Bears Ears e Grand Staircase–Escalante amputati di oltre il 90 per cento. Quasi tre milioni di acri — un territorio più grande dell’Abruzzo — perdono la tutela monumentale. Lo Utah invita i turisti ad ammirare paesaggi intatti mentre Trump li consegna alle compagnie estrattive
C’è un metodo antico nel togliere la terra ai Popoli nativi: cambiare ogni volta il nome dell’operazione.
Prima fu conquista. Poi colonizzazione. In seguito assimilazione, sviluppo, progresso. Oggi si chiama rightsizing: riportare i monumenti nazionali alla loro «giusta dimensione».
Dietro questa espressione da geometri del saccheggio si nasconde un’amputazione territoriale gigantesca.
Il 13 luglio Donald Trump ha ridotto il Bears Ears National Monument da circa 1,36 milioni di acri a 121.096. Il Grand Staircase–Escalante National Monument è passato da circa 1,87 milioni a 181.541 acri. Di Bears Ears resterà protetto appena l’8,9 per cento; di Grand Staircase–Escalante il 9,7 per cento.
Quasi tre milioni di acri vengono così espulsi dai confini dei due monumenti nazionali: circa 11.850 chilometri quadrati, una superficie superiore a quella dell’intero Abruzzo, che misura 10.832 chilometri quadrati.
Non è una correzione amministrativa. Non è una razionalizzazione delle mappe. È la sottrazione della tutela monumentale da un territorio immenso, nuovamente esposto alle leggi minerarie, alle concessioni geotermiche e alle diverse forme di utilizzazione previste per le terre pubbliche federali.
Trump presenta l’operazione come una restituzione delle terre al popolo.
La domanda, allora, è inevitabile:
A quale popolo, signor Trump?
Non alla Navajo Nation. Non agli Hopi. Non agli Ute Mountain Ute, alla Ute Indian Tribe o agli Zuni, per i quali Bears Ears non è un fondale da cartolina, ma un paesaggio ancestrale, culturale e sacro. Non alle famiglie che vi raccolgono piante medicinali. Non agli anziani che ne custodiscono i racconti. Non alle comunità che vi riconoscono villaggi, kiva, sepolture, percorsi cerimoniali e presenze degli antenati.
Furono proprio la Hopi Tribe, la Navajo Nation, la Ute Mountain Ute Tribe, la Ute Indian Tribe e la Zuni Tribe a costituire nel 2015 la Bears Ears Inter-Tribal Coalition e a presentare la proposta che portò all’istituzione del monumento nel 2016. Bears Ears fu un risultato storico anche perché riconosceva un ruolo formale alle Nazioni tribali nella sua cura. La terra non viene restituita a loro.
E non viene neppure consegnata ai comuni cittadini statunitensi, o ai turisti internazionali, che potevano già visitare quei territori, praticare attività ricreative e utilizzare le strade e i sentieri secondo le regole vigenti. Le aree escluse restano in larga parte terre federali.
Ciò che cambia è molto più concreto: il sottosuolo torna disponibile.
La restituzione comincia dall’uranio
Le proclamazioni presidenziali stabiliscono che, sessanta giorni dopo la firma, le terre escluse dai monumenti saranno riaperte — fatti salvi i diritti esistenti, altri vincoli e le leggi applicabili — alle norme sulle terre pubbliche, alle concessioni minerarie e geotermiche e alla registrazione di nuovi diritti minerari. Non è l’interpretazione di qualche ambientalista radicale: è scritto nei documenti firmati dal presidente degli Stati Uniti.
La proclamazione dedicata a Bears Ears elenca con grande precisione ciò che l’amministrazione considera prioritario: argento, rame, molibdeno, piombo, uranio, vanadio e zinco. Nel documento su Grand Staircase–Escalante compaiono cromo, cobalto, ferro, manganese, nichel, torio, titanio, uranio, vanadio e numerosi altri minerali. Tutto viene giustificato con l’indipendenza dalle forniture straniere e con la sicurezza nazionale.
Ecco il «popolo» al quale la terra viene realmente restituita:
l’industria estrattiva.
