Sartre, i militanti socialisti e la costruzione europea
da LA FIONDA (Raoul Kirchmayr)

Premessa
Era tempo che quest’articolo cristallino di Sartre sulle prospettive e i dissidi nella sinistra francese a proposito del processo di costruzione europea fosse messo a disposizione nella sua integralità al lettore italiano. Infatti, anche recentemente e a più riprese, sui social-network è circolato un collage composto da una citazione del testo e da un’affermazione apocrifa. Tale collage è stato impiegato per dare un’allure di nobiltà intellettuale a tesi critiche verso l’attuale Unione Europa, conferendo alle dichiarazioni ivi contenute un’aura profetica. Oltre alla questione filologica, che è sempre rilevante, si tratta anche di valutare le tesi di Sartre proprio in quanto non profetiche, ma come il risultato di un’operazione di analisi dei rapporti di forza tra capitale e lavoro in una fase di profonda trasformazione delle forme di produzione e delle istituzioni politiche sia in Francia sia nel contesto internazionale. Il collage non solo costituisce un parziale falso, ma è soprattutto una semplificazione delle posizioni espresse da Sartre nell’articolo uscito in “Le Monde” il 10 febbraio 1977, qui presentato in traduzione integrale. È opportuno, pertanto, collocare l’articolo nel corretto contesto storico.
Dopo la pubblicazione, Sartre, pur malato e affetto da cecità, avrebbe contribuito alla costituzione di un comitato d’azione contro “l’Europa germano-americana” e alla stesura di un appello contro la costruzione di uno spazio politico europeo egemonizzato dalla Repubblica Federale Tedesca e funzionale agli interessi del suo complesso finanziario-industriale. Va da sé che non si trattava di una posizione antieuropeistica fondata sull’affermazione di un principio di sovranità nazionale. Questo principio avrebbe di lì a poco trovato piuttosto espressione nella linea imposta da un giovane Jacques Chirac al gollismo, e che d’altronde risultò fallimentare. I presupposti di Sartre sono infatti antitetici a quelli del gollismo, risiedendo invece nelle idee d’internazionalismo socialista e di solidarietà di classe. Anche e soprattutto per questa ragione, risulta un esercizio alquanto utile il preciso riconoscimento della critica ch’egli svolse al progetto d’integrazione europea in una prospettiva neomarxista.
Per comprendere appieno la posta in gioco del tornante del 1977, e dunque la netta presa di posizione di Sartre, è necessario ritornare al 1972. È l’anno che precede la crisi petrolifera innescata dai paesi arabi con il conflitto dello Yom Kippur. Ci troviamo nella fase finale dei “trenta gloriosi” e di lì a pochissimo i paesi europei si sarebbero trovati costretti ad affrontare gli effetti della stagflazione, pure descritti da Sartre nell’articolo: inflazione elevata, riduzione della produzione, disoccupazione, peggioramento delle condizioni materiali di vita dei lavoratori.
Nel 1972 in Francia il Partito Socialista, il Partito Comunista Francese e i radicali di sinistra stesero un’ampia piattaforma politico-economica, nota come Programme commun de gouvernement, che è stato uno degli snodi fondamentali e più drammatici della storia politica della sinistra francese. Avviato come strumento tattico per portare le forze progressiste al potere dopo vent’anni di egemonia gollista e centrista negli anni Sessanta, consolidata da un sistema elettorale maggioritario a doppio turno, il Programme fu il laboratorio – ma poi anche il fattore di rottura – tra due idee diverse di socialismo, democrazia ed economia.
La piattaforma partì dall’accordo, firmato il 27 giugno 1972, tra i tre partiti che ricercavano un denominatore politico comune pur perseguendo linee diverse. Il PS, rinato dopo la Convenzione di Épinay (1971) e guidato da François Mitterrand, perseguiva l’union de la gauche mediante una modernizzazione del socialismo, ma intendeva anche erodere il bacino elettorale dei comunisti. Il PCF, di cui era segretario Georges Marchais, costituiva ancora la forza dominante nell’elettorato di classe e sindacalizzato (soprattutto tra gli iscritti alla CGT, il principale sindacato del paese), ma aveva bisogno di uscire da una posizione di isolamento politico che ne aveva limitato la forza espansiva. Infine, componevano l’alleanza i radicaux de gauche, che si attestavano sulle consuete posizioni di sinistra laica, democratica e repubblicana.
