Emmanuel Todd: «Dopo la religione, resta il vuoto»
di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Emmanuel Todd)

L’antropologo francese analizza il declino della fede in Occidente, che sfocia nel nichilismo.
In quest’intervista con la conduttrice Diane Lagrange, Emmanuel Todd torna sui temi centrali del suo ultimo saggio. Al centro della sua analisi c’è l’evoluzione delle società occidentali, attraverso tre fasi: dalla religione vissuta alle ideologie che ne prendono il posto, fino allo «stadio zero», segnato dall’assenza di valori condivisi. Un percorso che, secondo il saggista, aiuta a leggere la crisi contemporanea e le sue ricadute geopolitiche.
Oggi affronteremo un tema centrale: la religione. Il ruolo della religione è centrale nel suo modello, in particolare ne La sconfitta dell’Occidente. Lei ha definito tre stadi: attivo, zombie e zero. Può ricordarli, per chi non li conosce?
[…] «La religione attiva è quella che esiste davvero: la gente crede, pratica, cerca di conformarsi moralmente ai precetti, e questa religione – non di un singolo, ma di un gruppo di credenti – definisce una collettività. Il secondo stadio è la religione zombie: la fede scompare, la pratica scompare, ma i valori e il sentimento di appartenenza restano. La religione viene sostituita da ideologie, o quasi-religioni. Nel caso francese, il cattolicesimo crolla sui due terzi del territorio tra il 1730 e il 1780, e nel 1789 abbiamo la Rivoluzione: “Viva la nazione!”. La nazione è un concetto zombie. Poi c’è lo stadio zero: i valori ereditati sono scomparsi. Non resta più nulla – o, meglio, non resta più il gruppo che condivideva quei valori. Solo individui, una società atomizzata. Questo dà alla religione una dimensione capitale nella storia: matrice iniziale da cui esce qualcosa che poi scompare». […]
Con questo concetto di nichilismo, lei arriva allo stadio zero.
«Lo stadio zero è quando non hai più credenze religiose né ideologiche sostitutive: sei nel vuoto. L’essere umano resta un animale intelligente che non sa cosa ci fa sulla Terra, non sa perché vive, né come vivere con gli altri. Vuoto metafisico, vuoto sociale. Una delle uscite più frequenti è la deificazione del vuoto stesso: volontà di distruzione delle cose, degli uomini, della realtà. So che può scioccare e dare l’impressione che io sia un emerito reazionario, ma considero le ideologie transgender e i cambi di sesso – geneticamente impossibili – come indicatori di nichilismo ultimo, quasi più significativo della guerra, in un certo senso».
Lei vede una differenza tra le diverse religioni? Immagino abbia definito questi stadi pensando al cristianesimo, dove c’è già una separazione […] tra privato e pubblico. E religioni più totali, come l’Islam o l’ebraismo, che regolano ogni aspetto della vita e della società?
«La tripartizione è operativa in ogni senso […]. Sono partito dal cristianesimo non per qualità particolari, ma perché vivo in un Paese uscito dal cattolicesimo e ho legami intellettuali con il mondo anglo-americano, che è piuttosto protestante. Ma allo stadio attuale ho due problemi. Primo: il cristianesimo stesso è diviso. C’è il protestantesimo e c’è il cattolicesimo.
E l’ortodossia…
«Sull’ortodossia non posso dire nulla: allo stadio attuale la teologia ortodossa mi è totalmente impenetrabile. Ci avevo provato in passato. Più tardi, più tardi si dovrà, si deve, si dovrebbe tornarci sopra […]. Il nichilismo mi sembra molto più attivo e violento nei Paesi protestanti. Sì, più nei Paesi protestanti che nei Paesi cattolici. Conseguenza pratica: una sorta di russofobia patologica diretta contro un Paese che non ha minimamente intenzione di invadere l’Europa. A prescindere dai polacchi, che hanno un problema specifico con la Russia, sono i Paesi protestanti del Nord, i popoli che consideravo i più ragionevoli e che ammiravo – scandinavi, danesi, svedesi, norvegesi, sui quali lavoravo già per la mia tesi a Cambridge sulle strutture familiari – a essere entrati in un rapporto paranoico con una Russia immaginaria».
Forse a causa della loro storia?
