La volontà d’impotenza
da LA FIONDA (Vincenzo Capodiferro)

Di fronte all’esigenza teoreticamente giustificabile di dare lotta alla Volontà, avendo in essa riconosciuto l’Assoluto, secondo l’aporia fondamentale di Schopenhauer e di Hartmann, maggiore consequenziarietà troviamo nell’esaltazione della volontà di potenza di Nietzsche. In fondo la Volontà assoluta deriva dalla Volontà Generale di Rousseau e dalla Volontà Apriori di Kant, sebbene la Volontà illuministica sia ordinata (βούλησις), rispetto a quella romantica, tumultuosa e strurm-und-grandica (θέλημα).
Innanzitutto dobbiamo poter giustificare, all’interno di questa Volontà assoluta il contrasto immanente ad essa tra lo spirito apollineo, spirito di equilibrio e di compostezza e lo spirito dionisiaco, orgiastico, travolgente, istintivo ed eversore, per eccellenza tragico: istinto noetico (intuizione pura) e istinto a-noetico (puro impulso o pura volontà. La ragione nasce come mediazione tra due impulsi. Dittatura della ragione non è la prevalenza dell’elemento noetico puro, o luminoso, o apollineo, ma di quello mediatico. Qui Nietzsche si è confuso. Il razionalismo non è la prevalenza dell’intuizione (impulso noetico puro), ma del polo mediatico trai due impulsi che si esprime nel linguaggio, nel nozionismo e nel logicismo.
Per Leibniz, ad esempio, le attività elementari monadiche sono la percezione e la appetizione. L’appercezione è per noi appetizione di percezione. Il virtualismo leibniziano, per cui non v’è intercomunicabilità tra le monadi, riguarda, infatti, a nostro avviso, la percezione interna, o appercezione e non quella esterna.
Dovremmo presupporre, per comprendere bene la questione, che come c’è un intelletto agente e uno paziente, che ci sia una Voluntas agens. La volontà agente è unica, o particolare per ogni soggetto? C’è un panteismo volitivo? Come prima c’era il pan-entismo parmenideo, da Kant in poi c’è pan-volontarismo. Tutto è volontà. Volutas sive Natura. Come si risolve questo annoso problema? Per non ricadere nel panlogismo dell’intelletto unico, abbiamo, anche qui previsto tre tesi neo-aristoteliche:
- Neo-alessandrismo. Esiste un’unica volontà, che è la Volontà divina, che il tutto muove e noi siamo puramente passivi dinanzi ad essa. Questa tesi porta al panteismo, già riproposto più volte da Bruno a Spinoza, da Schelling ad Hegel. Questa tesi, però, tende anche al giustificazionismo del male ed attribuisce il male stesso alla volontà divina, il che è impossibile. In questa tesi vanno inserite anche le ipotesi ateistiche, ma lo stesso pan-volontistiche, come quella di Schopenhauer, di Nietzsche e altri. L’Illuminismo aveva deificato la Ragione, il Romanticismo la Volontà.
- Neo-averroismo. Esiste un’unica Volontà agente, valida per tutti e per tutto, questa entità però non è divina, ma è creata ed è trascendentale. Potrebbe essere una Volontà eroica, o semidivina, o angelica, come quella diabolica. Diavolo, da διαβάλλω, indica la ragione analitica, quella che divide, la ragione demiurgica, deista. C’è una creazione secondaria, non originaria, come quella divina, c’è una creazione mimica, o imitativa. Lo stesso vale per l’intelletto. Oggi il neo-averroismo può essere tradotto come: intelligenza artificiale unica (UIA).
- Neotomismo. Esiste una volontà agente particolare che è unica per ognuno, come esiste un intelletto particolare unico per ognuno.
Quest’ultima ci pare la via da seguire: la volontà particolare è già agente e non può essere confusa con la volontà universale. La volontà universale è quella divina, poi c’è la volontà generale, corrispondente all’ego sociale, nelle sue varie determinazioni e sfere coscienziali o auto-coscienziali (familiare, gruppale, tribale, associativa, sociale, statuale).
