Deriva letale: così Kiev ha portato la guerra nel nostro mare
da LA FIONDA (Francesco Fustaneo)

Nel cuore del Mediterraneo, trasformato in un teatro di guerra ibrida sotto gli occhi volutamente distratti dell’Europa, un relitto fantasma di 277 metri continua a vagare senza controllo, con il potenziale di affondare da un giorno all’altro. È la Arctic Metagaz, una metaniera russa carica di gas naturale liquefatto (GNL) e gasolio, alla deriva da due mesi dopo un attacco che ne ha squarciato lo scafo.
Quanto accaduto alla nave è solo un tassello di un conflitto che si combatte nell’ombra, i cui effetti hanno rischiato di coinvolgere le vicine coste di Lampedusa e Linosa. Una recente inchiesta di RFI (Radio France Internationale) ha svelato in tutta la sua gravità la situazione: forze speciali ucraine operanti stabilmente in Libia occidentale, con l’avallo del governo di Tripoli, hanno colpito la nave russa. Il relitto, intanto, dopo un fallito tentativo di salvataggio, galleggia in queste ore a poche miglia da Bengasi, monitorato dalle forze della Libia orientale. E l’Italia tace.
L’attacco nel buio: un drone Magura V5 dalla base di Mellitah
Tutto è cominciato lo scorso 3 marzo: l’Arctic Metagaz, proveniente da Murmansk e diretta in Egitto, è stata raggiunta da una violenta esplosione mentre si trovava nel tratto di mare tra Malta e la Libia. Inizialmente si era ipotizzato un incidente, ma la realtà emersa progressivamente nei giorni successivi ha tracciato un quadro ben più inquietante.
Le autorità russe hanno accusato apertamente Kyiv di aver condotto un «atto di terrorismo internazionale» con il supporto dell’intelligence britannica. L’inchiesta di RFI, pubblicata il 6 aprile e basata su due fonti libiche anonime, ha rafforzato questa tesi: l’attacco è stato eseguito da forze ucraine utilizzando un drone navale autonomo di superficie di tipo Magura V5, prodotto in Ucraina e già impiegato con successo nel Mar Nero. Il drone, lanciato dalla base di Mellitah, ha centrato la sala macchine della metaniera, provocando un rapido allagamento e un incendio devastante, costringendo l’equipaggio — una trentina di marinai russi — alla fuga precipitosa. I marinai sarebbero stati poi salvati da una petroliera dell’Oman e, rivolgendosi alle strutture diplomatiche russe a Bengasi, sarebbero infine riusciti a tornare in patria.
Non è il primo attacco di questo tipo: il 19 dicembre 2025, una fonte dei servizi di sicurezza ucraini aveva già rivendicato l’attacco alla petroliera russa Qendil, anch’essa parte della “flotta ombra” usata da Mosca per aggirare le sanzioni, in acque internazionali a 250 km dalle coste libiche. Secondo RFI, anche in quel caso il drone fu lanciato da Misurata.
Oltre 200 soldati ucraini in Libia: le basi segrete e l’accordo con Tripoli
Le rivelazioni di RFI non si fermano ai dettagli dell’attacco. L’inchiesta riferisce che più di 200 ufficiali ed esperti militari ucraini sono dispiegati stabilmente in Libia occidentale, con l’accordo del governo di Tripoli guidato da Abdelhamid Dbeibah, riconosciuto dalle Nazioni Unite. Il dispiegamento seguirebbe un accordo firmato lo scorso ottobre tra Tripoli e un consigliere militare ucraino, su richiesta dell’addetto militare di Kyiv ad Algeri, il generale Andriy Bayouk.
Le forze di Kyiv sono collocate in tre siti strategici:
- L’Accademia dell’Aeronautica di Misurata — una grande struttura che ospita anche forze turche, italiane, statunitensi (Africa Command) e un centro di intelligence britannico.
- Una base a Zawiya, vicino al complesso di Mellitah, equipaggiata per il lancio di droni aerei e navali (proprio da qui è partito l’attacco alla Arctic Metagaz).
- Un’area costiera concessa dalle autorità di Tripoli, dove tra ottobre e novembre 2025 sono state rafforzate le difese e installate piste di decollo e sistemi di antenna.
Un ulteriore sito viene utilizzato per riunioni di coordinamento tra il personale ucraino e le forze libiche presso il quartier generale della 111ª Brigata, sulla strada per l’aeroporto di Tripoli.
