Un contratto sociale firmato col sangue
da CONFLITTI E STRATEGIE (Gianni Petrosillo)
Torno sul tema della irrazionalità della guerra, se così si può dire. Eraclito affermava giustamente che la guerra, il conflitto, è “padre di tutte le cose e di tutte è re, e gli uni rivela come dèi, gli altri come uomini, gli uni fa schiavi, gli altri liberi”.
L’uso della forza come strumento per affermare la propria ragione è tutt’altro che un fenomeno irrazionale, come emerge, ad esempio, dal testo di Carlo Rovelli, o meglio, lo si può considerare tale solo perché esce dal suo ambito di astrazione, quello in cui le diverse posizioni si confrontano sul piano concettuale, e si esercita mediante l’imposizione di una volontà che, a sua volta, si scontra con altre volontà simili e contrarie. Non c’è dunque possibilità di vera sintesi. Per questo si può ben dire che anche il ricorso alla forza è il risultato di un ragionamento, benché estremo, dunque sempre razionale. Oppure lo si potrebbe definire irrazionale, laddove si consideri la coartazione, l’imperio di un comando sugli altri, che parimenti gli stanno di fronte, come qualcosa che non può essere razionalizzato e che sfugge al discorso logico.
Nel primo caso si può dire che ciò che è reale è razionale, oppure, nel secondo, che è irrazionale perché non è dialettico, ma esito di uno scontro fisico mediato da strumenti tecnici di distruzione, le armi. Diciamo che siamo, in ogni caso, nell’alveo di elucubrazioni mentali, filosofiche, che poco cambiano rispetto a ciò che accade, non dico nella realtà, perché anche qui bisognerebbe intendersi su cosa sia la realtà, ma nelle situazioni che si ripetono costantemente nella storia.
Se i conflitti ci sono sempre stati nella società umana, bisognerebbe considerarli come un fattore essenziale e dinamico di essa, anziché respingerli come irrazionali. Così deve essere, se si vuole guardare al mondo per quello che è e non per come lo vorremmo.
Scriveva il filosofo Renzi all’inizio del secolo scorso:
“Queste considerazioni ci riconfermano quanto sia infantile la convinzione che la guerra, nelle sue varie forme, guerra propriamente detta, rivoluzione, possa essere eliminata. Non solo essa è, come abbiamo mostrato, uno degli indispensabili fondamenti della compagine umana e di tutte le nostre formazioni politiche e sociali, ma è altresì uno dei fattori della nostra vita spirituale, perché molte delle idee madri, molti degli elementi costitutivi che divengono in questa predominanti e determinanti, lo possono divenire, da ultimo e sia pure in lontananza, solo mediante la guerra, sono in larghissima misura la visuale imposta dalla vittoria, dalla forza, dall’autorità che ne consegue.”
Questo è molto più vicino a ciò che penso, ma anche qui bisognerebbe intendersi su cosa sia la forza e su come si esprima. La forza e il suo uso sono sempre sullo sfondo di tutte le cose umane, la forza è il convitato di pietra di ogni situazione. Non è detto che se ne faccia sempre uso diretto, infatti non siamo in perenne guerra, ma essa è sempre lì a presidiare le nostre relazioni sociali. Questo perché la vita è un flusso conflittuale oggettivo.
Su ciò Gianfranco La Grassa ha lasciato un’interpretazione teorica all’avanguardia. Si spiega anche perché il suo pensiero non abbia mai trovato lo spazio che meritava, non perché fosse di derivazione marxista, sì, in parte anche per questo, ma soprattutto perché, come ogni chiave realista della realtà, non cerca inutili consolazioni o giustificazioni al processo storico, per questo tale concezione viene rifiutata dalle anime belle che vivono in un mondo di autoinganno o di imposture volontarie per esercitare il loro dominio senza ricorrere, appunto, apertamente alla forza. Giungere al conflitto diretto fa sempre saltare gli orpelli ideologici, benché anche nella guerra la menzogna debba essere sempre all’opera per confliggere meglio e trascinarci tutti dentro.
Credo infatti che proprio nelle parole finte di un democratico, nei richiami agli incessanti dialoghi, allo scambio sereno di opinioni del liberale, nel rifiuto e nel respingimento di ogni aggressione e utilizzo della violenza a parole, solo a parole, da parte di chi ne detiene già il monopolio, si nasconda una delle forme più grandi di conculcamento, che solo per circostanze favorevoli non passa direttamente dal pensiero all’atto, o vi passa raramente, perché il meccanismo di copertura di principi e valori funziona, essendo nelle mani di chi parla la possibilità di usare strumenti di coercizione a suo piacimento. Chi porta la pace ha già vinto la guerra e ci tiene a preservare lo statu quo.