«No, per niente, per niente. Non hanno problemi con la Russia dal XVIII secolo […]. L’Italia e la Spagna sono molto meno minacciate dal nichilismo. Quindi c’è già un problema logico molto importante: se la religione zero è la scomparsa di ogni religione, due Paesi a stadio zero, dato che zero è uguale a zero, dovrebbero essere uguali. Non lo sono […]. Il protestantesimo era una religione estremamente forte, estremamente esigente, con il presunto rapporto diretto del fedele con Dio attraverso le Scritture, perché si doveva imparare a leggere, e con un livello di ansia, tra l’altro, nel rapporto con il male del tutto particolare. E infine con una percezione abbastanza negativa del mondo […]. Quando si è credenti, si è in qualcosa. Quando si è nella fase zombie, si conservano forti valori strutturanti di appartenenza al gruppo. Gli svedesi hanno costruito, hanno fatto innovazioni assolutamente straordinarie di trasformazione sociale, hanno definito di fatto la modernità occidentale. Poi, quando sono arrivati allo stadio zero, non è restato più nulla. E soprattutto si sono ritrovati in un mondo vuoto, perché, in ogni caso, la loro religione in partenza non apprezzava granché il mondo. Al contrario, il cattolicesimo è più soft. Voglio dire, non c’è il livello di esigenza – non oso dire morale, ma sì, oso dirlo – diciamo che il livello di ansia morale, di ansia religiosa è molto più basso nel cattolicesimo. Il sentimento di appartenenza al gruppo è altrettanto forte, ma l’ansia è minore. Esiste l’assoluzione dai peccati, c’è una sorta di tolleranza, e poi non c’è predestinazione. C’è meno angoscia. E, soprattutto, nel cattolicesimo resta, in modo quasi esagerato dopo la Controriforma, un sentimento della bellezza del mondo: immagini, rituali splendidi. Allo stadio zero del cattolicesimo, resta la bellezza del mondo. E ho l’impressione che lo stadio zero, tra virgolette, del cattolicesimo ammetta la bellezza del mondo. Quindi qualcosa resta, alla fine. Se questo resta, nonostante tutto, non si è di fronte al nulla. Nel caso del protestantesimo non resta niente. Ed è ovviamente il protestantesimo ad avere una predisposizione a produrre il nichilismo. Per il cattolicesimo dopotutto non è così: anche fuori dalla fede il mondo è bello […]».
Negli Stati Uniti c’è una ripresa del cattolicesimo, per l’immigrazione latino-americana e per le conversioni. Ma è un cattolicesimo in stato di frizione: il Papa ha criticato la guerra degli Stati Uniti e di Israele, Trump ha postato un’immagine di se stesso come Gesù, J.D. Vance ha detto al Papa che non dovrebbe dare lezioni di teologia, il che è abbastanza ironico. E abbiamo raggiunto l’apoteosi con Pete Hegseth, il ministro della Guerra, che ha fatto un servizio religioso nel Pentagono dove ha tirato fuori un sermone non dalla Bibbia ma da Pulp Fiction.
«Io parlo di religione zero ma in realtà il discorso politico, ideologico, geopolitico è saturo di religione […]. Perché un’epoca percepita come se fosse di religione zero è strapiena di discorsi religiosi? Forse è normale: in un mondo in cui le persone in realtà non hanno più alcuna fede religiosa solida, si aggrappano a parole e comportamenti che definiscono religiosi, ma sono tutt’altra cosa. Forse, in certi casi, verrebbero considerate come nuove religioni […]. Sono disposto ad ammettere che sono nuove religioni, ma mettendo bene in chiaro che non si tratta di una religione così come l’ho definita sopra, cioè come qualcosa che è portatore di una moralità e che definisce una collettività. Dicono cose che definiscono religiose, ma non creano una collettività. E non sono morali. Prendiamo Hegseth, che si esalta perché i bombardamenti uccideranno gente e lo trova fantastico. Al massimo, sono disposto a concedere loro, forse, un giorno, lo status di setta satanica. Non so se ha visto quella specie di preghiera nello Studio Ovale, con la pastora che parla in una lingua incomprensibile… Tutto ciò non appartiene né al Protestantesimo né al cattolicesimo […]. Non si tratta di religioni nel senso classico del termine. Penserei piuttosto a prodotti della decomposizione sociale, che rientrano nell’universo brulicante, proliferante, mal definito del nichilismo. In realtà penso che si tratti di persone che in fondo sputano sulla religione, che si stanno prendendo gioco di ciò che era il vero protestantesimo, il vero cattolicesimo o il vero cristianesimo, anziché persone che hanno attività o fedi religiose. Quanto al cattolicesimo, Anatole Lieven, un analista britannico ragionevole, mi ha detto: “È una questione di classe”. L’attuale immagine del protestantesimo e degli evangelici è associata a persone incolte. D’altronde, le statistiche sull’istruzione mostrano che gli evangelici sono in fondo alla scala educativa americana. Questa è un’inversione del protestantesimo, poiché il protestantesimo era istruzione […]. Convertirsi al cattolicesimo, in modo conscio o inconscio, significa separarsi dalla plebe. Ma questo non è super religioso come concetto».
C’è anche il cattolicesimo degli immigrati, quindi sono due cattolicesimi diversi. Si torna al problema: siamo in un universo saturo di discorsi religiosi, tutti dicono che la religione torna. Ma è un ritorno o qualcos’altro?
«C’è differenza tra credere e avere voglia di credere. L’assenza di religione ci mette in difficoltà […] e questo può creare una certa forma di nostalgia. Allora vien da dire: “Beh, proviamo a tornare alla fede di un tempo” […]. In realtà io penso che credere sia difficilissimo, anche volendo. So di cosa parlo perché questa è la mia situazione: mi piacerebbe molto credere, ma non ci riesco».
intervista a Emmanuel Todd, traduzione a cura di Krisis
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Fonte: https://krisis.info/it/2026/06/temi/nichilismo/todd-dopo-la-religione-resta-il-vuoto/





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