Primato energetico americano e dominio cinese dei minerali critici
di LA FIONDA (Mauro Morbello)

Grazie alla perforazione orizzontale e alla fratturazione idraulica, gli Stati Uniti si sono affermati negli ultimi anni come il principale polo mondiale integrato nella produzione, raffinazione ed esportazione di petrolio, gas e prodotti petroliferi raffinati, concentrando circa il 20% della capacità industriale globale degli idrocarburi. I dati aggiornati all’aprile 2026 indicano una produzione di circa 13,6 milioni di barili al giorno di petrolio e quasi 13 milioni di barili al giorno di esportazioni complessive tra greggio e prodotti derivati, rese possibili da un sistema di raffinazione capace di lavorare volumi superiori alla sola produzione interna. Per mantenere pienamente operativo il proprio apparato di raffinazione, Washington importa infatti in media oltre 6 milioni di barili al giorno di petrolio, in larga parte greggio pesante più adatto ai propri impianti, proveniente per circa il 60% dal Canada e, per la quota restante, soprattutto da Messico, Arabia Saudita, Brasile e Colombia. Una volta raffinato, questo petrolio viene trasformato in prodotti ad alto valore commerciale — benzina, diesel, carburante per aerei e derivati petrolchimici — destinati tanto al mercato interno quanto, in misura consistente, all’esportazione.
La centralità statunitense nella filiera degli idrocarburi contrasta però con una situazione molto diversa nel settore della raffinazione dei minerali critici, dove Washington dispone di una capacità installata ridotta o quasi inesistente, mentre la Cina domina a livello globale. Oltre a controllare il 70% dell’estrazione delle terre rare e l’85-90% della loro lavorazione, solo per citare alcuni dei principali minerali, in Cina si concentra circa il 75% della raffinazione del cobalto, il 60% del litio, il 70% del nichel e oltre il 40% del rame. Si tratta di materiali raffinati che in parte coprono il fabbisogno interno cinese e, in larga misura, alimentano le esportazioni e le filiere industriali globali. La situazione si rovescia però sul terreno petrolifero dove, pur disponendo di una capacità di raffinazione di idrocarburi comparabile a quella statunitense, la Cina resta strutturalmente dipendente dall’importazione di greggio, con un fabbisogno estero superiore a 11 milioni di barili al giorno, che la colloca al primo posto mondiale tra gli importatori di petrolio.
In questo contesto, gli interventi militari statunitensi in Venezuela nel mese di gennaio e il successivo conflitto con l’Iran, esploso a fine febbraio, assumono un rilievo centrale nella competizione geopolitica con la Cina. Il petrolio venezuelano, pesante, tecnicamente utile e geograficamente prossimo alle raffinerie statunitensi, rappresentava una risorsa che Washington aveva interesse a sottrarre al circuito commerciale cinese, verso il quale era indirizzata una quota molto elevata delle esportazioni petrolifere di Caracas, arrivata in alcuni mesi fino al 90% del totale e venduta con forti sconti. Convergente nella stessa logica è anche il caso dell’Iran. Teheran era uno dei principali fornitori di greggio della Cina, venduto attraverso canali indiretti e con sconti rilevanti rispetto ai prezzi di mercato. Colpire o rendere più rischiose le esportazioni iraniane ha significato incidere su una delle fonti energetiche più convenienti per Pechino.
Al di là delle motivazioni ufficialmente addotte per giustificare gli attacchi, il risultato prodotto da tali interventi contro due Paesi ostili alle politiche di Washington è stato duplice. Da un lato, la riduzione e la maggiore vulnerabilità dei flussi di petrolio diretti verso Pechino hanno creato un danno evidente al principale competitore geopolitico degli Stati Uniti, colpendo il punto più esposto della potenza industriale cinese, cioè la dipendenza dall’importazione di petrolio. Dall’altro, hanno contribuito a sostenere i prezzi internazionali degli idrocarburi e, di conseguenza, oltre a ridurre l’eccesso di scorte, ad accrescere il valore delle esportazioni americane, ampliando i margini delle compagnie statunitensi lungo l’intera filiera e rafforzando la pressione economica e geopolitica di Washington anche nei confronti di Paesi terzi, tra questi l’Europa.
Oggi, tra i grandi Paesi produttori di greggio apertamente avversari degli Stati Uniti, resta soprattutto la Russia, con la quale la contrapposizione è già in corso da oltre tre anni nella forma indiretta della guerra per procura in Ucraina. Rimangono poi altri fornitori importanti di idrocarburi alla Cina, non propriamente ostili a Washington, ma nemmeno pienamente riconducibili alla sua sfera di influenza, come Brasile, Malaysia e Iraq. A questi si aggiunge l’Arabia Saudita, che sta ridefinendo la propria collocazione internazionale attraverso una politica energetica sempre più autonoma. Se Stati Uniti e Cina non troveranno un compromesso di equilibrio strategico sulla questione dell’energia e dei minerali critici, il rischio di nuovi conflitti militari legati alle risorse, più o meno coperti da giustificazioni pretestuose, resterà concreto anche in futuro.





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