Infatti, mentre costoro predicano pace e ragione, mandano la loro polizia a contenere o reprimere scioperi o manifestazioni che vadano troppo oltre o contro i loro interessi. Finché la strada della mediazione li tiene in una posizione di vantaggio, qualcosa viene concesso, ma con limiti ben precisi e invalicabili. Dunque, li si sente condannare l’uso della violenza mentre distribuiscono armi nel mondo, le provano anche, e ricorrono alla polizia per tenere sotto controllo manifestanti o gruppi che protestano mettendo a repentaglio il loro ordine costituito.
Sulla scia del pensiero di La Grassa, si può dire che la vita è conflitto, il che non significa sempre guerra, e tanto meno guerra fisica, spesso bastano altri mezzi, tra cui la parola o la dissuasione, anche quella morale, per incanalare le varie ragioni verso ciò che è più controllabile, finché lo è. Quando il ricorso alla forza diventa inevitabile, e accade più spesso di quanto si sia disposti a credere, è come se il mondo si illuminasse, vediamo effettivamente cosa ci tiene insieme, vediamo la firma sotto il contratto sociale, per dirla con un po’ di ironia.
E non se ne può fare a meno, soprattutto quando ci si ritiene portatori di una ragione di giustizia che da altri sarà inevitabilmente percepita in modo opposto e viceversa. Non esiste unanimità sociale, per questo la nostra firma sul contratto è inscritta sempre col sangue, nostro o di chi ci ha preceduto nei decenni e nei secoli. Ecco perché, alla fine, del documento sociale che ci tiene insieme, l’unica sigla, quella che suggella il patto concreto, è quella della forza e delle sue declinazioni, dalla guerra alla minaccia della guerra, fino alle sue varie modulazioni, compresa la repressione.
Ma ciò non è imputabile all’animo umano, non ci sono “buoni” e “cattivi” che decidono a che punto si debba giungere, è lo stesso flusso della realtà che agisce in questo senso.
La Grassa ricordava, citando Pascal: “Tale è la nostra effettiva condizione. Essa ci rende incapaci di conoscere con piena certezza come di ignorare in maniera assoluta. Noi navighiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiarci e di fissarci vacilla e ci sfugge, e, se lo seguiamo, si sottrae, scorre via e fugge in un’eterna fuga. Nulla si ferma per noi. È questo lo stato che ci è naturale e che, tuttavia, è più contrario alle nostre inclinazioni. Noi bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e un’ultima base sicura su cui edificare una torre che si innalzi all’infinito, ma ogni nostro fondamento scricchiola e la terra si apre fino agli abissi. Non cerchiamo, dunque, né sicurezza né stabilità. La nostra ragione è sempre delusa dalla mutevolezza delle apparenze, nulla può fissare il finito tra i due infiniti che lo racchiudono e lo sfuggono. Quando avremo compreso ciò, credo che ce ne staremo tranquilli, ognuno nella condizione in cui la natura lo ha posto”.
E aggiungeva: “La concezione qui espressa è abbastanza simile a quella da me sostenuta”. Cosa ci spiegava allora La Grassa?: “L’uomo – rigorosamente al minuscolo – non è né buono né cattivo per natura, è astretto dalle necessità intrinseche agli ‘spazi’ troppo limitati che esistono per lui nella vita associata, in cui si scontra con altri uomini (magari uomini). È obbligato ad entrare in conflitto per le esigenze della vita in comune, quella, diciamo, di tutti i giorni. Lo è anche quando si dedica alle sue più ‘alte’ attività, nel campo della conoscenza scientifica come in quelli, forse anche più ‘alti’, della creazione artistica, della filosofia, della religione, insomma nello sviluppo del pensiero in ogni suo ambito. Se gli spazi fossero sufficienti e non implicassero urti di alcun genere, e lo fossero sempre stati, fin dall’inizio della società umana e per tutti i secoli e millenni succedutisi, non avrebbero motivo di esistenza i sentimenti della cooperazione solidale, dell’amicizia, dell’amore e via dicendo. Non c’è in genere ‘buon sentimento’ se non in opposizione a quelli ‘cattivi’ nati nello scontro, nella contrapposizione, eccetera, generati dagli ‘spazi ristretti’ della vita associata, la vita degli uomini, la vita che è esistita fin dai primordi, appunto dalle orde dei ‘primitivi’ via via evolutisi in base al possesso del pensiero, della sedicente ragione. Gli spazi sono ristretti perché siamo troppi? Il conflitto, esistente in ogni ambito del mondo da noi conosciuto, specialmente in quello animale, è qualcosa che appartiene alla natura? Certamente ci si deve alimentare, ogni vita animata va alimentata, e l’alimento cercato e conquistato è quasi sempre ‘abitato’ da un’altra vita animata, che viene dunque ‘spenta’. Nell’uomo l’alimentazione animale è accompagnata da quella che chiamiamo spirituale o intellettuale, comunque da qualcosa di molto diverso dal semplice mangiare. Eppure anche, anzi soprattutto, tale alimentazione trova modo di provocare conflitti e competizioni, tendenze alla primazia nel ‘branco’, degli intellettuali in particolare, e spesso ‘spegne’ altri alimenti dello stesso tipo. Appena esiste un gruppo di soggetti che devono agire associati per la loro ‘alimentazione’, nasce l’esigenza di un’organizzazione per raggiungere effetti significativi, non sempre quelli desiderati, voluti, perseguiti, che in genere si rivelano invece alla fine non realizzati, e ogni organizzazione ha diversi livelli o gradini di tipo gerarchico e implica una divisione dei compiti. L’organizzazione, la divisione dei compiti, la gerarchia incrementano di solito un conflitto interno al gruppo, per l’ascesa verso i gradini superiori, in termini di preminenza, di maggior potere e autorità, anche ‘morale’, oltre a conflitti di competenza o legati a modalità diverse pensate per perseguire gli stessi scopi, che contrasta, e a volte annulla, la necessità della cooperazione a finalità comuni. Più acuto è tuttavia il conflitto tra i vari gruppi compattati dall’organizzazione, che perseguono scopi differenziati, a volte decisamente avversi fra loro, perfino nettamente antagonisti.
