Né ritiro né attacco. Trump punta ad un blocco prolungato dello Stretto
di GIUBBE ROSSE (Pagina Substack)

Quella che è nata come guerra contro l’Iran si è trasformata in una guerra globale di resistenza. Vince non chi picchia più forte, ma chi rimane in piedi più a lungo.
Secondo il Wall Street Journal, che cita funzionari statunitensi, il presidente Donald J. Trump ha ordinato ai suoi collaboratori di prepararsi a un prolungato blocco statunitense dello Stretto di Hormuz. Secondo l’articolo, il presidente Trump considera molto più rischioso il ritiro dal conflitto o la ripresa delle operazioni di combattimento contro l’Iran rispetto a continuare a bloccare le navi che viaggiano da e verso i porti iraniani. Questa notizia segue la notizia secondo cui alla comunità dell’intelligence è stata data l’ordine di valutare il rischio di dichiarare una vittoria unilaterale e ritirarsi dal conflitto. Un blocco di Hormuz riduce le entrate della Repubblica Islamica, ma impegna le forze USA in un dispiegamento più lungo in Medio Oriente, senza alcuna garanzia che il regime capitoli.
L’amministrazione Trump sta trasformando la guerra tra Stati Uniti e Iran in una guerra globale che ridisegna completamente gli scenari geopolitici: da un lato gli USA con i loro alleati (Israele, Argentina, Emirati dopo l’uscita dall’OPEC), dall’altro Europa, Cina e paesi asiatici che dipendono fortemente dal petrolio del Medio Oriente. È una guerra di resistenza, che si combatte sul piano energetico e finanziario e che ha come fine ultimo strozzare la Cina, i suoi approvvigionamenti energetici e i suoi alleati (Venezuela, Iran, mentre continua la pressione sulla Russia usando il proxy ucraino). È una gara a chi resiste di più. Trump è convinto di poterla vincere, dal momento che gli USA dipendono solo per il 10% dalle importazioni di petrolio che transitano per lo stretto di Hormuz. Il prezzo maggiore di un blocco prolungato del petrolio mediorientale lo pagheranno i paesi asiatici e l’Europa.
La strategia di Trump, però, non mira solo a mettere in ginocchio finanziariamente l’Iran e a strozzare l’approvvigionamento petrolifero della Cina attraverso il controllo dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Malacca (si veda in proposito l’accordo militare bilaterale firmato pochi giorni fa con l’Indonesia). Mira anche a distruggere l’economia europea e a creare la tempesta perfetta per la fine della NATO, un’alleanza obsoleta che Washington considera ormai un peso morto (gli USA vogliono tenersi solo alcuni alleati chiave in Europa e scaricare quelli non più funzionali).
Va da sé che la condizione necessaria per il successo di questa strategia è il controllo dei prezzi del petrolio in patria. Trump confida nel fatto che il blocco di Hormuz spingerà molti paesi ad acquistare petrolio dagli Stati Uniti, come di fatto sta già avvenendo, dando per scontato che il petrolio pesante che arriva dal Canada continuerà a fluire e a rifornire le industrie del Midwest. Ma se i raffinatori americani saranno attratti dai premi offerti dagli importatori europei e asiatici, fatalmente questo si ripercuoterà sui prezzi nazionali e, in ultima analisi, sul prezzo alla pompa che l’americano medio dovrà pagare. È bene ricordare, infatti, che, diversamente dal petrolio cartaceo, il petrolio fisico è un gioco a somma zero. I barili non si inventano dal nulla.
Trump, a sette mesi dalle elezioni di medio termine e due anni e mezzo dalla fine del suo secondo e ultimo mandato, ha deciso di rischiare tutto. Chi ascolta i suoi ultimi discorsi, al netto delle proverbiali fanfaronate che ormai suscitano solo ilarità o, peggio, commiserazione, ricava l’impressione di un presidente che vede se stesso come un eroe incompreso, come un Cristo che porta la croce e si sacrifica per chi verrà dopo. Proprio ieri, parlando di guerra all’Iran, ha detto in conferenza stampa: “Sto facendo quello che molti presidenti prima di me non hanno voluto fare”. E il bello è che, in parte, ha pure ragione. Trump non sta lavorando per il suo partito, ma per l’impero. E ai democratici questo va benissimo: è comodo per loro avere qualcuno alla Casa Bianca che fa il lavoro sporco. Se Trump fallirà, si prenderà da solo tutte le colpe. Se invece avrà successo, i benefici ricadranno su tutti gli americani. Per questo, i democratici non stanno facendo alcuna vera opposizione alla guerra in Iran, al di là di qualche simbolica presa di posizione sui social. Trump ha messo sul piatto tutte le fiches. Rischia tutto, tanto ormai non ha poco o niente da perdere.
Quella che è nata come guerra contro l’Iran si è trasformata in una guerra globale di resistenza. Vince non chi picchia più forte, ma chi rimane in piedi più a lungo.
Fonte: https://giubberosse.substack.com/p/ne-ritiro-ne-attacco-trump-punta





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