La terra resta pubblica quando bisogna ignorare le richieste dei Nativi. Diventa invece una riserva strategica quando sotto la sua superficie vengono individuati metalli utili alla difesa, all’industria e ai trasporti. Il trucco linguistico è perfetto.
Non si parla di aprire territori sacri alle miniere. Si parla di liberare risorse, difendere l’economia, restituire l’accesso e correggere gli eccessi del governo federale. Perché una ruspa possa entrare, prima deve arrivare una parola abbastanza rispettabile da aprirle il cancello.
Se i petroglifi sono numerosi, diventano sacrificabili
Uno dei passaggi più rivelatori della proclamazione su Bears Ears riguarda le testimonianze culturali indigene. La Casa Bianca sostiene che resti litici, punte di proiettile, accampamenti preistorici, petroglifi e pittogrammi siano diffusi nel territorio dei Four Corners e nell’Ovest americano. Proprio questa loro «relativa comune diffusione» dimostrerebbe che gli esempi presenti a Bears Ears non possiedono un interesse storico o scientifico tale da giustificare una protezione monumentale così vasta.
Il ragionamento è impressionante nella sua brutalità: siccome le tracce delle civiltà native sono numerose, ciascuna di esse può essere considerata meno importante.
Applicando lo stesso criterio all’Italia, potremmo sostenere che una necropoli etrusca non meriti tutela perché ne esistono altre. Che una villa romana sia sacrificabile perché le rovine romane sono diffuse in mezzo Paese. Che una chiesa medievale perda valore perché l’Europa ne possiede migliaia.
Quando si tratta della storia indigena, invece, l’abbondanza delle testimonianze diventa un argomento per diminuirne l’importanza.
Bears Ears non è però una vetrina contenente una serie di reperti isolati. È un paesaggio culturale vivente. Il suo valore non risiede soltanto nel singolo petroglifo, nella casa rupestre o nella sepoltura. Risiede nella relazione tra quei luoghi, le montagne, le sorgenti, le piante, le vie di passaggio, le cerimonie, le storie e le comunità che continuano a riconoscersi in quel territorio.
È precisamente questa relazione che la mentalità estrattiva deve spezzare.
Per trasformare una terra in giacimento, bisogna prima separarla dalla sua memoria.
Bisogna conservare qualche sito selezionato, circondarlo con una linea sulla mappa e dichiarare sacrificabile tutto ciò che gli sta intorno e gli conferisce significato.
La miniera comincia molto prima delle ruspe.
Comincia nelle parole.
Prima si riduce il monumento, poi si scioglie la Commissione tribale
Trump non si è limitato a ridisegnare i confini di Bears Ears. Ha anche sciolto e terminato formalmente la Bears Ears Commission, composta dai rappresentanti delle cinque Nazioni tribali legate al monumento. La Commissione non era un gruppo folcloristico chiamato a benedire decisioni già prese. Partecipava alla gestione cooperativa del territorio con il Bureau of Land Management e lo United States Forest Service. Nel 2022 un accordo aveva formalizzato questa collaborazione e il contributo delle conoscenze indigene tradizionali alla gestione. Nel gennaio 2025 era stato completato un piano che rappresentava un risultato storico nella collaborazione tra autorità federali e tribali.
La nuova proclamazione non lascia spazio a equivoci: la Bears Ears Commission viene «sciolta e terminata» e le autorità non avranno più l’obbligo di coinvolgerla, consultarla o coordinarsi con essa. Rimarranno le consultazioni tribali previste dalle altre norme, ma consultare non significa condividere il potere.
Consultare può voler dire ascoltare, ringraziare e poi decidere l’esatto contrario.
Partecipare alla gestione significa invece riconoscere autorità, competenza e una relazione politica e culturale con la terra.mTrump elimina la partecipazione e conserva la consultazione. Alle Nazioni native viene così restituito il ruolo che il potere coloniale ha sempre preferito: poter parlare mentre qualcun altro decide.
