Martedì, attraverso un post sul social network Truth, il presidente Donald Trump ha annunciato l’apertura imminente della prima nuova raffineria di petrolio negli Stati Uniti da cinquant’anni: sorgerà a Brownsville, in Texas, e avrà una capacità di lavorazione di 160.000 barili al giorno. Il progetto è portato avanti da una società chiamata America First Refining (un evidente richiamo allo slogan della Casa Bianca), che dovrebbe iniziare i lavori nel secondo trimestre del 2026.
L’accordo con il conglomerato indiano Reliance RELIANCE
L’impianto, comunque, ha già firmato un accordo di fornitura ventennale con il gruppo petrolchimico indiano Reliance, che potrebbe anche investire direttamente nella raffineria. Questi contatti commerciali si collegano alla strategia dell’amministrazione Trump per spezzare la relazione energetica tra l’India e la Russia e per la promozione dei combustibili fossili americani nel mondo.
Una raffineria progettata per il petrolio americano
La raffineria di Brownsville sarà progettata per lavorare lo shale oil, cioè la varietà petrolifera “leggera” estratta negli Stati Uniti dalle rocce di scisto. Gli Stati Uniti sono i maggiori produttori di petrolio del pianeta, ma gran parte delle raffinerie presenti sul loro territorio sono state costruite in un periodo storico precedente alla cosiddetta shale revolution della seconda metà degli anni Duemila, quando cioè il paese era ancora molto dipendente dalle importazioni petrolifere. Di conseguenza, questi stabilimenti sono stati pensati per processare varietà di greggio “pesanti” e viscose, dalle caratteristiche molto diverse rispetto allo shale oil.
L’ordine a Israele
L’amministrazione Trump è alla ricerca di soluzioni per abbassare i prezzi dell’energia, saliti a causa della guerra all’Iran e dell’impossibilità di attraversamento dello stretto di Hormuz. L’annuncio della nuova raffineria si inserisce in questa ricerca, appunto: se è vero che gli Stati Uniti sono i primi produttori petroliferi, va ricordato che i consumatori non utilizzano il greggio ma i suoi derivati, come la benzina e il gasolio. Disporre di un’elevata capacità di raffinazione, dunque, è fondamentale per esercitare influenza sul mercato petrolifero.
Sempre per favorire la discesa dei prezzi dell’energia, lunedì l’amministrazione Trump ha chiesto a Israele di sospendere gli attacchi alle infrastrutture petrolifere dell’Iran: sia per non indurre Teheran a colpire a sua volta altri stabilimenti nella regione del Golfo, sia perché gli Stati Uniti puntano a collaborare con l’industria petrolifera iraniana una volta che la guerra sarà terminata (replicando il modello applicato al Venezuela, in sostanza). Inoltre, stando ad Axios, Washington vuole evitare di inimicarsi la popolazione iraniana, che in buona parte è ostile al regime ma che viene danneggiata direttamente da questi attacchi.
La marina americana smentische il piano di Trump nello stretto di Hormuz
La settimana scorsa, sempre per distendere i mercati petroliferi toccati dalla crisi in Medioriente, Trump aveva detto che gli Stati Uniti garantiranno la libertà di circolazione dei carichi energetici nel golfo Persico, fornendo coperture assicurative alle imbarcazioni e persino una scorta militare.
Tuttavia, secondo le fonti di Reuters, la marina militare americana avrebbe respinto le richieste di scorta avanzate dalle compagnie di trasporto marittimo, sostenendo che in questo momento il rischio di attacchi nello stretto di Hormuz sia troppo elevato. In condizioni normali, dallo stretto di Hormuz transita ogni giorno circa un quinto di tutto il gas e del petrolio trasportati via mare. Una chiusura prolungata di questo braccia d’acqua, impedendo la commercializzazione delle forniture mediorientali, potrebbe dunque far salire i prezzi del greggio ben al di sopra dei 100 dollari al barile.
Cosa non farà il G7
Nei giorni scorsi si è parlato di come gli Stati Uniti si stessero coordinando con gli altri paesi membri del G7 e con l’Agenzia internazionale dell’energia per immettere sul mercato una parte dei barili di petrolio contenuti nelle riserve strategiche, nel tentativo di alleviare le pressioni rialziste sui prezzi.
Del G7 fanno parte il Canada, la Francia, la Germania, il Giappone, l’Italia, il Regno Unito e gli Stati Uniti.
Per il momento, tuttavia, non è stato raggiunto un accordo in merito. Ma il Wall Street Journal sostiene che l’Agenzia internazionale dell’energia ha proposto un massiccio rilascio di barili dalle riserve strategiche, che potrebbe essere perfino superiore ai 182 milioni di barili messi sul mercato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina.






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