Il Programme prevedeva un catalogo dettagliato di riforme da apportare all’assetto dei rapporti tra capitale e lavoro, e una ridefinizione del ruolo e delle finalità dello Stato, anche in merito ai processi d’integrazione economica in Europa. Il documento fu stampato e venduto in centinaia di migliaia di copie ed ebbe una diffusione massiccia. In primo luogo, il Programme prevedeva un piano di nazionalizzazione del sistema bancario, finanziario e industriale, comprendente anche il passaggio a proprietà pubblica di nove grandi gruppi industriali strategici, affermando il principio di pianificazione democratica dell’economia basata sul controllo statale. In secondo luogo, in merito ai diritti sociali e del lavoro, il documento stabiliva la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali da subito, per giungere progressivamente a 35. Si prevedeva l’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, oltre a un forte aumento del salario minimo (SMIC), con indicizzazione dei salari all’inflazione. Quindi si puntava all’estensione e al rafforzamento del potere dei comitati aziendali e dei sindacati nelle fabbriche. In terzo luogo, le linee di politica estera miravano allo scioglimento della NATO e del Patto di Varsavia per una politica di pace in Europa, al rifiuto del sovranismo economico e dell’integrazione europea dall’alto, soprattutto in relazione al diritto d’invocare la salvaguardia nazionale se l’integrazione europea avesse ostacolato l’applicazione delle nazionalizzazioni e del piano socialista.
Tuttavia, la piattaforma comune nascondeva delle divergenze tattiche che avrebbero avuto delle conseguenze nefaste sul piano politico. Mitterrand intendeva impiegare il programma per rassicurare l’elettorato popolare: egli voleva dimostrare che il PS era una valida e credibile alternativa al PCF per portare la sinistra la governo. I comunisti, dal canto loro, avevano valutato che la condivisione del programma avrebbe costretto i socialisti a legarsi alle loro posizioni di classe. Tra le elezioni legislative del 1973 e quelle presidenziali del 1974, nelle quali Mitterrand sfiorò la vittoria contro Giscard d’Estaing, il PS riuscì effettivamente a erodere voti al PCF, diventando il primo partito di sinistra in Francia.
Tra la primavera e l’autunno del 1977 i due partiti aprirono il dibattito sull’actualisation del Programme, in vista delle elezioni legislative del 1978. Vedendosi sottratti voti dal PS, il PCF radicalizzò le proprie richieste, spingendo verso la nazionalizzazione anche delle imprese controllate, un forte aumento dei salari di base e, soprattutto, il netto rifiuto delle posizioni europeiste che, al contrario, stavano maturando nella dirigenza del PS. La risposta del PS fu di respingere le proposte comuniste, viste come un tentativo di rendere inapplicabile il Programme e d’indurre una crisi. Il risultato fu che il fallimento dei colloqui spinse i due partiti a presentarsi separatamente alle urne, con la conseguente sconfitta elettorale a elezioni che i sondaggi davano come ampiamente vinte.
L’articolo di Sartre si colloca in questo contesto di tensione tra i due partiti, ma da una prospettiva che non combacia né con l’una né con l’altra posizione. Fin dagli anni Sessanta Sartre aveva elaborato posizioni teorico-pratiche fortemente critiche verso il PCF e verso il modello del socialismo sovietico, che lo avevano condotto a rivolgersi con attenzione all’esperienza rivoluzionaria cubana, agli sviluppi del Partito Comunista in Italia e quindi, a cavallo tra gli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, alla nascita dei movimenti extraparlamentari usciti dal 1968 e dalla contestazione giovanile, come il gruppo del “Manifesto” in Italia e i maoisti in Francia. Contemporaneamente, si espresse in forme molto critiche nei riguardi del PS, denunciandone le ambiguità politiche.
