel 2021 il presidente di Haiti Jovenel Moïse e nel 2022 a Cartagena il procuratore paraguaiano Marcelo Pecci.
I mandanti di quest’ultimo sembra provengano però da una “joint venture” criminale tra narcos paraguaiani ed esponenti di spicco del PCC (Primer Comando Capital) in Brasile.

Sul fronte della campagna elettorale per il voto del 31 maggio, si registrano scontri e accuse non solo tra le opposte fazioni ma anche all’interno degli stessi schieramenti. Ha fatto scalpore l’attacco di Tomás, il figlio del senatore Álvaro Uribe, ex presidente della repubblica e leader del Centro Democrático, ad Abelardo de la Espriella, candidato del partito di estrema destra Defensores de la Patria, che avrebbe finanziato degli influencers per screditare attraverso i social Paloma Valencia, candidata presidenziale del Centro Democrático, rosicchiando così punti in percentuale a suo favore.
Álvaro Uribe ha comunque gettato acqua sul fuoco, ricordando che quello che conta è essere uniti contro il petrismo.
Dal canto suo Petro è riuscito a colmare una parte del deficit fiscale 2025-2026 – che lo scorso anno si chiuse al 6,4% del PIL – attraverso strategie combinate tra tassazioni alle imprese come la ritenuta d’acconto maggiorata già descritta, una patrimoniale sui grandi capitali, e il recupero dell’evasione IVA. A marzo 2026, secondo l’ultimo rapporto della DIAN (Dirección de Impuestos y Aduanas Nacionales) la raccolta fondi si chiuse a circa 74 miliardi di pesos.
A fine aprile la vendita della partecipazione statale nella compagnia telefonica Movistar ha procacciato allo stato 856 miliardi di pesos, circa 204 milioni di euro, di cui solo una parte andrà per colmare il deficit.
Recenti sondaggi danno come probabile vincente il senatore del Pacto Histórico Iván Cepeda, che subentrerà in caso a Petro alla presidenza della Repubblica.
Abelardo de la Espriella lo tallona però a 5 punti, mentre Paloma Valencia che raccoglie la maggioranza dei suoi consensi a Medellin, su scala nazionale si posiziona nettamente dietro.
Ecco la situazione fino a pochi giorni fa:

Da notare che se Cepeda non vince al primo turno, le previsioni lo danno perdente al ballottaggio del 21 giugno, considerando che, malgrado le baruffe descritte poc’anzi, al candidato rimasto della destra andrebbero anche i voti dell’altro schieramento.

Pure in questa consultazione, nella capitale Bogotà l’elettorato di sinistra risulta più consistente, mentre invece a Medellin la destra appare in netto vantaggio. A Bogotà tuttavia il consenso per Abelardo de la Espriella è in crescita.
A livello individuale, Cepeda raccoglie il 38% dei consensi, mentre il 50% dell’elettorato colombiano si divide tra Abelardo e Paloma Valencia.

Concludo con la nota dolente della protesta dei cuidadores familiares indios, che una volta arrivati a Bogotà dalla Valle del Cauca, hanno montato un presidio permanente davanti al Senato, lamentando il più completo disinteresse da parte del Ministero della Salute nei confronti dei loro familiari portatori di handicap. Secondo i manifestanti che ho intervistato, lo Stato si sarebbe defilato totalmente: niente farmaci né visite mediche per i loro figli e parenti, malgrado in Colombia queste problematiche siano tenute in alta considerazione.
Da prima di Petro, il welfare locale è basato sul principio degli estratos, che applica l’importo di tassazione e bollette a seconda dello stato dell’immobile e delle capacità economiche dei suoi occupanti.
Chi sta meglio vivendo in alloggi più dignitosi o di lusso, paga di più in proporzione. L’assistenza pubblica conta anche su contributi privati.
Per cui sorge il dubbio che, ancora una volta, gli indigeni siano emarginati da diritti di cui godono invece gli altri cittadini.
Si ripeterebbe così un triste déjà vu.
(Photo credit F. Bacchetta.
Ripresa da un articolo similare pubblicato sul Blog del Fatto Quotidiano.)





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