Il mercato senza Dio: egoismo, secolarizzazione e calcolo. Schmitt a confronto con l’economia
da GAZZETTA FILOSOFICA (Marco Pandolfini)

Un esempio dell’influenza del pensiero di Carl Schmitt sulla storia delle teorie economiche: può la sua intuizione sul progresso secolare della mentalità umana legittimare il predominio moderno dell’economia e del calcolo utilitaristico?
Che Carl Schmitt, giurista tedesco della seconda metà del Novecento, sia stato così influente da produrre moltissime riflessioni teoriche in ambito giuridico, che sono state da modello per tutto l’ambiente della politica e della filosofia del diritto degli anni a venire fino ai giorni nostri, è cosa nota e fuori discussione. Ma poco è stato indagato su quanto Schmitt abbia lasciato traccia anche in altri settori delle scienze sociali, come ad esempio l’economia. Nonostante egli non si sia mai occupato direttamente e approfonditamente della materia, se non per lanciare qualche stoccata ai suoi aspetti più nocivi e spoliticizzanti, le riflessioni di alcuni studiosi teorici della storia del pensiero economico possono essere ricondotte a sue idee e intuizioni. Andiamo con più precisione nel dettaglio di questa valutazione.
Screpanti e Zamagni, nella loro lunga trattazione della storia del pensiero economico e del susseguirsi delle varie teorie economiche principali (esposta nel manuale del 1989 Profili di storia del pensiero economico), evidenziano il problema centrale, anche nel campo dell’economia, della filosofia politica europea moderna: come dare conto della società e dei suoi legami senza far ricorso a presupposti religiosi. Lungo tutto il Medioevo, infatti, il consenso sociale era retto da due principi fondamentali — l’autorità e la fedeltà — entrambi giustificati con l’assunzione dell’esistenza di Dio. Con la modernità, questo fondamento trascendente si incrina e sorge la questione di come la generale convivenza umana possa reggersi senza considerare quei due principi e la loro giustificazione metafisica:
« Il problema del pensiero sociale moderno era: come è possibile la vita associata se si prescinde da quei due principi e dalla loro giustificazione metafisica. »
(Ernesto Screpanti, Stefano Zamagni, Profili di storia del pensiero economico)
La risposta che i due economisti ricostruiscono è articolata seguendo una ricostruzione storica del processo di legittimazione strutturato in più fasi. La prima, fornita da Machiavelli e Hobbes, è radicale: l’egoismo naturale degli uomini rende impossibile la vita associata libera, dunque è necessaria la presenza di un nuovo agente totale, lo Stato assoluto. Il principio di autorità si fonda sul monopolio del potere e non ha bisogno di legittimazione, si regge sulla violenza e ottiene obbedienza solo in virtù della forza. Ai cittadini non resta che seguire tale Stato. L’alternativa sarebbe la disgregazione sociale, simile alla legge della giungla. È questa la forza che fonda l’istituzione statale e rende possibile la vita associata.

Ma tale soluzione, osservano i due studiosi, «poteva andar bene per gli Stati assoluti dei secoli XVI e XVII. Non poteva più andare dopo il 1649, l’anno della proclamazione della repubblica inglese, e soprattutto dopo la “gloriosa rivoluzione” del 1688 e la Dichiarazione dei diritti del 1689» (Ernesto Screpanti, Stefano Zamagni, Profili di storia del pensiero economico). Gli eventi dell’Inghilterra della seconda metà del ‘600 creano le condizioni per un nuovo tessuto sociale, propenso alla stabilità economica e alle prospettive ottimistiche dell’Illuminismo. Con l’ascesa delle classi sociali emergenti da tale sviluppo — che viene già definito “capitalistico” — escluse dal governo negli Stati assoluti, si apre una nuova fase: quelle classi premevano per ottenere ciò che spettava loro e avevano bisogno di una visione del mondo e della società che li legittimasse, una filosofia politica in cui la società civile potesse giustificarsi indipendentemente dallo Stato.
Ciò che accomuna questa nuova fase è il tentativo di sostituire il fondamento divino e l’autorità personale con alcuni principi immanenti: la natura umana, secondo una via giusnaturalistica; il libero scambio, secondo la strada empiristica e del “senso morale” degli inglesi e scozzesi; l’interesse razionale, dei primissimi teorici dell’economia politica classica. Il fine ultimo di questi principi era la capacità di reggere la vita associata senza appoggiarsi alla trascendenza. Ciò descrive anche l’evoluzione della società occidentale da una fase in cui la visione religiosa collettivista influenza ogni concetto e ogni azione ad una fase in cui è il ragionamento economico individualista a fare da padrone. È precisamente questo spostamento che Carl Schmitt aveva teorizzato nella sua genealogia dello spirito europeo più di mezzo secolo prima.
Schmitt descrive, nel suo breve saggio L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni del 1929, la storia della società e della mentalità europea degli ultimi quattro secoli come una successione di spostamenti del «centro di riferimento» del suo spirito: «si tratta di quattro grandi, semplici passi secolari. Essi corrispondono ai quattro secoli e vanno dal teologico al metafisico, da questo al morale-umanitario e infine all’economico» (Carl Schmitt, L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni), ovvero i capisaldi di tutto l’agire e il pensare degli esseri umani quando si raggruppano tra di loro. L’influenza e la centralità di ognuna di queste «sfere spirituali» era ogni volta così totalizzante da creare divisioni forti all’interno degli stessi gruppi di uomini che aveva aiutato a formare, costringendoli a passare ad una nuova dottrina: ogni volta che un centro di riferimento diventa campo di lotta, l’umanità europea lo abbandona cercando un terreno più neutrale.