Sorge sempre, ricorrente, l’idea che infine si giungerà a un accordo su quale sia realmente lo scopo comune ‘ultimo’ da conseguire, e ciò sarebbe pure favorito dalla conoscenza del mondo, che crescerebbe con la progressione asintotica di cui già si è detto. Quando si fosse arrivati ‘infinitamente’ vicini alla completezza di questa conoscenza, ogni disaccordo, causa degli urti reciproci, tenderebbe ad esaurirsi. La cooperazione diventerebbe il nostro comportamento abituale e riguarderebbe il complesso degli umani, salvo alcune eccezioni, allora effettive deviazioni dalla norma, che sarebbero ripudiate ed espulse dalla comunità. Sono millenni che si ripete questa solfa e sarà continuamente raccontata per tutta la durata della società umana. E si rivelerà reiteratamente una pia illusione”.
Dunque, è il nostro modo di stare al mondo, nella cosiddetta realtà che è squilibrio incessante che vibra nei nostri corpi individuali e sociali, rendendoci precari in tutto. Noi ricerchiamo in questo una stabilità che però non otteniamo se non in maniera transeunte e, quando questa per motivi oggettivi comincia a scricchiolare, al di là di come percepiamo le questioni in termini soggettivi – solitamente attribuendo agli altri, brutti, sporchi e cattivi, le motivazioni delle nostre sofferenze, e non può non essere così – siamo trascinati in conflitti per la sopravvivenza sociale che sono ineliminabili.
Non è un problema di scelte irrazionali, è appunto la realtà per come (non) possiamo conoscerla. Ancora La Grassa: “D’altronde, la presa di coscienza di un equilibrio, ormai impossibile da mantenere, avviene appunto a causa di tale spinta squilibrante che investe tutti i gruppi di individui attivi nelle teorie e negli apparati. Lo squilibrio, del tutto oggettivo e indipendente dagli individui, viene vissuto da ognuno di detti gruppi come aggressione di altri gruppi. Ne nasce un conflitto in cui ogni parte, anche quella che inizia le ostilità, si sente in realtà investita dall’azione ‘nemica’ di altri gruppi, chi dà avvio allo scontro lo fa perché ritiene indispensabile prevenire piuttosto che attendere l’attacco di altri. Quando poi uno vince, allora è sicuro che farà ricadere la colpa del conflitto sul perdente. In ogni caso, i nuovi campi di stabilità che si andranno formando, sia in campo teorico che negli apparati, lo saranno nel corso dell’urto fra fazioni contrapposte. E chi vince impone la sua visione teorica della ‘realtà’ e l’organizzazione considerata più propria per l’attività svolta nel campo da lui stabilizzato, proprio per consentirne lo svolgimento”.
Il discorso sarebbe ancora lungo e non possiamo affidarlo a una pagina Facebook o a un articolo per il blog, ma forse un po’ ci siamo capiti. Sarebbe bellissima un’armonia sociale perfetta, o anche solo imperfetta. Ma dobbiamo decidere se vivere una vita immaginaria, in cui certi inganni sono già uno strumento di guerra, oppure tenerci accanto una diversa consapevolezza che, in alcuni casi, può salvarci la vita, al prezzo di un certo cinismo, che è, anche se non ci piace ammetterlo, uno strumento necessario per il tempo che ci è dato di esistere.
FONTE: https://www.conflittiestrategie.it/un-contratto-sociale-firmato-col-sangue





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