Al posto della Commissione tribale resterà un comitato consultivo nel quale i cinque rappresentanti nativi siederanno insieme a esponenti delle contee e delle città, nonché a sei membri raccomandati dal governatore dello Utah: rappresentanti di interessi archeologici, allevatori, operatori ricreativi e utenti di fuoristrada, conservazionisti, proprietari privati e imprenditori locali.
La sovranità tribale viene trasformata in una categoria di interesse tra le altre.
Le sepolture degli antenati e i luoghi cerimoniali finiscono sullo stesso tavolo dei permessi di pascolo, dei veicoli fuoristrada e degli interessi commerciali.
Non è inclusione.
È diluizione politica.
La sicurezza nazionale scava sempre nelle terre degli altri
La giustificazione ufficiale è quella ormai utilizzata per aprire qualsiasi porta: la sicurezza nazionale. Gli Stati Uniti, sostiene l’amministrazione, non possono dipendere dall’estero per i minerali critici necessari alla difesa, alla manifattura e ai trasporti. Occorre quindi rendere disponibili le risorse presenti nei territori sottratti alla tutela monumentale.
La formula è politicamente formidabile, perché trasforma ogni ostacolo allo sfruttamento in una minaccia per la nazione.
La montagna sacra diventa un problema strategico. Il petroglifo ostacola l’autonomia economica. La sovranità tribale rallenta la produzione. La protezione ambientale diventa un lusso che il Paese non potrebbe più permettersi.
Il colonialismo estrattivo, però, ha sempre parlato questa lingua.
Cambiano i termini — civiltà, progresso, sviluppo, prosperità, sicurezza — ma la conclusione resta identica: sotto una terra legata ai Popoli indigeni esiste qualcosa che il potere desidera; dunque il rapporto di quei Popoli con la terra deve diventare secondario.
È necessario essere precisi: gran parte dei territori coinvolti è giuridicamente classificata come terra federale, non come proprietà tribale.
Ma la proprietà stabilita dal diritto statunitense non cancella la storia.
Il fatto che lo Stato federale si attribuisca il titolo giuridico su un territorio non rende meno reale la relazione ancestrale, culturale e spirituale delle Nazioni che lo hanno abitato e custodito per generazioni. «Terra pubblica» non può significare terra amministrata ignorando i suoi primi custodi e resa disponibile per essere scavata.
Prima si riscrive l’interpretazione della legge
La legalità dell’operazione è destinata a essere contestata.
L’Antiquities Act del 1906 attribuisce al presidente il potere di istituire monumenti nazionali. Non gli conferisce espressamente quello di abolirli o di ridurli.
Un parere del Dipartimento di Giustizia del 1938 aveva concluso che un presidente non potesse abolire un monumento istituito da un predecessore. Nel maggio 2025, l’Office of Legal Counsel dell’amministrazione Trump ha rovesciato quella posizione, affermando che il presidente può modificare una designazione precedente e persino eliminare comple-tamente la riserva territoriale associata a un monumento. Il nuovo parere dichiara esplicitamente errata l’interpretazione del 1938.
L’amministrazione ha quindi riscritto la propria interpretazione della legge e ha poi utilizzato quella nuova interpretazione per autorizzare sé stessa ad agire.
Earthjustice sostiene invece che l’Antiquities Act consenta ai presidenti di proteggere i monumenti, non di distruggerli, e ha annunciato una nuova battaglia legale. La questione non è dunque pacifica: sarà decisa dai tribunali.
Ma le proclamazioni prevedono la riapertura delle terre escluse dopo sessanta giorni.
I procedimenti giudiziari possono durare anni.
Le richieste di concessione possono arrivare molto prima.
Altri quattro monumenti restano nel mirino
Bears Ears e Grand Staircase–Escalante potrebbero essere soltanto il primo fronte.
Nell’aprile 2025, documenti interni del Dipartimento dell’Interno citati dalla stampa statunitense indicavano sei monumenti occidentali sotto esame per possibili riduzioni legate allo sviluppo energetico e minerario.
Due erano proprio Bears Ears e Grand Staircase–Escalante.