Il ragionamento che Sartre conduce nell’articolo tiene fermo un criterio politico con cui avviene la valutazione del modo in cui si stava costruendo lo spazio politico europeo. Questo criterio politico è l’idea di un’“Europa dei lavoratori […] sognata da oltre un secolo dal movimento operaio occidentale”. Ciò da cui Sartre mette in guardia è un processo d’integrazione asservito alle logiche di un capitale che avrebbe imboccato la via della nota “rivoluzione conservatrice”, di cui furono epicentro, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, i paesi anglosassoni. Ma sono soprattutto i mutamenti del capitalismo renano ciò che interessa Sartre, perché prevede che l’integrazione europea avverrà secondo le esigenze di quelle forze con le quali il capitalismo nazionale francese sarà chiamato ad accordarsi. In altre parole, ciò che Sartre descrive puntualmente è l’esportazione a livello europeo del modello ordoliberale tedesco.
Preso atto del mutamento d’indirizzo di Mitterrand e della dirigenza socialista circa la posizione della Francia in Europa, Sartre si rivolse direttamente ai militanti socialisti con il duplice scopo di denunciare l’asservimento della costruzione europea agli interessi strategici in Europa e i pericoli insiti in un processo d’integrazione politica che esclude in partenza le classi lavoratrici dalla sua architettura.
L’articolo che Sartre indirizzò ai militanti socialisti mostra tre nuclei fondamentali dell’argomentazione. Con la prima tesi Sartre mostra che l’Europa comunitaria e la futura elezione del Parlamento Europeo a suffragio universale – che sarebbe avvenuta nel 1979 – non abbiano nulla a che vedere con l’internazionalismo proletario e si collochino invece dal lato dei processi di riorganizzazione capitalistica in Occidente. Si tratta infatti di una gabbia istituzionale pensata per consolidare l’ordine liberista, la doppia egemonia strategica degli Stati Uniti e l’espansionismo economico e politico della Germania Ovest, guidata dalla socialdemocrazia di Helmut Schmidt. Il mutamento della linea di politica estera del PS avrebbe dunque permesso la convergenza tra Germania e Francia sul tema europeo.
Con la seconda tesi Sartre sottolineava la convergenza tra austerità economica ed evoluzione autoritaria dello Stato. La crisi economica post-1973 era utilizzata dai governi borghesi dell’Europa meridionale per imporre politiche di rigore e austerità a danno della classe lavoratrice. Per vincere la resistenza dei salariati, le classi dominanti europee stavano trasformando la legalità democratica in “Stati forti” d’ispirazione autoritaria. A questo proposito, Sartre cita la caccia alle streghe del Berufsverbot in Germania e l’ascesa del “nazional-lavorismo” in Francia, come altrettante forme di tendenze autoritarie che miravano a sbarrare la strada alle forze di sinistra.
La terza tesi denunciava il connubio tra il PS e il potere giscardiano. Sartre accusò i dirigenti del PS di “atlantismo” e di arrendevolezza verso il presidente Giscard d’Estaing. Da qui il senso d’un appello rivolto alla base militante del PS affinché rifiutasse la linea verticistica del partito, sottraesse il proprio consenso alla ratifica del progetto europeo e si unisse al fronte di classe (di cui il “Comitato d’azione” intendeva essere espressione) per difendere la sovranità democratica e rendere possibile una trasformazione della Francia in senso socialista.