Questo schema illumina con precisione la traiettoria descritta da Screpanti e Zamagni. Il passaggio dal consenso medievale fondato su Dio, autorità e fedeltà, alla filosofia hobbesiana dello Stato assoluto corrisponde allo spostamento schmittiano dalla teologia alla metafisica. La metafisica del Seicento, l’età eroica della migrazione dalla fede religiosa al razionalismo occidentale, che comprende oltre a Hobbes anche Bacone, Galileo, Descartes, Grozio, Spinoza e Newton, costruisce un sistema “laicizzato” della teologia, della morale e del diritto. Il successivo spostamento verso il morale-umanitario (il Settecento dell’illuminismo, del contratto sociale e del senso morale) corrisponde alla fase in cui le classi emergenti dallo sviluppo capitalistico cercano una legittimazione autonoma rispetto allo Stato assoluto. La virtù (Tugend) e il dovere (Pflicht) — parole mitiche del Settecento secondo Schmitt — sono esattamente i termini in cui si esprime la filosofia politica borghese che Screpanti e Zamagni descrivono nel suo tentativo di fondare scientificamente la legittimità del mercato.
Quest’ultimo spostamento è l’embrione di quello è forse il passaggio più importante, ovvero quello verso il campo dell’economico, che Screpanti e Zamagni descrivono come l’affermazione ottocentesca dell’individualismo e del mercato come sfere autonome e scientificamente legittimate, e che coincide per Schmitt con l’ultimo stadio del processo di neutralizzazione. La convergenza tra la ricostruzione storico-economica di Screpanti e Zamagni e il pensiero di Schmitt è profonda e strutturale. Entrambi riconoscono uno spostamento del centro culturale della mentalità europea, dalla teologia all’economia: se nel Medioevo i processi decisionali collettivi ed individuali venivano presi con la religione come punto di riferimento ultimo, nell’epoca moderna e contemporanea ogni decisione viene presa secondo logiche direttamente o indirettamente economiche. Oltre alla dinamica del movimento, entrambi poi riconoscono il punto di partenza di questo movimento, ovvero centralità nella vita umana associata della teologia e la sua saturazione come termometro delle relazioni politico-sociali. Infine, entrambi riconoscono l’economico come punto d’arrivo della modernità in questo percorso: chi positivamente, data la sua azione a regolare tale vita associata in maniera più calcolata e finalizzata, chi negativamente, data la sua tendenza invece a impoverire, la vita associata; ma entrambi enfatizzando questo settore.
Ma è qui che le visioni degli economisti italiani e del giurista tedesco divergono. La pretesa neutralità dell’economico e del calcolo, che Screpanti e Zamagni descrivono come la promessa di fondare scientificamente la vita associata prescindendo da Dio e dall’autorità, si rivelerebbe per Schmitt un’illusione strutturale. L’egoismo naturale degli individui, posto al centro del sistema, non produrrebbe automaticamente il bene comune, ma al contrario creerebbe nuovi campi di lotta, che richiederebbero nuove forme di decisione politica. Letto attraverso questa lente, il percorso descritto da Screpanti e Zamagni (dalla teologia medievale all’individualismo economico) non è la storia di un’emancipazione progressiva, bensì la narrazione di una serie di spostamenti del centro di riferimento, ognuno dei quali ha promesso la neutralità e prodotto nuove forme di conflitto. Entrambe le visioni aiutano comunque a comprendere come questa genealogia sia il presupposto per qualsiasi filosofia politica che voglia rendere conto della propria epoca senza cedere né alla nostalgia teologica né all’illusione tecnicistica.
(Work on this paper received support/benefit from a scholarship granted by the Vice Rector for Research of the University of Innsbruck/Austria)
FONTE: https://www.gazzettafilosofica.net/2026-nuovo-inizio/maggio-2026/il-mercato-senza-dio/





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