Medio Oriente sull’orlo del baratro: gli Stati Uniti lasciano l’Iraq e consegnano il petrolio alla morsa dell’Iran
da SCENARI ECONOMICI (Fabio Lugano)
Washington abbandona l’Iraq nel momento più critico dello scontro con Teheran: il vuoto militare a Erbil minaccia il secondo produttore OPEC e rischia di scatenare un nuovo shock sui prezzi dell’energia per famiglie e imprese.

Gli ultimi reparti militari statunitensi hanno completato l’evacuazione della base aerea di Erbil, mettendo fine a dodici anni di presenza armata proprio mentre la regione è sconvolta dallo scontro frontale con l’Iran. Non siamo davanti a una ritirata ordinata, ma a un vuoto di sicurezza improvviso che rischia di incendiare l’intero Golfo Persico e di innescare una micidiale fiammata sui prezzi internazionali del petrolio greggio.
Con la data del 30 settembre 2026 cala definitivamente il sipario sull’operazione Inherent Resolve, che si porta dietro la fine di Prima Parthica, la missione multinazionale avviata nel 2014 per fermare l’avanzata delle bandiere nere dello Stato Islamico. Washington onora gli impegni presi due anni fa con il governo di Baghdad, ma il momento storico scelto per sbaraccare le caserme è il peggiore possibile.
La storia militare degli Stati Uniti in territorio iracheno si chiude dopo oltre ventitré anni dall’invasione del marzo 2003. Un’avventura costata circa 4.500 caduti americani, centinaia di migliaia di vittime civili e una cifra astronomica superiore a 6.400 miliardi di dollari bruciati nelle sabbie mediorientali. Il bilancio politico ed economico di questo sforzo colossale è un fallimento evidente: Baghdad si ritrova con istituzioni deboli e un esercito che dipende ancora dagli aiuti esterni.
I vertici militari iracheni assicurano che la situazione sia sotto controllo, ma la realtà sul terreno racconta una storia molto diversa. Le forze armate locali mancano di capacità autonome nella ricognizione aerea avanzata, faticano a gestire la manutenzione ordinaria dei caccia e necessitano di costante supporto di intelligence per colpire i bersagli sul nascere.
In questa voragine di comando si inserisce senza ostacoli la Repubblica Islamica di Teheran. Le milizie paramilitari sciite delle Forze di Mobilitazione Popolare, note come Hashd al-Shaabi, sono già profondamente infiltrate nelle istituzioni, nei ministeri e nei posti di blocco statali. Senza il presidio delle truppe occidentali a fare da contrappeso, l’influenza iraniana sul governo iracheno non incontra più alcuna resistenza concreta.
Il pericolo non riguarda solo la politica interna, ma investe la sicurezza dell’intera regione. Soltanto poche settimane fa droni e proiettili hanno colpito le stazioni di pompaggio dell’oleodotto East-West in Arabia Saudita, e le tracce portano dritte a gruppi operativi all’interno dei confini iracheni. Senza basi americane a vigilare, l’Iraq rischia di trasformarsi nel trampolino di lancio definitivo per azioni di disturbo e rappresaglie armate.
A nord, nella regione autonoma del Kurdistan, l’addio delle forze occidentali alla base di Erbil lascia la popolazione e le autorità locali in uno stato di profonda incertezza. Il governo regionale curdo si trova schiacciato tra le rivendicazioni centraliste di Baghdad, le pressioni militari di Ankara e le minacce dirette dei missili iraniani, mettendo a repentaglio anche i delicati corridoi energetici settentrionali.
Accanto alla morsa di Teheran, riemerge il timore mai sopito della rinascita dell’Isis. I miliziani jihadisti non controllano più porzioni stabili di territorio, ma continuano a nascondersi nei territori desertici e nelle zone rurali dimenticate dal potere centrale. Gli attentati sanguinosi che ciclicamente colpiscono i mercati di Baghdad ricordano che la minaccia sotterranea è viva e aspetta solo una falla nei controlli per rialzare la testa.
Mentre l’Occidente si ritira stanco e disilluso, le altre grandi potenze globali non hanno perso un secondo per occupare gli spazi lasciati liberi. Pechino e Mosca hanno capito da tempo che chi controlla l’Iraq controlla una delle chiavi di volta delle risorse energetiche mondiali.
La Cina ha già blindato la propria sicurezza energetica acquistando massicce forniture di greggio Basra Light e firmando accordi pluriennali da miliardi di dollari con pagamenti anticipati, integrando le infrastrutture locali nella Nuova Via della Seta. La Russia, a sua volta, approfitta del ritiro della NATO per proporre accordi di fornitura militare e consolidare la sua presenza strategica.
Gli Stati Uniti hanno speso fiumi di denaro pubblico per poi lasciare le chiavi dei pozzi agli avversari commerciali. Si tratta di un capolavoro di miopia geopolitica che testimonia come la logica degli interventi armati si sia trasformata in un boomerang economico per l’Occidente.
Per misurare la portata della questione, è sufficiente analizzare i numeri della produzione energetica dell’Iraq all’interno dell’OPEC:
| Fattore strategico | Dato quantitativo | Impatto sull’economia globale |
| Produzione di greggio | 2,98 milioni di barili/giorno | Secondo produttore assoluto dell’OPEC |
| Capacità massima stimata | Circa 5,0 milioni di barili/giorno | Riserva strategica cruciale per i mercati mondiali |
| Spesa militare USA (2001-2026) | Oltre 6.400 miliardi di dollari | Costo finanziario sostenuto dal contribuente americano |
| Dipendenza entrate statali | Superiore al 90% dell’export | Totale vulnerabilità del bilancio pubblico di Baghdad |
| Primo cliente del greggio | Cina (qualità Basra Light) | Controllo asiatico sui flussi energetici mediorientali |
Sul mercato delle materie prime si apre così un braccio di ferro tra due forze contrastanti. Da una parte c’è un’offerta globale abbondante, sostenuta dall’estrazione del petrolio da scisto americano e dalla produzione russa e araba. In un contesto normale, questo eccesso di produzione terrebbe il barile ancorato su livelli bassi, tra i 60 e i 70 dollari.
Nel 2014, quando le truppe americane tornarono per combattere il Califfato, l’esplosione dello shale oil provocò un crollo storico delle quotazioni, passate da 110 dollari a meno di 30 dollari al barile. Oggi però lo scenario è ribaltato: le tensioni belliche nel Golfo sono l’unica variabile capace di cancellare all’istante l’abbondanza di greggio e innescare una spirale rialzista.
Se il vuoto di sicurezza iracheno dovesse paralizzare i terminali petroliferi meridionali o bloccare i carichi marittimi, i mercati reagirebbero con un aumento vertiginoso dei premi di rischio assicurativi sui noli navali. L’offerta fisica verrebbe meno proprio mentre il confronto militare con l’Iran rende impraticabili le rotte alternative.