Così, questo articolo accorato e preciso conserva ancora oggi dei contenuti che, pur in un quadro sistemico profondamente mutato, rappresentano altrettanti costanti storiche nella storia della costruzione politico-economica dell’Europa. In particolare, le acute osservazioni sul posizionamento strategico delle borghesie nazionali europee, specie negli stati dell’Europa meridionale, conserva una validità indiscutibile. Tuttavia, rispetto al momento storico in cui l’articolo fu scritto e pubblicato, sussiste una differenza maggiore: mentre Sartre si collocava storicamente nella fase iniziale di profonda ristrutturazione del capitale, noi oggi guardiamo ai processi in corso come l’esito maturo di quel mutamento di paradigma di cui stiamo con difficoltà descrivendo la parabola terminale. Questa è la ragione per la quale gli spiriti critici e coloro che si collocano dal lato di un socialismo a venire non possono non ritrovare specularmente il proprio sguardo in quello di un grande pensatore del Novecento.
I militanti socialisti e la costruzione europea
“Le Monde”, 10 febbraio 1977
Jean-Paul Sartre
Viviamo nell’epoca delle mistificazioni. A leggere la stampa, ad ascoltare la radio, a vedere Giscard[1] che si agita in televisione, si potrebbe credere che ci troviamo semplicemente in un periodo un po’ difficile, certo, ma che non tarderà a migliorare… con qualche sacrificio da parte di operai e contadini, si capisce.
Tutto ciò non è serio. Al contrario, da alcune settimane la situazione nazionale e internazionale si aggrava e si destabilizza sotto i nostri occhi. Conseguenze della crisi del 1973 e della guerra economica intrapresa dagli Stati Uniti contro l’Europa e il Giappone, nuovi rapporti di forza e una nuova divisione internazionale del lavoro causano il degrado dell’economia, l’aumento della disoccupazione, la decomposizione delle strutture politiche dell’Inghilterra e dell’insieme dei paesi dell’Europa meridionale. Il tempo di noi tutti è ormai scandito. In Francia, la corsa al potere del nazional-lavorismo di Chirac[2] mostra effettivamente che “il grembo da cui uscì l’immonda bestia è ancor fecondo”.[3]
In un contesto simile, s’impone una nuova riflessione all’insieme delle forze di sinistra e di estrema sinistra. Oggi mi rivolgo a voi pubblicamente, militanti del partito socialista, perché nessuno dei principali progetti dell’avversario di classe al potere potrà realizzarsi senza un accordo, almeno tacito, con il vostro partito. Giscard lo sa e lo dice apertamente. Senza il vostro consenso, i progetti europei e la sua politica d’austerità sono in breve destinati al fallimento. Le profferte ch’egli moltiplica alla direzione del PS bastano a comprovarlo.
Anche se non le condivido, capisco le speranze che hanno spinto tutti coloro che, scoraggiati o sfiniti dalla destra che governa il paese senz’interruzione da quasi venticinque anni, si sono uniti al partito che gli era parso il più idoneo ad accoglierli e il più efficace per modificare i rapporti di forza. Non devo nascondere a questi nuovi militanti socialisti, nel caso in cui non lo sapessero, che in passato ho combattuto con tutte le mie forze la politica in Algeria e filoamericana della SFIO[4] di Mollet[5] e che oggi resto irriducibilmente contrario alle tesi “atlantiste” dei principali dirigenti dell’attuale partito socialista. Tuttavia, al di là di queste divergenze, i pericoli per l’avvenire della libertà mi paiono talmente aumentati che intendo rivolgermi a voi nella speranza che il vostro partito rifletta anche collettivamente prima di impegnarsi lungo il “cammino europeo” sul quale si è oggi incamminato.
L’Europa che ci presentano Carter,[6] Schmidt,[7] Giscard e Andreotti[8] non ha alcun rapporto con l’internazionalismo proletario, non ha alcun rapporto con l’Europa dei lavoratori qual è stata sognata per un secolo dal movimento operaio occidentale. Nello spirito dei suoi promotori si tratta invece, nella dinamica attuale delle forze di classe, di costruire un’Europa del capitale che sarà necessariamente dominata dalle società multinazionali tedesco-americane. Un esame delle forze in campo mostra che il Parlamento europeo eletto in un contesto simile servirà solo da strumento istituzionale per questo dominio. Come per caso, il problema europeo si presenta in un momento in cui la sinistra francese non ha quest’orientamento. Al contrario, la piattaforma comune di governo, di cui si può pensare quel che si vuole, presenta dei provvedimenti che, se fossero veramente applicati, basterebbero a suscitare il furore della destra e a spingere quest’ultima verso una specie di colpo di Stato legale. L’importanza del partito socialista in seno alle forze di sinistra dovrebbe dunque normalmente portare i suoi militanti a una riflessione approfondita su questa questione vitale. Ma non è così. Invece, il problema dell’Europa è pudicamente eluso, di certo con il pretesto ch’esso contrappone troppo violentemente i due principali partiti dell’unità di sinistra.