In cambio dell’uso del territorio libico per le operazioni militari, l’accordo prevede addestramento per le forze libiche (in particolare nell’uso di droni), future forniture di armi e investimenti ucraini nel settore petrolifero libico.
Le autorità ucraine non hanno risposto alle richieste di commento di RFI. Il governo Dbeibah, dal canto suo, ha mantenuto il silenzio.
Figure politiche libiche hanno parlato apertamente di violazione della sovranità nazionale e di trasformazione del loro Paese in un campo di battaglia per una guerra per procura tra Mosca e Kyiv. Nell’ottobre 2025, Mosca aveva già accusato Dbeibah di sostenere «gruppi ucraini» e di concedere loro «strutture logistiche» con il «supporto diretto» dell’intelligence britannica: un’accusa che oggi non sembra campata in aria.
Ciò che è particolarmente grave è che questa escalation avviene a pochi chilometri dalle coste italiane. Le basi ucraine a Misurata e Mellitah si trovano a meno di 500 chilometri da Lampedusa, e ancora più vicino alle coste siciliane si trovava la nave quando è stata colpita, peraltro in palese violazione del diritto internazionale.
Eppure, né il governo italiano né l’Unione Europea hanno finora mosso proteste ufficiali o richiesto chiarimenti né a Kyiv né a Tripoli.
In sostanza, il relitto è una vera e propria bomba ecologica che potrebbe affondare da un momento all’altro. Ma i Paesi europei e le autorità marittime internazionali stanno, nei fatti, ignorando la questione, mentre quei pochi media che si sono occupati dell’argomento si sono ben guardati dall’indicare chi sia stato l’autore dell’attacco.
Il precedente Seajewel e l’escalation nel Mediterraneo
Il precedente della Seajewel, la nave che trasportava petrolio russo brutalmente attaccata con due ordigni nel porto di Savona lo scorso febbraio — un attentato per cui la Procura di Genova ha aperto un fascicolo per «naufragio aggravato con finalità di terrorismo» — sembrava già un campanello d’allarme. Oggi, con la Arctic Metagaz, il salto di qualità è sotto gli occhi di tutti: non siamo più nel Mar Ligure, ma nel cuore del Mediterraneo centrale, una delle rotte commerciali più trafficate del mondo.
Il relitto: dal fallito salvataggio al monitoraggio di Bengasi
Dopo l’attacco, la Arctic Metagaz ha iniziato una deriva sinistra. Nei giorni successivi si è pericolosamente avvicinata all’isola di Linosa, per poi dirigersi verso le acque di competenza maltese. Il governo italiano, attraverso un comitato di crisi riunito dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, aveva però rimesso ogni iniziativa a Malta, limitandosi a offrire supporto tecnico.
La deriva ha poi spinto il relitto verso le coste libiche, dove le autorità di Tripoli hanno deciso di intervenire. Ma il tentativo di salvataggio è fallito. Una fonte della National Oil Corporation (NOC) libica ha confermato che, a causa delle avverse condizioni meteorologiche (onde superiori ai sette metri, venti tra i 40 e i 50 nodi), si è spezzato il cavo di rimorchio che collegava la metaniera al rimorchiatore. La Guardia costiera libica ha quindi annunciato ufficialmente il fallimento dell’operazione.
Il 29 aprile il relitto della Arctic Metagaz sarebbe stato localizzato a circa 18 miglia nautiche a nord-nord-est di Bengasi, monitorato dalle forze navali che fanno capo al governo della Libia orientale, rivale di fatto di quello di Tripoli. La nave, inclinata di circa 30 gradi e senza equipaggio, è completamente fuori controllo.
Il silenzio del governo e di Bruxelles
Mentre la Arctic Metagaz vaga senza controllo, avvicinandosi sempre più alle coste nordafricane, e le prove di un’operazione militare ucraina nel Mediterraneo centrale si accumulano, il governo italiano e l’Unione Europea continuano a tacere. Nessuna protesta formale a Kyiv, nessuna richiesta di chiarimenti al governo Dbeibah di Tripoli — nonostante la presenza italiana alla base di Misurata, dove operano anche i soldati ucraini che hanno lanciato l’attacco —, nessuna assunzione di responsabilità per aver permesso che il nostro mare diventasse un poligono di tiro.
Nel frattempo quella che è diventata una vera e propria bomba ecologica a orologeria continua a galleggiare instabile nel cortile di casa nostra.





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