Gli altri quattro erano Baaj Nwaavjo I’tah Kukveni–Ancestral Footprints of the Grand Canyon, in Arizona; Ironwood Forest, sempre in Arizona; Chuckwalla, in California; e Organ Mountains–Desert Peaks, nel New Mexico. Al momento non risultano proclamazioni equivalenti contro questi quattro monumenti, ma dopo quanto avvenuto nello Utah sarebbe irresponsabile considerarli fuori pericolo.
Baaj Nwaavjo I’tah Kukveni, il cui nome unisce parole havasupai e hopi, protegge territori culturalmente legati a numerose Nazioni native attorno al Grand Canyon.
Chuckwalla è nato anche grazie all’azione di Nazioni tribali e tutela un paesaggio connesso, tra gli altri, ai Cahuilla, ai Chemehuevi, ai Mojave, ai Quechan e ai Serrano.
Il copione è ormai pronto.
Si dichiara che il monumento è troppo grande. Si descrive la protezione come un abuso federale. Si riduce il paesaggio indigeno a una somma di oggetti isolati. Infine si presenta l’apertura alle miniere come una restituzione della libertà.
La libertà, però, è sempre quella di qualcun altro.
Lo Utah vende ai turisti ciò che consegna alle miniere
C’è infine un’ipocrisia che riguarda direttamente anche noi europei.
Lo Utah si vende al mondo attraverso fotografie di canyon rossi, cieli sconfinati, siti ancestrali e paesaggi intatti. Invita i visitatori internazionali a praticare un turismo responsabile, rispettoso della natura e delle culture locali.
Contemporaneamente, il suo governo festeggia la sottrazione della tutela monumentale da un territorio più grande dell’Abruzzo.
I turisti internazionali non attraversano l’oceano per contemplare le miniere aperte nei paesaggi utilizzati per attirarli. Non scelgono lo Utah per assistere alla trasformazione di territori sacri in inventari di uranio, rame e vanadio.
Non possiamo continuare a premiare questa contraddizione con il nostro denaro e con il nostro silenzio.
Io non intendo limitarmi a raccontare questa vicenda quando le ruspe saranno già arrivate.
Sto preparando una puntata radio e nuovi interventi di denuncia. Sto inoltre organizzando una campagna di email individuali da inviare al governatore dello Utah, all’Ufficio del Turismo dello Stato, al Dipartimento degli Interni e al Bureau of Land Management.
Non una petizione anonima e neppure un invio automatico di massa.
Ogni partecipante potrà scrivere personalmente, firmandosi con nome, città e Paese, come cittadino, viaggiatore o potenziale turista internazionale. Il messaggio sarà semplice: lo Utah non può promuovere nel mondo turismo responsabile, paesaggi incontaminati e cultura indigena mentre sostiene la consegna di territori nativi sacri agli interessi estrattivi.
Chiederemo la revoca delle riduzioni di Bears Ears e Grand Staircase–Escalante, la sospensione delle nuove concessioni minerarie nelle terre escluse, il ripristino di un ruolo reale delle cinque Nazioni nella gestione di Bears Ears e la garanzia che gli altri monumenti sotto osservazione non vengano sacrificati. Una sola email non fermerà una miniera.
Ma centinaia di messaggi personali possono produrre pressione politica, attenzione mediatica e quel danno reputazionale che gli enti turistici comprendono molto bene.
Ho predisposto il testo della protesta in inglese, la traduzione italiana e i recapiti ufficiali ai quali inviarlo.
Chi desidera partecipare può scrivere a:
Ogni operazione di saccheggio conta sulla stessa cosa: che la notizia duri poco, che l’indignazione si consumi e che, quando arriveranno le ruspe, l’opinione pubblica abbia già guardato altrove. Donald Trump sostiene di avere restituito la terra al popolo.
Non è vero.
Ha lasciato ai Popoli nativi il diritto di essere consultati, ha cancellato il loro ruolo nella gestione e ha riaperto il sottosuolo agli interessi minerari.
Non chiamatela gestione responsabile del territorio.
È colonialismo estrattivo con una firma presidenziale. E questa volta anche dall’Italia faremo sentire la nostra voce.






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