Gli USA hanno iniziato a costruire le “prove” per giustificare l’attacco a Cuba
di L’INDIPENDENTE (Salvatore Toscano)

«Senza alcuna giustificazione legittima, il governo degli Stati Uniti sta costruendo, giorno dopo giorno, un dossier fraudolento per giustificare la spietata guerra economica contro il popolo cubano e la conseguente aggressione militare». Con queste parole il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha accusato gli Stati Uniti di star fabbricando prove false per giustificare una potenziale aggressione militare all’isola, oltre all’inasprimento dell’embargo che ha lasciato il Paese senza carburante. Nei giorni scorsi, con un rimpallo di fonti di intelligence non meglio precisate, dagli Stati Uniti era stata diffusa la notizia secondo cui Cuba avrebbe acquistato più di 300 droni militari da Russia e Cina per colpire diversi obiettivi americani. Delle vere e proprie calunnie secondo il governo dell’Avana, che ha rispedito le accuse al mittente e ribadito che il Paese sta lavorando per la pace, nonostante i continui attacchi dell’amministrazione Trump.
A suon di frasi al condizionale e virgolettati, la notizia di una Cuba pronta ad attaccare con droni diversi siti statunitensi, come la base-prigione di Guantánamo, è arrivata in tutto il mondo, Italia compresa. L’epicentro dell’indiscrezione è Axios — spesso citato come fonte autorevole per via dei suoi stretti contatti con la diplomazia statunitense — che ha rilanciato delle «informazioni riservate» relative alla presunta fornitura cubana proveniente da Cina e Russia a partire dal 2023. Axios ha poi citato le parole di un «alto funzionario statunitense», secondo cui «le fonti di intelligence — che potrebbero diventare un pretesto per un’azione militare USA — dimostrano quanto l’amministrazione Trump consideri Cuba una minaccia a causa degli sviluppi nella guerra con i droni e della presenza di consiglieri militari iraniani all’Avana».
La fabbricazione delle prove a cui accenna lo stesso Axios non è una novità per la dottrina che guida la politica estera USA. Di recente era stata messa in pratica in Venezuela, prima con l’incensazione della leader di opposizione María Corina Machado, vincitrice dell’ultimo Premio Nobel per la Pace, poi con le pesanti accuse di narcotraffico verso il governo di Caracas. Seguendo un copione già rodato, questa fase “distruttiva” si conclude con un’aggressione militare, più o meno intensa. In Venezuela sono bastate poche ore, giusto il tempo di rapire il presidente Maduro e uccidere decine di civili nei bombardamenti, lasciando il palazzo di Miraflores nelle mani della più accondiscendente Delcy Rodríguez.
Chiuso il capitolo Venezuela e con l’aggressione all’Iran in stallo, Cuba è tornata più che mai nel mirino dell’amministrazione Trump. Nelle scorse ore la Casa Bianca ha approvato nuove sanzioni verso diversi politici cubani, tra cui Juan Esteban Lazo, presidente del Parlamento. Si tratta soltanto dell’ultimo tassello dell’inasprimento del bloqueo deciso da Washington a inizio anno, che a suon di minacce verso i partner commerciali ha azzerato le forniture energetiche dell’isola, fino a esaurire le riserve di carburante di Cuba. I disservizi sono all’ordine del giorno, dai trasporti alla sanità, mettendo in pericolo la popolazione.
I colloqui diplomatici tra le parti vanno avanti da mesi — giovedì scorso il direttore della CIA John Ratcliffe ha incontrato all’Avana i vertici governativi — ma stentano a decollare. Nel frattempo, dagli Stati Uniti, si fabbricano le prove per legittimare la stretta economica e preparare il terreno a un’aggressione militare, profilando possibili attacchi cubani contro la base-prigione di Guantánamo, navi militari e persino Key West, in Florida. «Cuba non minaccia né desidera la guerra», ha risposto il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, precisando che l’isola «difende la pace» ma allo stesso modo «si prepara ad affrontare l’aggressione straniera, in esercizio del diritto di legittima difesa riconosciuto dalla Carta delle Nazioni Unite».





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