Possiamo ben accettare la celebrazione del sentimento tragico della vita, la condanna del gelo logico di Socrate, lo scherno di ogni razionalistica aurea mediocritas, la ripulsa di ogni metafisica, di ogni religione, di ogni morale comune, ma come possiamo conciliare questo con un ferreo, neo-stoico fatalismo: l’eterno ritorno? Come abbiano potuto gli Stoici e Spinoza, poi, conciliare l’ειμαρμένη con l’ελευθερία, essendo negatori ed esaltatori della libertà, ma non del libero arbitrio? Tra libertà vera ed autentica ed arbitrio difatti v’è un abisso. Già Agostino l’aveva ripreso: la libertas minor e la libertas maior. In fondo il fine della libertà è l’adeguamento alla Provvidenza eterna. La ribelle Volontà romantica cos’è in fondo se non la stessa Volontà divina trasfigurata? A questa crede uno Schopenhauer.
Nietzsche, riprendendo la categoria dell’Unico di Stirner, riafferma uno spirito iconoclastico ed eversivo, che conduce non tanto ad un agnostico amoralismo, quanto alla morale del superuomo, disdegnosa delle deboli morali del gregge umano, fondate sul resentissement.
C’è una differenza di fondo tra la categoria dell’Unico (Stirner) e quella del Singolo (Kierkegaard). Il singolo si rapporta sempre all’Assoluto: Altro reale da sé. L’unico si aliena invece in un auto-Assoluto, secondo un processo feuerbachiano di auto-deificazione. Il male è scientia sui, o meglio, concupiscientia sui.
«Due amori fecero le due città, e cioè l’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio fece la città terrena, l’amore di Dio portato fino al disprezzo di sé fece la città celeste»[1].
Qui si gioca il rilevo tra vera e falsa religio. L’oltre-umanesimo in sé esige una proiezione metafisica e meta-umana. C’è un processo che inizia con l’autoctisi: cioè auto-topia e conduce ad eterotopia. Il male è in fondo concupiscientia sui. Ogni scienza è concupiscenza. La filosofia nasce dalla curiositas: lo sosteneva già Aristotele.
Partiremo dal concetto di male. «Il male si compie quando la volontà lascia ciò che è superiore per rivolgersi a ciò che è inferiore; non perché sia male ciò a cui essa si rivolge, ma perché è male lo stesso atto degradante. Perciò non è la cosa inferiore che ha resa cattiva la volontà, ma questa stessa si è resa colpevole, perché cercò, in modo malvagio e violatore dell’ordine, ciò che è inferiore»[2].
Innanzitutto la volontà rivela il proprio carattere necessariamente intenzionale. La volontà è intenzionale, è finale o non è finale? Anche la volontà di potenza è finale, in quanto auto-affermativa. Può esistere una mera volontà in-intenzionale? Incosciente? Inconscia? La passione dovrebbe essere un’anti-volontà? O una volontà in-intenzionale?
Cosa significa volere il sé? Volersi? La volontà di Nietzsche e di Schopenhauer è la stessa volontà divina trasfigurata. Volersi è la colpa di esistere, la fonte del peccato di Kierkegaard. L’esistenza è peccato in quanto è distacco dall’Assoluto.
La conoscenza stessa è un atto originario di volontà, è auto-volontà. La Volontà stessa promuove la liberazione da essa nello stesso modo in cui il Cristo si incarna per la redenzione universale, la liberazione dal peccato. Cosa è il peccato nella sua essenza? Farsi dio. L’oltre-uomo è un homo homini deus. L’oltre-uomo è un metafisico. Esiste un ultra-esistente? Oltre l’esistenza cosa c’è? O è tutto esistenza? La metafisica immanente e trascendentalista è intrappolata ognora nel dramma del mare dell’esistenzialismo.
«Nessuno dunque si metta a cercare la causa efficiente della volontà cattiva; non si tratta di una volontà efficiente, ma di una volontà deficiente, poiché si tratta di una deficienza, non di una realtà effettiva. Infatti l’allontanarsi da quello che è l’Essere Sommo, per volgersi a ciò che è inferiore, ciò costituisce il cominciare ad avere volontà cattiva. Voler trovare le cause di queste deficienze, giacché sono cose deficienti, non efficienti, è la stessa cosa che se uno volesse vedere le tenebre o ascoltare il silenzio»[3].