Recentemente è stato lanciato un appello “per la costituzione di un comitato d’azione contro l’Europa tedesco-americana e contro l’elezione di un Parlamento al suo servizio”[9]. Che cosa dice questo appello? Dice che l’inflazione, la disoccupazione, la svalutazione delle monete, la recessione saranno risolti mediante piani d’austerità lanciati dai governi capitalisti dell’Europa del sud, perché questi dipendono dal nuovo ordine internazionale imposto all’Europa dagli Stati Uniti e dai suoi alleati della Repubblica federale tedesca.
Questa politica d’austerità si abbatterà necessariamente sulle masse, non sui privilegiati. Non sarà imposta né facilmente né con gioia. I salariati tenderanno evidentemente a rifiutarla. Allora dovrà essere loro imposta impiegano dei poteri dello Stato contro di loro. È così che i dirigenti della destra contano di uscire dalla crisi modificando la legalità. È questa la ragione per cui degli Stati forti di tipo nuovo si profilano oggi all’orizzonte della crisi.
L’Europa sta per diventare una nuova America latina. Mentre la Germania occidentale diventa la prima potenza economica, militare e politica europea, le borghesie dell’Europa del sud si dibattono, o sprofondano, in difficoltà inestricabili. È probabile ch’esse preferiranno assoggettarsi senza condizioni alla “leadership” tedesco-americana piuttosto che passare la mano a quelle ch’esse chiamano coalizioni socialiste-marxiste. Coloro che pensano sinceramente che, in un contesto simile, esse costruiranno un’Europa indipendente farebbero bene a diffidare e a riflettere. È lontano il tempo in cui il generale de Gaulle si opponeva all’egemonia americana. L’elezione di un Parlamento europeo a suffragio universale, preparata assieme in Francia da Giscard e da Chirac[10], è solo un’abdicazione di fatto dinnanzi alla strategia e alla pressione americane: quest’abdicazione conduce direttamente a un proconsolato tedesco sull’Europa.
Militanti socialisti, ratificherete un simile progetto votando con Giscard e con l’RPR?[11] Gli eventi politici che stanno accadendo in Francia in questo stesso momento si chiariscono singolarmente alla luce dell’analisi precedente. La società liberale avanzata è giunta alla sua fine.
Essa può sfociare a ogni momento nell’apparizione di uomini e di forze che si disinteresserebbero delle libertà così come della legalità. Un bel mattino, come in Germania occidentale, potrebbe aprirsi la caccia ai “collettivisti”.
È perfettamente illusorio contare sulla dinamica delle lotte in Europa per piegare il corso delle cose. Mancano gli appoggi sul piano europeo, anche a livello dei partiti socialisti. È evidente, in particolare, che la socialdemocrazia tedesca, fin dalla sua ricomposizione nel 1945, è uno degli strumenti privilegiati dell’imperialismo americano in Europa. Anzitutto, essa ha contribuito in gran misura alla rifondazione del capitalismo in Germania ovest, orientando la classe operaia verso la collaborazione con i vecchi padroni nazisti del grande capitale e delle banche tedeschi. Poi essa stessa ha aperto quella caccia alle “streghe di sinistra” che oggi si estende in Germania occidentale. Più di cinquemila inchieste sono state aperte nel quadro delle scellerate leggi dei Berufsverbote[12], e la polizia della Repubblica federale pratica l’omicidio e la tortura legalizzati contro alcuni avversari dell’ordine capitalista. Il cancelliere “socialista” Schmidt ha infine lanciato una politica di riarmo del suo paese. In violazione diretta dei trattati, oggi s’impegna perfino nella costruzione di bombe atomiche in Brasile e in Sudafrica[13]. Rifiuta brutalmente ogni serio progetto d’aiuti per il Terzo Mondo. È talmente arrogante da intervenire pubblicamente negli affari interni del Portogallo e dell’Italia, dato che dispone della forza e degli appoggi necessari. La linea del suo governo prolunga e precede in effetti naturalmente la nuova strategia definita dalla Commissione trilaterale negli Stati Uniti[14].
