Definisci regime
da LA FIONDA (Matteo Parini)

Regime. Una delle parole più inflazionate nel dibattito politico-mediatico occidentale per descrivere governi che non rispettano i parametri dell’ordine internazionale dominante. Stai con loro e vieni definito liberale; non stai con loro e sei, appunto, un “regime”. Perché?
Secondo l’enciclopedia, regime – da regĭmen, regimĭnis – indica qualsiasi forma di governo: democratico, parlamentare, presidenziale, autoritario o militare. In altre parole, ogni governo è formalmente un regime. Eppure, nel dibattito pubblico, il termine viene applicato selettivamente agli Stati considerati “non allineati” agli interessi occidentali, trasformando una definizione intrinsecamente neutra in uno strumento di delegittimazione.
Accade così che, ad esempio, Russia, Cina, Repubblica Popolare di Corea e Iran, per citarne alcuni, vengano sistematicamente definiti “regimi” dai media occidentali, mentre la stessa etichetta raramente si applica a governi “amici” operanti in contesti strategicamente rilevanti. Come l’Arabia Saudita, pur caratterizzata da evidenti tratti autoritari e illiberali.
La scelta delle parole non segue criteri oggettivi, ma riflette interessi geopolitici, generando un doppio standard che guida la percezione pubblica. Negli ultimi anni, le narrative sul conflitto in Ucraina, sulle tensioni nello Stretto di Taiwan e sulle crisi nucleari in Medio Oriente mostrano come il termine “regime” qualifichi gli attori prima ancora che si considerino i fatti.
L’uso mediatico volutamente impreciso carica la parola “regime” di un significato valutativo, semplificando la realtà e irrigidendo il dibattito. Questo fenomeno è illustrato dal concetto di framing, secondo cui la presentazione degli eventi influenza la percezione, enfatizzando alcuni elementi e relegandone altri sullo sfondo. Allo stesso modo, la nozione di egemonia culturale di Antonio Gramsci rammenta come un gruppo dominante possa diffondere la propria visione alla stregua di universale, stabilendo implicitamente ciò che è considerato accettabile e cosa no.
In questo contesto, il lessico diventa uno strumento essenziale nella costruzione del consenso, anche in ambito bellico, dove il termine regime evoca inevitabilmente esperienze pregresse di oppressione e coercizione. L’etichetta precede l’analisi e banalizza la complessità politica, riducendola a contrapposizioni immediate e reazioni istintive. Si tratta di una strategia discorsiva che trasforma l’avversario, o chi debba essere considerato tale, in un soggetto non solo antagonista ma necessariamente percepito come incompatibile con l’ordine desiderato.
Émile Durkheim osservava a suo tempo come la definizione di ciò che è deviante o minaccioso rafforzi la coesione interna dei gruppi sociali. L’identificazione simbolica del nemico segue la stessa logica, polarizzando l’opinione pubblica – con me o contro di me – consolidando un orientamento basato più sulla percezione indotta da fuori che su un’analisi comparativa delle istituzioni e delle loro pratiche di governo.
I conflitti moderni, allora, non si preparano solo attraverso l’accumulo dell’arsenale militare, ma anche sul piano discorsivo. Formule coniate ad hoc come “guerra umanitaria”, “danni collaterali”, “peacekeeping” e, più recentemente, “attacco preventivo” dimostrano come la semantica bellica contribuisca a normalizzare decisioni altrimenti percepite dalla massa come moralmente deprecabili.
La narrazione selettiva costruisce, passo dopo passo, l’incompatibilità tra chi deve essere identificato come nemico e i principi autoproclamati universali. Prima si colloca l’avversario al di fuori di quell’orizzonte di valori moralmente “superiori”, poi ogni misura coercitiva adottata nei suoi confronti (sanzioni, isolamento diplomatico, escalation militare, embargo, eliminazione fisica) appare inevitabile e giustificata.
La demonizzazione preventiva sostituisce l’analisi critica e un’etichetta come “regime”vanifica il dibattito dialettico. Il meccanismo è chiaro: quando il lessico assurge a strumento di mobilitazione, la guerra è già in atto, molto prima di manifestarsi sul campo. Le parole, così, smettono di descrivere la realtà e contribuiscono a produrla secondo gli schemi prefissati, determinandone gli esiti.
Aderire, più o meno consapevolmente, a questa griglia concettuale significa partecipare attivamente alla costruzione del consenso, un impegno che si fa ancora più grave quando in gioco vi è la guerra. La scelta dei termini non è quindi innocente: essa orienta la rappresentazione pubblica, legittima azioni e guida le politiche internazionali, trasformando la narrazione in un vero e proprio campo di battaglia.
In un contesto di tensioni globali, indirizzare il giudizio collettivo verso la guerra costituisce un atto di responsabilità morale e politica di gravità pari a quella della guerra stessa.
Quindi: chi è un “regime”?
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/03/04/definisci-regime/





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