Sankara non è mai morto
di LA FIONDA (Matteo Parini)

“La politica ha senso solo se rivolta alla felicità dei popoli”. È solo uno dei pensieri più puri di Thomas Sankara che ne hanno contraddistinto l’esistenza e che ora rendono luminoso e pedagocico il ricordo. Quando gli araldi della politica occidentale dicono che li aiuterebbero a casa loro, cioè gli africani in Africa, sarebbe il caso di rispondere che un modo rispettoso per farlo c’è ma non è certo quello della consueta pirateria coloniale, spruzzata di una fasulla carità in realtà affamatrice, che il Nord globale suprematista bianco attua da sempre, preoccupandosi di instaurare tra i due spicchi di mondo economie fortemente diseguali, quindi punitive per l’Africa, che tengano le popolazioni autoctone con la testa perennemente sott’acqua. Poveri nel continente più ricco è il deprecabile paradosso, sinonimo di schiavitù ancora nel ventunesimo secolo. Ai fini dell’emancipazione di quelle meravigliose terre, infatti, sarebbe sufficiente che ai giganti della storia come, appunto, Thomas Sankara – del quale ricorre oggi l’anniversario della funesta e prematura scomparsa fisica – si lasciasse compiere la loro missione politica senza intromissioni dall’esterno. Ma si sa, tutte quelle ricchezze che stanno nel sottosuolo valgono bene fame e morte da esportazione. Come per Patrice Lumumba in Congo, per Muammar Gheddafi in Libia o per Eduardo Mondlane in Mozambico. Fatti fuori dalle potenze coloniali perché colpevoli di restituire la dignità ai rispettivi popoli.
Thomas Sankara il 15 ottobre del 1987, in un panorama mondiale da ultimi scampoli di Guerra Fredda, veniva assassinato con la decisiva complicità di USA e Francia per favorire il colpo di stato del traditore Blaise Compaoré, consueto burattino concepito in vitro dalle parti di Washington e dintorni per essere supino agli interessi imperiali e rinnovata garanzia di subordinazione del Burkina Faso. Inviso alle potenze mondiali per il suo impegno rivolto all’autodeterminazione dell’Africa, Thomas Sankara in un solo lustro di presidenza, tra il 1983 e il giorno del suo assassinio, cambiò il volto del fu Alto Volta già a partire dal nome. Diventò, infatti, Burkina Faso che in lingua burkinabé significa letteralmente “casa degli uomini liberi e indipendenti”. Il contesto storico, politico e sociale del paese incastonato nell’Africa occidentale lontano dai mari non era diverso da tanti altri. Colonia francese dal 1919, quindi parte dell’AOF, mantenuto improduttivo ed arretrato finì solo dieci anni più tardi per essere smembrato dai colonizzatori stessi e ripartito tra gli stati limitrofi. Fino alla fine del secondo conflitto mondiale, quando sotto pulsioni indipendentiste interne la Francia ricostituì la colonia pressoché sugli attuali territori. Il 1960, fu l’anno dell’indipendenza, quella solo formale, con Maurice Yaméogo insignito della carica di primo presidente. Gli albori di due decadi di alternanza di regimi militari autoritari e repressivi e, comunque, sempre inchiodati all’orbita francese e relativi desiderata. Anni, questi ultimi, trascorsi tra colpi di stato e sofferenze della popolazione, ancora strangolata tra la discriminatoria dittatura interna e, appunto, il colonialismo francese mai realmente dismesso.
Il vento cambiò nel gennaio del 1983, nel momento in cui Thomas Sankara divenne primo ministro del governo retto da Jean-Baptiste Ouédraogo. Il quale, però, solo qualche mese più tardi lo avrebbe fatto arrestare per le sue posizioni inaccettabili di rottura con Parigi. Sankara, del resto, era già allora il volto dell’anticolonialismo e della speranza di riscatto degli ultimi e, pertanto, con l’appoggio del popolo e dei soldati più giovani, stanchi della classe dirigente corrotta, fu prima liberato e poi sospinto alla testa della nazione. Nasceva da quella presa del potere il Burkina Faso, quello della libertà, nel quale, come primo provvedimento, fece costruire ospedali e scuole per tutti. Insieme, cancellò la corruzione dall’apparato governativo, restituì la terra ai lavoratori, vietò l’infibulazione, promosse campagne di vaccinazioni di massa, rallentò la desertificazione del suolo, fece piazza pulita dei privilegi dei pochi istituendo un modello di società nei fatti più equo. Ciò che ha il compito di fare chi governa avendo a cuore la propria gente. Un’agenda politica popolare, la sua, imperniata sulle riforme sociali, economiche e culturali. In politica estera, Sankara ruppe con le potenze occidentali e contestualmente avviò rapporti con il blocco socialista emergente dei non allineati. La sua fu una mobilitazione delle masse oppresse, archetipo della costruzione del potere dal basso, fatto di comitati popolari atti a coinvolgere la più ampia fetta possibile di connazionali nelle decisioni politiche e sociali in un governo dal respiro finalmente partecipativo.