Certo, la decisione del vostro partito sull’Europa è interamente nelle vostre mani. Ma voglio concludere questa lettera sull’idea che è sospetto il modo stesso con cui i sostenitori dell’Europa capitalista si sforzano di ottenere la ratifica d’un progetto che impegna un intero popolo lungo una via irreversibile. Ciò dovrebbe causare il suo rifiuto da parte di ogni sostenitore della democrazia, in questo paese.
Giscard, in effetti, manovra e cerca di manipolare il dibattito. Trama dietro le quinte. Moltiplica le pressioni e le concessioni puramente formali. Si vanta anche pubblicamente di aver incassato in anticipo l’accordo con il vostro partito per la ratifica del suo progetto. L’onestà, il coraggio, l’onore avrebbero richiesto ch’egli aprisse un’ampia discussione nel paese e che il paese fosse direttamente consultato. Ma non è così. I miei amici del Comitato d’azione e io stesso da qualche settimana ci scontriamo contro la volontà di soffocare e di manipolare il dibattito sull’Europa da parte della maggioranza della stampa, dalla radio e dalla televisione. Rivolgendomi a voi direttamente nutro ancora la speranza che vi impegnerete con noi, nel vostro partito e davanti all’intera opinione pubblica.
Se la sinistra governerà un giorno questo paese, dovrà guardare la verità in faccia, al contrario della destra. Non possiamo sperare di separare oggi la politica interna dai problemi internazionali né di trasformare la società in Francia senza combattere l’egemonia tedesco-americana sull’Europa occidentale.
Traduzione e note di Raoul Kirchmayr
[1] Valéry Giscard-d’Estaing (1926-2020), politico liberal-conservatore, è stato ministro alle finanze durante la presidenza di Georges Pompidou (1969-1974), quindi Presidente della Repubblica francese dal 1974 al 1981. Fu promotore di una politica d’austerità a partire dal 1976.
[2] Jacques Chirac (1932-2019) è stato il fondatore dell’RPR e dell’UMP: politico di estrazione gollista, è stato primo ministro sotto la presidenza di Giscard d’Estaing tra il 1974 e il 1976, quindi sotto quella di François Mitterrand, tra il 1986 e il 1988, per poi diventare Presidente della repubblica nel 1995 ed essere rieletto nel 2002. Durante la sua presidenza il mandato presidenziale viene ridotto da sette a cinque anni, ed egli rimase dunque in carica fino al 2007.
[3] È una citazione tratta da B. Brecht, La contenibile ascesa di Arturo Ui (1941), in Id., Teatro, a cura di E. Castellani, vol. III, Torino, Einaudi, 1969, p. 348: “Questo mostro stava, / una volta, per governare il mondo! / I popoli lo spensero, ma ora / non cantiamo vittoria troppo presto: / il grembo da cui nacque è ancor fecondo”.
[4] SFIO, Section Française de l’Internationale Ouvrière, è il vecchio nome del Partito Socialista francese.
