Iran-USA. Guerra aperta o accordo minimale?
di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Davide Malacaria)

Israele e Stati Uniti daranno ancora più fondo alla campagna di informazione e disinformazione tramite media e web, cercheranno di strangolare economicamente il Paese e investiranno ancora di più nei movimenti armati antagonisti di Teheran.
Oggi la televisione di Stato iraniana ha informato che Teheran ha ricevuto da Washington una nuova bozza di accordo. Notizia negata dalla Casa Bianca… Lo stallo e il drammatico caos continua. Sulle prospettive riprendiamo quanto scrive Andrew Day su The American Conservative, secondo il quale “probabilmente non assisteremo né a una grande guerra né a un grande accordo, e la prima ipotesi è più probabile della seconda”.
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Nell’articolo riporta quanto pubblicava su X la scorsa settimana: “Nessun attacco e nessun accordo. Non si può raggiungere un accordo (sullo stile del JCPOA) a causa di vincoli politici. Non si può attaccare a causa della scarsità di munizioni e delle capacità di rappresaglia dell’Iran”. L’intesa di grande respiro, specifica Day, è al momento impedita dalla difficoltà/impossibilità di Trump di liberarsi dalla morsa di Netanyahu e dei falchi iraniani.
Riguardo questi ultimi, Day riferisce di come l’AIPAC, l’organizzazione ebraico americana pro-Israele, abbia rilanciato in maniera massiva sui social gli interventi dei politici americani che hanno criticato Trump quando ha annunciato l’imminente accordo con Teheran.
Quanto alle possibilità di una ripresa del conflitto su ampia scala, lo scenario di Day sembra confermato dal media pakistano Dawn, che riporta quanto riferito da una fonte interna ai Guardiani della Rivoluzione iraniane, secondo il quale le possibilità in tal senso sono “basse“.
Una prospettiva che sembra trovare un’ulteriore conferma da un comunicato dell’intelligence iraniana, che ha messo in guardia i cittadini su quanto si profila: avendo constatato l’impossibilità di vincere una guerra vera, i nemici dell’Iran si stanno adoperando per un “conflitto soft, la guerra psicologica e la guerra ibrida”.
In pratica, Israele e Stati Uniti daranno ancora più fondo alla campagna di informazione e disinformazione tramite media e web, cercheranno di strangolare economicamente il Paese e investiranno ancora di più nei movimenti armati antagonisti di Teheran.
Tutto ciò, come anche la rinnovata pressione su Cuba, al largo della quale è stata schierata la portaerei Nimitz, porta a ritenere meno probabile, anche se sempre possibile data la follia dilagante, la ripresa delle ostilità contro l’Iran (aprire due fronti in contemporanea pone molteplici problemi, non ultimo quello logistico). Da cui la prospettiva a oggi più probabile sembra un’intesa minimale che chiuda la parentesi, almeno questo è il pensiero di Day.
Una nota a margine va forse spesa per i movimenti armati che Israele e Stati Uniti sperano di scagliare contro l’Iran. Tra questi è da presumere che sia annoverato anzitutto l’Isis Khorasan che si annida in Afghanistan, i cui bersagli privilegiati, come annotava Repubblica, sono l’Afghanistan e, appunto, l’Iran.
Benché abbia fatto strage anche di americani, l’ultima delle quali all’aeroporto di Kabul avvenuto nei giorni del precipitoso ritiro delle forze statunitensi dal Paese – attentato che, oltre a 13 marines, tolse la vita a 169 civili – non sembra che Washington abbia un’avversione particolare verso questa organizzazione terroristica. Si potrebbe azzardare che, se non ci fosse, sarebbe da inventare.
Ciò perché le sue azioni creano criticità a tutti i nemici dell’America (e di Israele): agli odiati Talebani che governano (o tentano di governare) l’Afghanistan post americano; a Mosca, come evidenziato dal sanguinoso attacco al Crocus City Hall (144 le vittime), e vede esposti a eventuali attacchi i suoi gasdotti che, attraverso l’Afghanistan, portano il gas russo nell’Asia meridionale; al confinante Pakistan, pedina fondamentale della Belt and Road Initiative cinese; infine, all’Iran, contro il quale l’Agenzia del Terrore ha consumato diversi attacchi dopo il primo e più spettacolare contro il parlamento (giugno del 2017, allora il ramo afghano dell’Isis, il Khorasan, era tutt’uno con quello principale).
Il nuovo attivismo dell’Isis Khorasan è stato rivelato dal direttore del Servizio di Sicurezza Federale russo, Alexander Bortnikov, il quale ha riferito come si stia rafforzando notevolmente reclutando in massa nuovi adepti dai Paesi dell’Asia centrale, in particolare da Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan. L’allarme del capo dell’intelligence russa è stato riportato dal Jerusalem Post al quale non è sfuggita la rilevanza della vicenda.
D’altronde, le ambiguità di Washington e dei suoi alleati nei confronti delle Agenzie del Terrore hanno avuto un momento davvero epifanico nell’insediamento a Damasco di Ahmad al-Shara, compagno di merende del leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi per poi fondare in proprio, così si narra ex post, Jabhat al-Nusra poi rinominata Hayat Tahrir al-Sham (nomi diversi, stessa macelleria).
Ovviamente, il reclutamento massivo costa, e costa tanto: sarebbe interessante scoprire da dove arrivino tutti questi fondi. Un tempo fluivano dall’Arabia Saudita, come ricordava Thomas Friedman sul New York Times nel 2015, e dal Qatar, come denunciava il sottosegretario al Tesoro Usa David Cohen nel settembre del 2014. Paesi che negli ultimi anni si sono allontanati dall’orbita americana e hanno rescisso i rapporti con il radicalismo salafita… chi ne ha preso il posto?
#TGP #Usa #Iran
Fonte: https://www.piccolenote.it/mondo/iran-usa-guerra-aperta-o-accordo-minimale
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