Meloni taglia i fondi UE per la difesa: la mossa furbesca sul programma SAFE per evitare il caro energia
di L’ANTIDIPLOMATICO (Federico Giusti)

È una domanda dirimente, che potrebbe alimentare le contraddizioni in seno al Governo Meloni e disattendere parte degli impegni assunti con la Nato e gli USA. Intanto su X, Raffaele Fitto ha pubblicato un post che sembrerebbe non ammettere repliche:
“La crisi energetica colpisce i nostri cittadini e le nostre imprese. Ho scritto oggi ai Ministri responsabili della politica di coesione per chiedere di utilizzare con urgenza tutti gli strumenti disponibili: l’Unione europea ha le risorse per rispondere, e dobbiamo mobilitarle adesso”.
Visto l’andamento dell’economia e le diffuse critiche alla crescita delle spese militari, l’esecutivo cambia furbescamente strada. L’idea è quella di tagliare la richiesta dei prestiti UE legati al programma SAFE (Security Action for Europe — un prestito della Commissione europea pensato per la difesa), riducendola da 14,9 a circa 5 miliardi di euro. Meglio spendere risorse per fronteggiare il caro energia, evitando di inimicarsi imprese e famiglie, piuttosto che intraprendere un braccio di ferro con Bruxelles come sembrava voler fare solo pochi giorni fa.
Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che assistiamo a un repentino cambio di marcia. L’esecutivo sceglie di dare priorità alla risposta contro il caro energia, lasciando scadere i termini in attesa di un segnale di flessibilità da Bruxelles e rinunciando a una fetta consistente di quei fondi. Nei prossimi giorni capiremo a quanto ammonteranno i tagli, ma la decisione era nell’aria. Fa parte di una strategia precisa: disattendere impegni onerosi e impopolari (come l’aumento delle spese per la difesa) anche per apparire distanti dai voleri di Donald Trump, in un momento in cui la popolarità dell’amministrazione USA è ai minimi termini.
Non aspettiamoci tuttavia da Meloni una rottura aperta con gli Stati Uniti. Dai calcoli economici effettuati, a Palazzo Chigi hanno semplicemente compreso che il ridimensionamento delle spese militari resta l’unica soluzione possibile per non apparire allineati e acritici verso le richieste della Nato; il che, sia chiaro, non significa affatto un’opzione per politiche pacifiste. Nelle prossime settimane bisognerà analizzare nel dettaglio questa revisione di spesa, ricordando che ci sono già stati interventi per dirottare fondi su tre capitoli chiave: sicurezza energetica, difesa e competitività.
In questo scenario, il rischio che corre il centrosinistra è quello di appiattirsi sulla nomenclatura europea, criticando Meloni proprio per queste scelte. Non è casuale la nota dell’ex commissario europeo Paolo Gentiloni apparsa su un quotidiano: “Basta attacchi all’Europa, così rischiamo di renderci ridicoli. Siamo ultimi per crescita e primi per debito, nonostante l’Italia abbia ricevuto una quantità enorme di fondi europei”.
Riuscirà quindi la sinistra italiana nel miracolo di regalare ulteriori consensi alla destra, specialmente in tempi di crisi? È assai probabile, se pensiamo al convitato di pietra — guerrafondaio e legato alla finanza — che alberga in ampi settori dell’opposizione. Di questo passo, però, Meloni potrebbe governare per cent’anni senza mai assumere una sola decisione davvero strutturale su temi come la difesa, la spesa sociale, gli investimenti pubblici e le dinamiche salariali.





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