[5] Guy Mollet (1905-1975) fu uno storico dirigente della SFIO, alla quale si iscrisse nel 1923. Partecipò alla Resistenza nell’Organisation civile et militaire che raggruppava partigiani di diversi orientamenti, compreso quello socialista. Nel 1946 divenne segretario generale della SFIO, carica che conservò fino al 1969. Fu membro del Comitato d’azione per gli Stati Uniti d’Europa fondato da Jean Monnet e incarnò una politica atlantista che lo portò a sostenere la nascita della Comunità Europea di Difesa, un progetto che fu abbandonato nel 1954 ma che ebbe delle forti ripercussioni all’interno della stessa SFIO. Sul caso algerino si espresse per l’indipendenza della colonia ma, dopo l’incarico a primo ministro (1956-1957) assunse una posizione repressiva che lo portò a respingere ogni ipotesi di negoziato, raddoppiando il contingente militare francese. Sempre durante il suo governo, la Francia intervenne a fianco di Inghilterra e Israele contro l’Egitto dopo l’avvenuta nazionalizzazione del Canale di Suez da parte del presidente egiziano Nasser.
[6] Jimmy Carter (1924-2024) è stato il 39° Presidente degli Stati Uniti d’America, tra il 1977 e il 1981. Succeduto a Nixon dopo lo Scandalo Watergate, fu sconfitto da Ronald Reagan in seguito alla crisi internazionale scoppiata con la rivoluzione islamica in Iran e con l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS (1979).
[7] Helmut Schmidt (1918-2015) è stato Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca dal 1974 al 1982, successore di Willy Brandt. Politico del partito socialdemocratico tedesco (SPD), governò la Germania durante gli “anni di piombo”, puntò al rafforzamento dell’integrazione europea. Nel 1986 fu uno dei principali sostenitori dell’unione monetaria europea e dell’istituzione di una banca centrale europea.
[8] Giulio Andreotti (1919-2013) fu uno dei principali esponenti della Democrazia Cristiana in Italia. Fu eletto sette volte alla Presidenza del Consiglio dei ministri, tra il 1972 e il 1992. Di orientamento cattolico-moderato, in politica internazionale perseguì un orientamento atlantista, ma intrattenendo dei rapporti tanto con il mondo arabo quanto con il blocco del socialismo reale. Per quanto critico verso le mire egemoniche della Germania in Europa, promosse il progetto d’integrazione europea.
[9] L’Appel contre l’Europe germano-américaine et l’élection d’un Parlement à son service era stato lanciato nell’aprile del 1977, unendo posizioni di sinistra antieuropeista e gollismo.Tra i primi firmatari figuravano Sartre, il sindacalista Charles Piaget, figura emblematica dell’autogestione delle fabbriche LIP, e il generale gollista di sinistra François Binoche. Il documento attaccava il processo di costruzione europea facendo leva su alcuni argomenti politici rilevanti: in primo luogo l’elezione di un Parlamento europeo a suffragio diretto era visto come il coronamento dell’egemonia della Repubblica Federale Tedesca sulla Comunità Economica Europea e sulla conseguente subordinazione di questa agli interessi statunitensi, di cui la RFT era il vassallo strategico; in secondo luogo l’appello denunciava il modello liberale di costruzione dello spazio economico europeo, di cui l’alta inflazione, la disoccupazione crescente e il degrado delle condizioni di vita della classe operaia erano i sintomi.
[10] In seno al movimento gollista, Chirac maturò successivamente una posizione critica rispetto alla costruzione europea perseguita da Giscard d’Estaing. Con il cosiddetto Appello di Cochin, dal nome dell’ospedale in cui era stato ricoverato dopo un grave incidente automobilistico, il 6 dicembre 1978 Chirac stese, con i suoi consiglieri di orientamento nazionalistico Marie-France Garaud e Pierre Juillet, un documento che curiosamente riprendeva le tesi dell’appello del 1977, ma con toni ancora più duri, denunciando i sostenitori dell’integrazione europea quali “partito dello straniero” (parti de l’étranger)e una “Europa mollusco, senza corpo e senza un vero progetto”, guidata unicamente da interessi multinazionali e priva di una sua sovranità politica autonoma. Il documento difendeva invece un’idea di “Europa delle nazioni”, contraria a qualsiasi processo di cessione di sovranità a entità sovranazionali o federali. Il risultato dell’appello fu la spaccatura del campo gollista e l’isolamento politico della corrente di Chirac. Alle elezioni europee del 1979 la lista di Chirac ottenne il 16,3% dei suffragi, mentre quella a sostegno di Giscard d’Estaing ottenne il 27,6% dei voti.
