La ballata della finanziaria
di FERDINANDO PASTORE (Pagina FB)
Ogni anno, sul nascere della legge finanziaria, parte un chiacchiericcio sordo, sconclusionato, ormai quasi inascoltato, perché ama ripetersi uguale a sé stesso con parole ricalcate da discorsi già pronunciati.
Oltre al solito monito sulla lotta all’evasione con cui i liberali in doppiopetto, cinicamente compiaciuti dell’austerità per i poveri, si autoassolvono di fronte alla loro indifferenza morale, è ormai usuale assistere all’impotente barricata che pretenderebbe la patrimoniale.
Intendiamoci, dopo quarant’anni di politiche di favore per gli sciacalli delle rendite finanziarie, le buoni intenzioni non si possono disprezzare più di tanto. Ma sono buone intenzioni o è ingenuità colposa? O addirittura pigrizia preterintenzionale? Perché lo si deve ogni volta ribadire: in un sistema a libera circolazione di capitali, con città/stato sparse per il mondo che offrono ripari off-shore, la patrimoniale serve a poco. Forse a nulla.
Ma precisamente di cosa si vuole evitare di parlare con questo passatempo discorsivo che colora il dibattito pubblico negli autunni ricoperti di ruggine metropolitana? Si vuole evitare di parlare di lotta, di conflitto, di conquiste costituzionali. Si vuole evitare di toccare davvero la palla e riaffermare centralità nel dettare l’agenda. Quanta dose di coraggio manca per parlare di politiche sulla piena occupazione finanziate dallo Stato, magari con la nazionalizzazione dei settori strategici, i pochi ormai rimasti nel Paese?
Si dovrebbe aspirare a lavorare su una legge contro le de-localizzazioni, a ricordare che il divorzio tra Bankitalia e tesoro ha permesso agli investitori esteri di detenere le redini del debito pubblico e conseguentemente di pretendere dai governi controriforme di macelleria sociale perché i titoli di stato continuassero a essere acquistati. Si dovrebbe scioperare contro l’Unione Europea che si fa megafono di quelle lobbies che accompagnano la volontà distruttrice del mercato libero, che pretendono dai greci giornate lavorative di tredici ore.
Siamo ancora lì, ai vincoli di bilancio, ai limiti concepiti per la spesa pubblica che non valgono però per le armi, per le bombe, per la guerra ai nemici della civiltà, ai quali ogni tanto un bel genocidio si potrà anche pur praticare. Quella serie indefinita di restrizioni che hanno defenestrato la Costituzione dal lontano 1992, quando la società aperta si fece totalitarismo con Maastricht.
Chi, magari con candore, ravvisa nella legge patrimoniale la strada maestra per la futura Giustizia, non credo abbia in mente una ridiscussione complessiva del sistema. I proclami di questo tenore appaiono ormai privi di costrutto politico, incapaci di cementificare orizzonti ampi di trasformazione sociale. Al contrario lottare per la verità, per smascherare gli stratagemmi del potere neoliberale, quello suddiviso tra destra e sinistra, significa riavviare concetti capaci di accendere il conflitto tra le forze storiche.
Ribaltare il senso comune, la dialettica corrente. Solo così si potrà un giorno costruire l’uscita dal Regime neoliberale.
Fonte: https://www.facebook.com/share/p/1BTimrSqXY/





Commenti recenti