Yuan sottovalutato o Euro troppo forte? La Germania scopre che la moneta forte fa male all’industria
di SCENARI ECONOMICI (Fabio Lugano)

Il cancelliere tedesco Merz attacca Pechino al G7: “Yuan manipolato del 30%”. Ma il declino industriale europeo è colpa della Cina o dell’ossessione della BCE per l’euro forte?
Al recente vertice del G7 a Evian, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha deciso di mettere da parte le classiche cautele diplomatiche. Con un’uscita decisamente insolita per i tavoli europei, Merz ha puntato il dito contro Pechino, accusando la Cina di mantenere la propria moneta, lo yuan, sottovalutata di un buon 20-30%. L’obiettivo cinese, secondo l’accusa, è fin troppo ovvio: rendere le proprie esportazioni artificialmente a buon mercato e sbaragliare la concorrenza internazionale.
Sentire un cancelliere tedesco lamentarsi di uno svantaggio competitivo legato ai tassi di cambio fa un certo effetto. Eppure, dietro questa frustrazione ci sono numeri reali e preoccupanti che minacciano la tenuta della “locomotiva” d’Europa.
I numeri del deficit: l’Europa perde colpi
Il nervosismo di Berlino nasce da una bilancia commerciale che pende sempre più a favore del Dragone. Non si tratta di una sensazione, ma di un fiume di denaro che esce dall’Europa:
Area Economica Deficit Commerciale con la Cina (2025) Tendenza Inizio 2026 (Primo Trimestre)
Germania 89 miliardi di Euro In rapido peggioramento
Zona Euro 360 miliardi di Euro (+20% sul 2024) 95 miliardi di Euro già accumulati. Si rischia di sfiorare i 400 miliardi
Di fronte a questa marea di merci “Made in China”, le reazioni ufficiali dei vertici europei sono spesso state timide. Il comunicato finale del G7, infatti, non cita direttamente la guerra delle valute, limitandosi a vaghi richiami a una “crescita equilibrata”. Del resto il G7 non è un’unione doganale, ma lo è la UE che, evidentemente, non ha nessunacapacità o nessuna volontà di limitare questo flusso di merci.
Le mosse di Pechino: controllo e stabilità
Mentre l’Europa discute, la Banca Centrale Cinese (PBOC) agisce. Proprio nelle stesse ore delle dichiarazioni di Merz, il governatore Pan Gongsheng ha annunciato nuove mosse per rafforzare il controllo sui mercati monetari a breve termine.
In parole semplici, la Cina sta perfezionando i suoi strumenti (i cosiddetti tassi pronti contro termine) per gestire in modo molto più attento la quantità di denaro in circolazione ogni giorno. L’obiettivo della PBOC non è lasciare la moneta in balia dei mercati, ma garantire che i costi di prestito a breve termine sostengano la stabilità economica interna del Paese. Pechino, insomma, usa la moneta come strumento per i propri obiettivi reali.
Il paradosso europeo: di chi è la vera colpa?
Qui si arriva al cuore del problema, che la politica europea fa finta di non vedere. Se lo yuan è considerato troppo debole, non è forse vero che l’euro è inutilmente forte?
Per decenni, proprio la Germania è stata il guardiano inflessibile del dogma della “moneta forte“, imponendo alla Banca Centrale Europea (BCE) di concentrarsi quasi esclusivamente sulla lotta all’inflazione e senza obiettivi di crescita o di occupazione. Questo approccio ha prodotto un euro rigido, pensato per rassicurare i mercati finanziari, ma che nei fatti agisce come un freno a mano tirato per le nostre industrie esportatrici.
Incolpare la Cina è facile. Tuttavia, bisognerebbe chiedersi se le istituzioni monetarie europee non abbiano perso di vista l’economia reale. Una moneta dovrebbe essere un mezzo per favorire la crescita, l’occupazione e il benessere dei cittadini, non un totem intoccabile. Se oggi le aziende europee non riescono a competere, la colpa non è solo dello yuan cinese, ma di un’Europa che si rifiuta di usare la leva monetaria per difendere il proprio tessuto produttivo.





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