Quella che era la base US Air Force a Erbil
Questo ritiro può avere delle ricadute forti sull’economia dei Paesi europei: se Baghdad non riuscirà a tutelare la produzione petrolifera locale, anche il rivolo limitato che sta correndo attualmente fuori dal paese, tramite l’oleodotto del Kurdistan, la Siria e qualche petroliera che utilizza le infrastrutture degli Emirat, verrà interrotto. Questo sarebbe drammatico perché verrebbe a pesare su un mercato petrolifero già in forte tensione per la sparizione del prodotto iraniano e la limitazione degli altri petroli del Golfo, oltre che per la crisi dei distillati.
A tutto questo si aggiunge la fragilità interna di Baghdad. Con un bilancio pubblico che dipende per oltre il 90% dalla vendita di idrocarburi, qualsiasi blocco dell’export impedisce al governo di pagare gli stipendi di milioni di dipendenti pubblici, innescando proteste sociali e paralisi amministrativa.
La scelta americana di chiudere le basi irachene risponde al desiderio di chiudere capitoli costosi per guardare altrove. Tuttavia, le scorciatoie geopolitiche non cancellano i problemi sul campo, ma li lasciano semplicemente incustoditi.
Quando il secondo produttore dell’OPEC finisce ostaggio delle tensioni regionali, il prezzo finale non lo pagano i comandi militari, ma i lavoratori e gli imprenditori alle prese con le bollette energetiche. L’illusione di un disimpegno indolore rischia di costare carissimo alle tasche di tutti noi.





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