Dobbiamo sottolineare il senso di questa voluntas deficiens. Le masse di Le Bon che seguono un Hitler, un Mussolini, uno Stalin sono davvero inconsce? Cioè non hanno una coscienza collettiva sviluppata? Non c’è una coscienza trascendentale, oppure questa è debole? La debolezza di coscienza, il pensiero è debole (Vattimo)? Perché si identificano nell’irrazionale? Nel lato oscuro della volontà? Non esprimono forse questa volontà deficiente? Altro che volontà generale! La Volonté Génèrale diviene un’aberrazione se va a procurare la totale identificazione delle volontà singole in un’unica volontà, quella del capo: questa è una stortura inammissibile! La volontà trascendentale, o coscienza collettiva, è in comunione con quelle individuali. L’io sociale non sopprime i singoli. Il totalitarismo deriva dall’imposizione dell’io sociale su quelli individuali. L’io sociale deve essere integrativo di quelli gruppali o individuali, così si ha una congrua e appropriata comunità. Gli estremi sono sempre l’individualismo e il collettivismo, ma tra questi c’è sempre un termine medio. Io non credo più alla favoletta delle masse inermi, inconsce, irresponsabili. Monarchia assoluta e democrazia assoluta coincidono. Macintyre in “Dopo la virtù” ha portato alla ribalta Aristotele: «Poiché ciò che si vuole è il fine e poiché la deliberazione e il proposito derivano dal fine, le azioni relative a queste cose saranno deliberate e volontarie. Ora le azioni virtuose riguardano queste cose. Perciò la virtù e il vizio sono in nostro potere»[4]. La ragione è volontà mediata. L’intelligenza è volontà immediata al pari dell’impulso fattivo, o attivo. Ma se le masse non sono passive, come credeva Le Bon, dinanzi agli stimoli delle volontà potenziali forti, allora qual è l’atteggiamento di fronte ai totalitarismi, di qualunque genere, compresi quelli subdoli, attuali, democratizzati? Semplicemente volontà di impotenza! Volutamente impotenti! Non esiste la volontà assoluta, come credeva Schopenhauer: il non volere è volere di non volere! Le masse volutamente si sono sottomesse ai capi, cioè alle volontà apparentemente più forti. Hitler, Stalin e Mussolini erano, in fondo, dei deboli che esprimevano la loro forza nell’aggressività. Per capire questo meccanismo di impotenza possiamo citare il noto manifesto kantiano dell’Illuminismo: «L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo. Pigrizia e viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo liberati dall’altrui guida, rimangono tuttavia volentieri minorenni a vita; e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. È così comodo essere minorenni!». Le masse non sono giustificabili, sono corresponsabili dei totalitarismi. È facile lavarsi le mani: è colpa di Napoleone! È colpa di Mussolini! È colpa di Hitler! Come è pericoloso questo giustificazionismo dell’impotenza! Platone giustamente diceva: «La pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi». Churchill aveva pronunciato una sentenza: come è possibile che l’Italia passi da 45 milioni di fascisti a 45 milioni di antifascisti dopo il 25 luglio 1943? Gli si attribuisce anche un’altra espressione: i fascisti del futuro saranno gli antifascisti. Sulla pericolosità dell’antifascismo si era espresso Bordiga, che abbiamo citato in altri interventi. Il problema è proprio il dantesco girone degli ignavi: l’ignavia è un colpa sociale voluta, non inconscia! L’indifferenza sociale è voluta! L’incoscienza è voluta! L’inconscio è un rimosso voluto! Perché è più facile nascondersi. È più facile mettere la testa sotto la sabbia. Lo fanno anche gli struzzi. È più facile identificarsi in un capo! E poi trasformarlo in capro espiatorio! È più facile incolpare le masse amorfe. Atomismo sociale! Individualismo! Ma questi sono atomi coscienti. Non