L’unico fascismo contemporaneo è quello liberale. La finta contrapposizione tra Maga e Woke.
di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)
In origine fu lo Stato lento e paralizzato che lavorava contro i propri cittadini. Era lo Stato dello Statuto dei Lavoratori, del Servizio Sanitario Nazionale o delle “150 ore” di studio per i metalmeccanici a essere messo sotto accusa. Uno Stato costruito sugli sprechi, sulla mancanza di ardore individuale dei cittadini sempre consolati da una congenita indolenza parassitaria; tipicamente meridionale tra l’altro. Da lì si fece strada nella società, nella scioglievolezza delle conversazioni comuni, l’idea dell’imprenditore in termini evoluzionistici. Dal vecchio bauscia avvolto nella mediocrità delle proprie piccinerie arruffone, si passò alla descrizione di pochi capitani coraggiosi che sognavano un mondo avvolto dall’efficienza e dalla razionalità economica. L’egoismo virtuoso dell’imprenditore corrispondeva all’interesse dell’intera collettività. Una collettività fortificata dalle virtù private di pochi.
L’indice economico pretendeva, per non incorrere in lentezze sanguinose per i ragionamenti immediati degli scambi internazionali, il rispetto di una “giustizia di mercato” che tutelasse l’impeto innovativo dell’investitore. La libertà di commercio veniva elevata a diritto umano e, all’improvviso, diventava criterio distintivo per classificare le liberaldemocrazie e separarle dal primitivismo autarchico tipico degli Stati canaglia. Il mondo libero costituzionalizzò due principi fondamentali: l’imperialismo occidentale era legittimato dalla libertà economica e si concretizzava nella “guerra giusta” e i singoli Stati si dovevano dotare di esecutivi forti nel nome della governabilità. Il principio di concorrenza doveva disciplinare l’azione degli individui in una società incentrata sulla prestazione professionale.
La governabilità aveva il compito da un lato di gestire gli indirizzi politici stabiliti a priori dai vincoli esterni delle organizzazioni internazionali e dall’altro di presentare l’austerità quale unico antidoto alla decadenza morale ed economica dei paesi occidentali. L’economia doveva essere spoliticizzata, le leggi di mercato dovevano assumere un’aura scientifica, oggettiva. Gli agenti preposti a descrivere questa obiettività economica erano i tecnici, gli economisti, gli scienziati. A loro spettava garantire la protezione degli investitori. Ecco, questa verticalizzazione, questo disprezzo per la dialettica politica, questa reazione alle conquiste storiche della lotta di classe, già sostanziavano un fascismo. Un fascismo ammantato di civilizzazione, di razionalizzazione scientifica, di entusiasmo cosmopolita. Saltò, senza alcuna opposizione sociale, il contenuto della democrazia, la sua forza sostanziale.
La politica, da quel momento in poi, ha dovuto adattare la società all’economia anche grazie a prodotti culturali di massa che dovevano promuovere incessantemente l’interconnessione tra libertà economica e società. Serviva una teoria politica a suffragio di quella economica. Il neoliberalismo, con buona pace della sinistra radicale che fa finta di non vedere, ormai ipnotizzata da fantomatiche moltitudini che dall’interno scardinerebbero il capitalismo, ha rappresentato la copertura ideologica alla libera circolazione dei capitali. La sua missione dottrinaria era quella di allargare la ratio del mercato a tutte le sfere dell’esistenza. Lo Stato non solo doveva promuovere sempre nuove zone di mercato, espandendo lo spettro di ciò che è commerciabile, ma aveva anche il compito essenziale di pedagogizzare l’individuo alla logica d’impresa. Ogni scelta umana rappresentava un investimento su sé stessi. Successo e fallimento dipendevano dalla razionalità delle scelte.
Il fascismo liberale si proponeva, come tutti i totalitarismi nel corso della storia, di progettare un “uomo nuovo”, sempre propositivo, mai accecato dalle ideologie, sempre coerente con il proprio entusiasmo solipsistico e soprattutto docilmente impiegabile. Un cittadino virtuoso, magari anche politicamente attivo, ma sempre nel recinto ristretto della dimensione monopartitica del bipolarismo spettacolarizzato. Lì dove i dogmi economici e di classe non sarebbero stati mai messi in discussione. Un cittadino disabituato al ragionamento complesso e inconsapevole della propria reale situazione sociale. Una didattica pubblica che pretendeva un “saper essere” già dalla scuola dell’obbligo.
Dal COVID in poi questo fascismo liberale ha impresso alla propria forma vitale un’accelerazione sistemica. Con la globalizzazione dei mercati in piena crisi di legittimità – le sue promesse si sono infrante nell’apparizione inesorabile della realtà e nella reazione del resto dell’umanità – il mondo degli investitori non ha più avuto voglia di farsi rappresentare dai tecnici, dagli economisti e dagli scienziati. La gestione della cosa pubblica, della società e delle relazioni internazionali andava seguita in prima persona dalle grandi multinazionali.
Maga e Woke rappresentano due modelli ideologici concorrenti di questa gestione disintermediata del capitale. Da un lato la postura woke cerca di legittimare le imprese attraverso la linea politicamente corretta. Un capitalismo inclusivo che ingloba le minoranze culturali nei propri dispositivi di dominio. Dall’altro i Maga cercano questa gestione diretta attraverso la brutalità del realismo capitalista che si è diffuso anche nella mentalità delle classi popolari. Entrambe le diramazioni del fascismo liberale hanno come approdo ultimo la guerra. Non a caso sia gli Stati Uniti, oggi monopolizzati dalla cultura Maga, che l’Unione Europea, intrisa di fenomenologia woke, hanno come orizzonte comune quello del riarmo e della guerra ai paesi recalcitranti.
Maga e Woke ripresentano, in forma ancor più totalitaria, il neoliberalismo quale teoria del tutto, omnicomprensiva. Il loro nemico comune, neanche a dirlo, è il socialismo. I media, difatti, alimentano questa dialettica incessantemente, creando dal nulla personaggi carismatici, ad esempio Vannacci, e ignorando sistematicamente qualsiasi organizzazione che si prefigge di scardinare questa finzione scenica sempre risolta nell’accomodante monopartitismo bipolare. Quello che da decenni distrugge il tessuto sostanziale della democrazia fino a immaginare un futuro prossimo di macerie materiali ed esistenziali.
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