Internazionalista, Sankara scrisse con inchiostro indelebile una pagina memorabile della storia dell’ONU quando, davanti agli occhi del mondo intero, incitò i popoli oppressi di ogni latitudine – quelli che lui stesso era solito chiamare gli “eredi di ogni rivoluzione” – a battersi. Ovviamente, ma è utile rimarcarlo considerata l’attualità, a prodigarsi anche per la causa della Palestina libera. Sankara ambiva ad un modello di società alternativo a quello del profitto che ci si ostina a considerare il migliore se non l’unico possibile. Un africano che difendeva gli africani e che si spendeva per ricordare loro a quali traguardi, impensabili solo fino a poco tempo prima, avrebbero potuto ambire unendo le forze e indirizzandole contro il giogo capitalistico. Lungimirante, rigettò con forza il cappio travestito da aiuto umanitario del Fondo Monetario Internazionale, la banda di predatori che imperversa tutt’ora sulle macerie dell’umanità, perché “nessuno strozzinaggio – disse – avrebbe dovuto essere ripagato con il sangue del popolo”.
Fu convintamente ambientalista e femminista nel senso più veritiero di entrambi i termini, che oggi, di un mondo a testa in giù, sono ossimoricamente patrimonio dei nemici dell’ambiente e delle donne. “Un uomo, un albero”, all’uopo, fu il motto della sua politica contro l’imperialismo aggressivo che distrugge gli ecosistemi e disprezza la natura, oltre che i suoi abitanti. “Un uomo, cinque litri d’acqua”, invece, fu la sintesi efficace della sua incrollabile volontà di impedire all’Africa, una volta per tutte, di soffrire la sete perché impedita ad abbeverarsi dalle due stesse fonti dall’uomo bianco, dedito al controllo della terra, dell’acqua e del cielo altrui. Sulle donne burkinabé, inoltre, Sankara, quale antesignano vero, nei suoi appassionati discorsi ammoniva sovente sul fatto per nulla scontato che esse provassero le medesime sofferenze quotidiane dei connazionali uomini essendo per di più assoggettate, a causa dell’operato degli uomini stessi, ad ulteriori e inconcepibili sofferenze di genere. Tutto ciò, con una lucidità pragmatica che la deriva morale e culturale dell’odierna e caricaturale società occidentale fa apparire, se possibile, ancora più straordinaria.
Per la pace, Sankara – meravigliosamente definito dal suo popolo come il “Presidente sognatore” – si spese affinché la società facesse piazza pulita dei privilegi borghesi di retaggio coloniale; benefici tutti appannaggio dei pochi ricchi che estirpò con la fermezza del caso. Incorruttibile, pretendeva in cambio che tutti lo fossero in egual misura, nel principio per il quale è solo con uomini integerrimi che si possa costruire un mondo più equo. Se oggi gli abitanti del Burkina Faso nutrono un senso di fiera appartenenza alla nazione e arde in loro la fiamma dell’orgoglio patriottico e, più in generale, dell’emancipazione del continente africano, è grazie all’eredità culturale di Sankara e alla sua capacità di infondere, anche da morto, speranza e voglia di riscatto agli ultimi della Terra. Sankara è così assurto a imperitura figura ispiratrice dei movimenti panafricani che faticosamente provano a ripercorrere la medesima strada.
Incompatibile con le mire egemoniche occidentali, che il pallino della colonizzazione dell’Africa lo hanno intagliato nei cromosomi, fu presto eliminato. “La rivoluzione non muore mai”, furono le sue ultime parole prima che il traditore prezzolato dall’impero Compaoré – ironia della sorte, il suo vecchio compagno di lotta – e i suoi sgherri gli spararono i colpi mortali. Socialista, patriota, marxista, rivoluzionario, la fine di Sankara e della sua opera di autodeterminazione del popolo burkinabé sono il paradigma tangibile di cosa significhi per l’impero della globalizzazione capitalistica “aiutare” l’Africa. Di cosa significhi, sempre per gli stessi, esportare la “superiorità morale” della quale si fregia senza titolo l’emisfero occidentale per nascondere l’ontologica postura sciovinista e prevaricatrice. Significa, quindi, reprimere sul nascere le pulsioni sociali endogene affinché il continente africano resti per l’eternità il terreno di caccia preferito per gli avvoltoi bianchi. L’infamia che Thomas Sankara, padre del Burkina Faso e uomo libero, decise di spezzare.
FONTE:https://www.lafionda.org/2025/10/16/sankara-non-e-mai-morto





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