esiste l’inconscio se prima non sia stato conscio. Altrimenti è pura incoscienza! È un’incoscienza voluta! La responsabilità richiede sacrificio, impegno! Essere liberi è difficile! È meglio essere schiavi! Anche gli ebrei si lamentavano nel deserto con Mosè: stavamo meglio sotto gli egiziani! Oggi, ad esempio, le masse non sono analfabete, come un tempo. I minimi ragazzi almeno possiedono un’istruzione elementare! E poi la coscienza di classe, o di massa, o coscienza sociale è immediata. La coscienza non coincide necessariamente con l’istruzione. L’istruzione nozionistica non favorisce il principium individuationis. Montesquieu ed Hegel parlavano giustamente di Spirito del popolo. Che Hegel sia con voi! E con il tuo spirito. Lo Spirito del popolo è la coscienza di classe. Poi è giunto Freud col suo inconscio: l’inconscio è un rimosso! Cioè un conscio insopportabile divenuto inconscio. La verità brucia, come la giustizia, ustiona. Chi la sopporta? Chi dice la verità vuol essere ucciso. Cassandra non è mai creduta! La storia lo stesso: non potrà mai essere magistra vitae! Se dice la verità non sarà mai creduta! La passione, o volontà passiva, si forma proprio dal coltivare l’impotenza: Platone distingueva tre tendenze dell’anima: razionale, irascibile e concupiscibile (che corrispondono in fondo in Freud a Io, Superio ed Es). Aristotele, invece, proponeva la virtù come volontà mediana, cioè, come principio misto tra impulso noetico, o apollineo e impulso a-noetico, o dionisiaco.
Il problema della decadenza dell’Occidente è di aver posto proprio questa apologia dell’impotenza! Non è nel coltivare l’intelligenza vera, l’intuito, quell’elemento apollineo tanto esecrato da Nietzsche. Lo stesso Nietzsche ha usato la ragione, cioè la volontà mista, per affermare sempre le stesse cose, non ignote alla metafisica: l’eterno ritorno, il fato, l’oltre-omismo divinante. Come fa un universo totalmente cieco ed irrazionale ad essere preciso come un orologio svizzero nell’eterno ritorno? Spiegacelo Nietzsche. A meno che non si ammetta una Ragione universale, come avevano fatto gli Stoici. Come fa la Volontà irrazionale a organizzarsi in gradi di oggettivazione, o nell’avere delle platoniche Idee, caro Schopenhauer? Non c’è una parte razionale e una irrazionale, o meglio c’è nel senso che è puramente non-mediata, ma c’è una parte potente e un impotente, che alimenta la passione, la volontà negativa, inattiva, inerte, che genera resistenza. E questa è anche la materia volitiva.
«La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta»[5].
Ma chi sono questi oppressori ed oppressi (Rousseau)? Desti e dormienti (Eraclito)? Padroni e servi (Hegel)? Autentici e inautentici (Heidegger)? Borghesi e proletari (Marx)? Superuomi e sottuomini (Nietzsche)? In una parola: sono potenti e impotenti! Gli psicologi parlano di impotenza appresa.
Kant, ad esempio, definisce le passioni come deviazioni o inclinazioni costanti (clinamen o παρέγκλισις) dalla retta ragione, perché impediscono alla ragione di agire, mentre le emozioni sono passeggere.
Spinoza, ad esempio, nega la libertà intesa come libero arbitrio, ma non la nega nel significato di libera necessità, cioè di indipendenza dalla coazione esterna. La schiavitù è essere determinato da cause esterne, la libertà è essere determinato ad esistere ed ad agire da cause intrinseche alla propria natura. Cioè: subire è impotenza, agire è potenza. La virtù è potenza e felicità. Ma con tutto ciò si giunge alla morale del più forte (Hobbes)? Oltre alla forza, homo cogitat: «Un effetto che è una passione cessa di essere passione appena ci formiamo l’idea chiara e distinta di essa»[6]. «Una passione dunque, quanto più ci è nota, tanto più è in nostro potere, e tanto meno la mente è, rispetto ad essa, passiva»[7].
