Accordo Usa-Venezuela, Varela (PSUV): “Firmato sotto coercizione”. Marandi: “Caracas è un ostaggio”
da L’ANTIDIPLOMATICO (Redazione)
La deputata cita l’articolo 339: l’intesa decade con il ritorno di Maduro. Il professore iraniano: le sanzioni sono un atto di guerra e Washington fallirà

Iris Varela ha scosso il panorama politico venezuelano con dichiarazioni che non lasciano spazio a fraintendimenti. La deputata all’Assemblea Nazionale per il Partito Socialista Unito del Venezuela ha definito il recente accordo energetico tra Caracas e Washington “un patto firmato sotto coercizione”. Secondo la parlamentare bolivariana non si tratta di una normale intesa tra Stati ma di un atto estorto con la pressione. Circostanza che quindi invalida qualsiasi base giuridica su cui poggia l’intero schema.
Nel corso di un colloquio nell’ambito del programma programma “Fuera de la Caja”, Varela ha spiegato che il provvedimento “può essere revocato” dal governo nazionale o dall’Assemblea Nazionale. Ha citato l’articolo 339 della Costituzione venezuelana per sostenere che quella facoltà non è una sua opinione personale: “Sarà revocato dal Esecutivo Nazionale, o dall’Assemblea Nazionale, al cessare le cause che lo hanno motivato”. Le cause che hanno portato alla firma, dice la deputata, “cadranno quando il presidente Nicolás Maduro farà ritorno nel paese”. Da quel momento in poi il presidente potrà sollevare obiezioni su qualsiasi decisione presa sotto quella che lei definisce “una costrizione esterna”. E se la legge riconosce il vizio del consenso, allora si apre la strada a richieste di risarcimento per i danni inflitti alla nazione. Varela ha voluto lanciare un avvertimento anche alle aziende appaltatrici che dovessero entrare in questo meccanismo, perché secondo lei si espongono a “future dichiarazioni di nullità” e a conseguenti azioni per il recupero dei danni.
Le sue parole trovano un riflesso internazionale nelle analisi del professor Mohammad Marandi dell’Università di Teheran, che è intervenuto sul tema in un contesto più ampio. Parlando al programma “The Great Standoff” sull’emittente Al Mayadeen, Marandi ha descritto le sanzioni statunitensi contro l’Iran come “un vero e proprio atto di guerra”, non come semplici misure economiche. Secondo la sua analisi l’obiettivo è quello di “far crollare la società iraniana” e colpire duramente la popolazione per piegarne la resistenza. Ma il professore avverte che Teheran “non resterà con le mani in mano” e potrebbe passare al contrattacco mirando agli interessi economici americani nel Golfo, dove le basi e le risorse sono disseminate tra Kuwait, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Emirati, Giordania e Oman.
Il punto che più si avvicina alle parole di Varela arriva quando Marandi definisce il Venezuela “come un ostaggio” e Trump “come un sequestratore”. Sostiene che la strategia di Washington “fallirà” e che anzi produrrà “conseguenze catastrofiche per gli stessi Stati Uniti”. La sovrapposizione tra i due ragionamenti è netta. Da una parte la deputata venezuelana parla di un accordo viziato alla nascita perché strappato con la forza. Dall’altra il professore iraniano descrive un sistema di potere che usa la leva economica per piegare nazioni intere trattandole come prigioniere. Entrambi vedono nella coercizione un elemento che mina alla radice la legittimità di qualsiasi intesa e che rende instabile qualsiasi costruzione politica costruita su quelle basi.
L’articolo 339 citato da Varela diventa così lo strumento giuridico per trasformare una denuncia politica in un possibile atto formale. Se le cause della coercizione vengono meno, come potrebbe accadere con il ritorno di Maduro, allora l’accordo decade automaticamente e si riapre la partita. E le aziende che hanno deciso di parteciparvi potrebbero ritrovarsi con un pugno di mosche e con richieste di risarcimento che peseranno come macigni. La denuncia di Marandi sull’offensiva economica come atto di guerra e l’immagine dell’ostaggio Venezuela disegnano uno scenario in cui la pressione esterna non produce stabili risultati ma alimenta un circolo vizioso di ritorsioni e instabilità. Il messaggio che arriva da Caracas e da Teheran è lo stesso: la coercizione non genera consenso, e quando il consenso manca tutto può essere rimesso in discussione.





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