Guerra all’Iran: il blocco di Hormuz e l’attivismo di Putin
di TERMOMETRO GEOPOLITICO (Davide Malacaria)

L’attacco massivo e coordinato di Teheran e dei miliziani di Hezbollah di ieri sera contro Israele ha incenerito la propaganda corrente sul drastico degrado dell’arsenale bellico della controparte.
Inoltre, il coordinamento segnala che Hezbollah non può essere lasciato fuori da un eventuale cessate il fuoco, in contrapposizione alle dichiarazioni delle autorità di Tel Aviv secondo le quali il conflitto libanese sarebbe proseguito anche dopo un’eventuale intesa con Teheran.
Infine, ribadisce la resilienza di Hezbollah. Israele immaginava che la guerra precedente, i bombardamenti successivi – effettuati in violazione del cessate il fuoco – la distruzione dei tunnel e il disarmo, seppur limitato, della milizia sciita ad opera delle autorità libanesi avessero quasi eliminato le sue capacità militari.
Non è così, come sta constatando Tel Aviv, che ha ordinato un’invasione di terra del Paese confinante e lo sta bombardando massicciamente, riducendo la periferia meridionale di Beirut a un cumulo di macerie: 634 i morti, di cui 91 bambini, oltre mille i feriti e più di 800mila le persone sfollate. Tale aggressione ha trovato una resistenza inattesa.
E così l’Iran, che regge nonostante la Forza degli attaccanti, mentre il blocco dello Stretto di Hormuz sta mettendo a dura prova gli Stati Uniti, pressati da mezzo mondo perché chiudano il conflitto per evitare le catastrofiche conseguenze delle restrizioni energetiche.
Davvero difficile immaginare come abbiano potuto minimizzare tali conseguenze. Nella loro follia reputavano di poter forzare il blocco preannunciato da Teheran, come peraltro ordinato da Trump che ha chiesto alla Marina degli Stati Uniti di scortare le petroliere in transito.
Semplicemente impossibile data la prossimità delle coste da cui gli iraniani giocherebbero al tiro al bersaglio, come hanno spiegato diversi esperti al Wall Street Journal. E anche se si riuscisse in questa mission impossible, servirebbero due navi da guerra per proteggere ogni singola petroliera. Anche in questo caso il traffico sarebbe ridotto al lumicino.
Così, bocciato il piano suicida, gli Stati Uniti sono ricorsi alle riserve strategiche. Ma, come spiega Axios, la misura “da sola probabilmente non farà scendere i prezzi” del petrolio. Infatti, L’utilizzo delle riserve “rallenterà anziché arrestare l’aumento dei prezzi del petrolio e offrirà un temporaneo sollievo al danno causato dall’aumento dei prezzi della benzina”, ha affermato Joe Brusuelas, economista capo della RSM, una multinazionale di studi contabili britannica.
“Gli Stati Uniti consumano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno. Anche il ricorso più aggressivo alle riserve, come quello del 2022, basterà per poche settimane e non sarebbe sufficiente a compensare le pressioni che contribuiscono a far salire i prezzi”, ha aggiunto Brusuelas.
“L’unico modo per tornare a dei flussi stabili di petrolio e gas è la ripresa del transito nello Stretto di Hormuz”, ha concluso il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia Fatih Birol.
Insomma, l’amministrazione Trump si è cacciata con criminale leggerezza in un tunnel dal quale non sa come uscire, da cui le reiterate dichiarazioni del presidente sulla prossima fine del conflitto, che alterna alle usuali allucinate dichiarazioni di vittoria (necessarie al ritiro).
Ma anche qui non sa come uscirne, dal momento che Israele è determinato a destabilizzare in maniera irreversibile l’Iran e a prendere il controllo del Libano (questo lo scopo della guerra contro Hezbollah, unico ostacolo a tale pretesa). Sviluppi che renderebbero irrevocabile la sua Opa su tutto il Medio oriente.
Né Trump può trovare sponde a Teheran. Nella guerra del giugno scorso l’Iran gli aveva dato fiducia e, insieme, avevano trovato un modo per porvi fine senza eccessivi danni. Un rapporto fiduciario che aveva portato l’Iran a reputare che il negoziato offerto da Trump lo scorso febbraio potesse andare in porto.
L’attacco proditorio israelo-americano ha incenerito tale rapporto, da cui l’irrigidimento di Teheran che ora vuole solide garanzie per porre fine al conflitto. Garanzie che Trump non può dare.
Da qui la richiesta di aiuto a Putin, che ha contattato questo fine settimana. Lo zar si è mosso e qualcosa deve aver smosso, dal momento che oggi il suo inviato Kirill Dmitriev è sbarcato negli Stati Uniti, ufficialmente per altro che non l’Iran.
Peraltro, Putin ieri ha fatto una mossa che incide non poco nel conflitto in corso, contattando il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev. È alquanto evidente che Israele sta facendo pressioni su Baku perché entri in guerra al suo fianco, scenario che si è prospettato subito dopo l’attacco di un drone contro un aeroporto azero attribuito a Teheran (l’Iran ha negato la responsabilità).
Una nota di Haaretz, infatti, ricorda i profondi legami tra Tel Aviv e Baku e afferma che ciò sta mettendo a dura prova i suoi rapporti privilegiati con Ankara che, temendo l’espansionismo israeliano (di cui è vittima predestinata) e che la crociata anti-Iran rinfocoli l’attivismo delle milizie curde (che Usa e Israele stanno tentando di scatenare contro Teheran) sta frenando l’aggressività di Aliyev verso l’Iran.
Evidentemente Erdogan non ha la forza per far fronte alle pressioni israeliane, così è intervenuto direttamente lo zar, che deve aver chiesto al presidente del Paese caucasico di evitare un improvvido coinvolgimento. Putin sa essere convincente.
L’attivismo di Putin non deve essere passato inosservato al partito della guerra globale che, sebbene abbia spostato il suo focus in Medio oriente, continua a giocare le sue carte anche sul fronte ucraino.
Ed è su questo fronte che ha lanciato il suo monito allo zar perché si tenga alla larga dalla guerra mediorientale con due operazioni tragicamente spettacolari: un attacco contro la città di Bryansk, che ha ucciso sei civili e che il Cremlino ha attribuito alla Gran Bretagna, e soprattutto un attacco di droni contro Sochi (il cui nome è ormai associato a Putin perché vi si reca spesso) durato ben 24 ore.
Ma, come nel caso delle trovate per far fronte al nodo di Hormuz, si tratta di iniziative isteriche, di scarsa incidenza sul quadro globale.
#TGP #Geopolitica
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