Cioè la libertà è possibile solo tra uomini potenti, non tra gli impotenti ignavi: «Lo scopo, invero, dello stato è la libertà. Ma poniamo che si possa conculcare questa libertà, e gli uomini possano venire oppressi in modo tale che non osino mormorare alcunché senza l’approvazione delle somme potestà: certamente non avverrà mai che essi pensino diversamente da come loro pare; e perciò seguirebbe necessariamente che gli uomini costantemente penserebbero in un modo e parlerebbero in un altro, e che, conseguentemente, la buona fede, virtù fondamentalmente necessaria nello stato, si corromperebbe, e l’abominevole adulazione e la perfidia sarebbero favorite, onde gli imbrogli e la corruzione di tutte le virtù»[8]. Come ci fa ad esser libertà in mezzo ad individui schiavi della passione, cioè della loro stessa impotenza indotta? O peggio ad esser schiavi del male? Lutero ci aveva ridotto a schiavi del peccato: no! L’uomo è libero. Può liberarsi con la sua potenza. La vera libertà si raggiunge tra di uomini potenti. Gli ignavi preferiscono i capi, i duci, i Fuhrer. Solo tra uomini potenti vi può essere vera anarchia, αὐτάρκεια, autogestione.
Rousseau a proposito è molo chiaro: «Vi sono due sorta di dipendenze: quella dalle cose, che è naturale, e quella degli uomini, che è della società. La dipendenza dalle cose, non avendo alcuna relazione con la moralità, non nuoce affatto alla libertà e non genera vizi; la dipendenza dagli uomini, essendo disordinata, li genera tutti, ed è per essa che il padrone e lo schiavo si depravano vicendevolmente»[9].
Sottolineiamo: il padrone e lo schiavo si depravano a vicenda, anche nell’alternanza hegeliano-marxiana servo-padrone. Oggi è tutto un rapporto di dipendenze. Dov’è la libertà?[10]
Per sintetizzare:
Volontà apotetica, o positiva (apotesi);
Volontà catatetica o negativa (catatesi);
Volontà apodittica, o razionale (buletica);
Volontà apocrifa, o irrazionale (telematica).
La volontà di potenza si può raggiungere in tre modi:
- Razionale (Spinoza, Rousseau, Kant, Berlin) o tramite l’istinto noetico;
- Arazionale (Hobbes, Schelling, Schopenhauer, Nietzsche, Freud) o tramite l’istinto a-noetico.
- Volontà mista, o intermedia, o intenzionale (Principio di intenzionalità primario e secondario – Brentano e Husserl).
A questi tipi di volontà corrispondono anche tipi di rivoluzione:
- Rivoluzione attiva;
- Rivoluzione passiva.
Apotetico, usato nella filosofia spagnola, significa: posizione fenomenologica apparente, caratteristica degli oggetti che percepiamo come se fossimo sempre al centro, o nel mezzo del punto di osservazione (intenzionalismo secondario: intentio secunda degli Scolastici). La volontà è telecinetica in questo senso a-priori rispetto al tempo. Nella scienza si definisce principio antropico, forte o debole. È lo stesso principio bruniano del centrismo infinitale.
Paratetica, invece, è quella percezione che individua le relazioni tra gli oggetti, non rispetto ad un punto assoluto, o osservatore O, ma rispetto alla loro reale relazione (intenzionalismo primario, o ontico).
[1]Agostino, De Civ. Dei, XIV, 28
[2] Ivi, 6.
[3] Ivi, 7.
[4]Arist. Et. Nic. III,5
[5] K. Marx, Manifesto del PC, I.
[6] B. Spinoza, Eth., V, prop. II.
[7] Ivi, coroll. prop. III.
[8] B. Spinoza, Tr. Th.-Pol., XX.
[9] J.J. Rousseau, Emilio, II.
[10] Per rispondere a questa domanda cfr. a proposito tra tantissime risposte, quella di I. Berlin, Libertà, Feltrinelli, più volte ristampata.
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/06/11/la-volonta-dimpotenza/#_ftn10





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