[11] L’RPR, Rassemblement pour la République, è stato un partito neogollista francese, d’orientamento nazional-conservatore e nazionale, fondato da Chirac nel 1976, dopo la fine dell’Union des démocrates pour la République, il partito che fu fondato nel 1967 da de Gaulle e che rimase al governo del paese fino al 1976. Nel 2002 il partito confluì nell’Union pour un Mouvement Populaire, formazione di centro-destra composta da neogollisti, liberali, centristi, radicali e che portò alla presidenza della repubblica francese prima Chirac poi Sarkozy (2007). Nel 2015 la formazione prese il nome di Les Républicains. Alle elezioni legislative del 2017 il partito ottenne il 22,2% dei voti al secondo turno, ma il candidato François Fillon fu estromesso dalla corsa alla Presidenza della Repubblica. Alle successive presidenziali del 2022 il partito crollò al 4,6%, mentre alle elezioni legislative incassò rispettivamente il 5,4% e il 3,8% al primo turno nel 2022 e nel 2024.
[12] Il Berufsverbot è una legge del 1972, introdotta per decreto, mediante la quale s’introduce una interdizione professionale al pubblico impiego verso chi è sospettato di sostenere idee politiche radicali o estremiste.
[13] La Germania federale aveva aderito nel 1969 al Trattato di non proliferazione non-nucleare. Tuttavia, tra gli anni Sessanta e Settanta stabilì un’estesa cooperazione industriale e tecnologica “dual-use” con le dittature militari di Sudafrica e Brasile. Gli accordi trasferirono tecnologie chiave per il ciclo del combustibile nucleare — in particolare il processo di arricchimento dell’uranio —, consentendo a entrambi i paesi di sviluppare programmi atomici segreti a fini militari. Nel caso del Sudafrica, la Germania dichiarò che il trasferimento serviva solo per produzione di elettricità e per scopi commerciali, ma il governo sudafricano arricchì l’uranio ad alto grado fino al livello militare. Ciò portò negli anni Ottanta alla costruzione di sei testate atomiche, poi smantellate all’inizio degli anni Novanta, prima della fine dell’apartheid. Nel caso del Brasile, il “contratto del secolo” (1975) stipulato tra Schmidt e il generale Ernesto Geisel portò al trasferimento di tecnologia atomica nel paese sudamericano, che nel 1979 avviò effettivamente il Programa Autónomo de Tecnologia Nuclear (PATN) o “Programma Parallelo”. Sotto il controllo diretto di Marina, Esercito e Aeronautica, il regime lavorò clandestinamente allo sviluppo di reattori per la produzione di plutonio e al test di arricchimento centrifugo. Il programma fu abbandonato solo con il ritorno alla democrazia negli seconda metà degli anni Ottanta.
[14] La Commissione Trilaterale è un gruppo di orientamento geopolitico ed economico privato fondato nel 1973 da David Rockefeller. Riunisce circa 400 leader, tra cui banchieri, imprenditori, accademici e politici provenienti da Nord America, Europa e Asia-Pacifico. Lo scopo principale è promuovere una stretta cooperazione strategica e commerciale tra queste tre aree globali industrializzate. L’organizzazione supporta l’integrazione dei mercati internazionali e sostiene la governance globale di stampo liberale. Le sue riunioni avvengono a porte chiuse, La presidenza è divisa tra tre rappresentanti regionali per bilanciare i pesi decisionali. I membri che assumono cariche pubbliche governative devono temporaneamente rassegnare le proprie dimissioni dal gruppo.
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/09/09/sartre-i-militanti-socialisti-e-la-costruzione-europea/





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