Ottant’anni: i conti non tornano
di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)

La nostra Repubblica smette di essere Stato all’inizio degli anni Novanta. Da Maastricht in poi ne è rimasto un suo simulacro, un sosia dal volto emaciato che ha bisogno di continue celebrazioni manieristiche per riaffermare un’esistenza di fatto scomparsa. Difatti, la retorica repubblicana è ormai concentrata o su poetiche rappresentazioni della Costituzione, elevata appositamente a testo letterario perché non sia percepita come norma fondante della realtà o sul voto quale momento elegiaco ed esemplificativo dell’intera vita democratica. Di quest’ultima strategia comunicativa il voto alle donne ne rappresenta l’allegoria più efficace dal punto di vista commerciale e in essa è contenuta la dispersione di qualsiasi valore costituzionale.
Non perché il voto alle donne non sia stata una grande conquista sociale. Bisogna sempre ricordare che furono i proletari a lottare realmente per il suffragio universale. Alle suffragette borghesi, come la storia di Anna Kuliscioff insegna, non interessava poi più di tanto il voto delle proprie serve. Ma oggi la visualizzazione simmetrica del natale repubblicano e dell’emancipazione femminile è surrettiziamente utilizzata per cancellare il significato sociale della costruzione repubblicana e il contenuto sostanziale della nostra democrazia. Da tempo, con una propaganda ai limiti dell’ossessione verbale, suffragata dai filmetti della consorteria pariolina chiamata “cinema italiano”, si vorrebbe ridurre l’impegno politico alle sfilate elettorali cadenzate quinquennalmente, con cittadini, trasformati definitivamente in consumatori, intrappolati nella logica del sondaggio permanente.
Ciò che si vuole smitizzare è la militanza incastonata nella logica della lotta di classe. Da Maastricht in poi, l’imperativo categorico è stato quello di defenestrare la Costituzione repubblicana perché in quella carta la lotta di classe rappresentava la chiave legittimante dell’azione pubblica e della sovranità popolare. Il voto ne era logica conseguenza non il momento fondante. Ma il regime del “mercati”, costituzionalizzato dall’Unione Europea, ha bisogno di una società totalmente depoliticizzata, ignifuga all’espressione sociale e collettiva dei bisogni, composta da monadi che si accontentano di una contesa politica polarizzata dal mondo delle opinioni personali, veicolate dalla cosiddetta società civile. Sotto quest’ottica Garlasco val bene un genocidio. In questo modo, il momento dell’indignazione, sempre veicolato dall’alto, dura lo spazio dell’argomento del giorno per poi diventare, in brevi sequenze, già immagine di repertorio.
Maastricht ha spezzato in due la storia repubblicana. Fino al 1992 la repubblica dei partiti, nonostante amministrasse una società capitalista, assicurò la genesi del conflitto verticale, la ricerca della democrazia sostanziale nei luoghi di lavoro, nei centri urbani, nei rapporti di dipendenza. Dopo la tanto celebrata entrata in Europa questo elementare buon senso comune è stato spodestato dall’idea che l’individuo non ha, realmente, alcun bisogno di strutture collettive per emanciparsi e che la contrapposizione capitale/lavoro semplicemente non esiste. Non resta, quindi, che esercitare la propria libertà attraverso il voto. Ma determinante sarà votare sempre lo stesso prodotto, camuffato da marchi commerciali differenti che, possibilmente, coprano l’intero spettro dell’offerta politica, congegnata dai grandi professionisti della comunicazione. Da Maastricht la nostra è la Repubblica degli storytelling; quindi non c’è proprio nulla da celebrare. Solo la lotta protegge la democrazia.
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