Israele cerca di sabotare la trattativa di pace con l’Iran avanzando in Libano
di L’INDIPENDENTE (Dario Lucisano)

Le truppe israeliane hanno superato la autoproclamata “linea gialla” in Libano, avanzando verso il nord del Paese dei Cedri. L’esercito ha affermato che l’operazione intende contrastare gli attacchi con drone da parte del gruppo libanese Hezbollah. L’annuncio è arrivato qualche ora dopo un attacco statunitense contro l’Iran che ha preso di mira aree nel sud del Paese. La “linea gialla” era stata fissata unilateralmente dallo stesso Stato Ebraico, che aveva definito l’area a sud del fiume Leonte un obiettivo legittimo delle proprie operazioni militari: nelle ultime settimane, i soldati israeliani hanno avanzato fino al fiume radendo al suolo le abitazioni e sfollando i residenti con il fine dichiarato di costituire una zona cuscinetto controllata militarmente dalle IDF. La decisione israeliana di superare un confine autoimposto mina ulteriormente i negoziati per una pace con l’Iran, che ha sempre affermato che la fine delle aggressioni israeliane in Libano costituisce una condizione inderogabile per raggiungere un accordo.
«Sotto la mia direzione e quella del Ministro della Difesa, insieme al Capo di Stato Maggiore, stiamo intensificando la nostra operazione in Libano. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) sono pienamente operative con ingenti forze sul terreno e i comandanti sul campo hanno il controllo della situazione; stiamo fortificando la zona di sicurezza per proteggere le comunità del nord». Con questo breve messaggio, il primo ministro israeliano Netanyahu ha annunciato un ulteriore allargamento dell’invasione terrestre del Libano e degli attacchi aerei nel Paese, senza fornire ulteriori dettagli. L’operazione è stata accompagnata dall’emanazione di decine di ordini di evacuazione e intensi bombardamenti aerei: nella sola giornata di ieri, 26 maggio, Israele ha lanciato oltre 120 raid aerei nel Paese, uccidendo 31 persone e ferendone altre 40. Da quanto riporta l’emittente qatariota Al Jazeera, dopo l’annuncio nel sud del Libano sarebbe scoppiato un panico generalizzato, con la popolazione in fuga dal rinnovato slancio militare di Israele.
La cosiddetta linea gialla era stata proclamata unilateralmente dallo stesso Stato Ebraico. Essa seguiva i confini della zona smilitarizzata imposti dal cessate il fuoco siglato nel novembre del 2024, fissando nel fiume Leonte (o Litani) la soglia della zona cuscinetto istituita con la tregua. Se tuttavia la tregua di un anno e mezzo fa imponeva che solo l’esercito regolare libanese e le forze internazionali potessero stazionare a sud della barriera naturale – disposizioni mai realmente rispettate da Israele – la nuova linea gialla è stata istituita con lo scopo dichiarato di creare un’area controllata militarmente dall’esercito israeliano, comportando di fatto una annessione dei territori meridionali; nella loro avanzata verso il fiume, i soldati hanno emanato decine di ordini di evacuazione, sfollando la popolazione libanese del sud per poi applicare al territorio il “modello Gaza”, demolendo edifici e abitazioni così da impedire eventuali ritorni dei residenti. Con l’operazione annunciata ieri, Israele ha iniziato a oltrepassare lo stesso confine che si erano autoimposti.
Non è ancora chiaro fin dove Israele voglia spingersi con questa nuova avanzata. Ieri le IDF hanno emanato una cinquantina di ordini di evacuazione tanto da aree a sud del Leonte, quanto da aree a nord del fiume che costituiva il vecchio limite delle operazioni. In essi, Israele dice ai cittadini libanesi di spostarsi a nord del fiume Zahrani, situato a sud di Sidone. Le località interessate dagli ordini israeliani tracciano un percorso che punta verso Nabatiye, uno dei maggiori centri dell’area del Libano meridionale che si trova a nord della linea gialla e a sud dello Zahrani; la medesima città è stata oggetto di ordine di evacuazione. Quello che sembra, insomma, è che Israele voglia gradualmente spingere la popolazione sempre più a nord, arrivando a toccare il fiume Zahrani.
La nuova offensiva costituisce l’ennesima violazione del cessate il fuoco dello scorso 16 aprile tra Libano e Israele, che avrebbe dovuto mettere fine ai combattimenti nel Paese. Esso, inoltre, mette a dura prova il raggiungimento di una tregua con l’Iran, come avrebbe ammesso uno stesso funzionario statunitense all’agenzia di stampa internazionale Reuters. Le autorità di Teheran hanno sempre affermato senza mezzi termini che non sigleranno alcun accordo di pace che non includa anche Hezbollah e il territorio libanese, chiedendo a Israele di interrompere gli attacchi. I colloqui intanto restano ancora in stallo, con gli USA che ormai alternano periodicamente fasi di minacce di ripresa dei combattimenti e momenti di apparente apertura al dialogo. Sul piatto è ancora presente una proposta a due fasi, che prevedrebbe una prima riapertura graduale dello Stretto di Hormuz con il sollevamento dei blocchi da parte di entrambi gli attori, e una seconda in cui verrebbero discussi i temi più divisivi; durante la prima fase, l’Iran riceverebbe anche lo scongelamento di parte dei propri asset e la parziale sospensione di sanzioni. Nel fine settimana Trump aveva rilasciato dichiarazioni speranzose, affermando che un accordo fosse ormai alle porte; l’Iran ha tuttavia smentito le dichiarazioni del presidente, e ieri gli USA hanno lanciato un attacco nel sud del Paese prendendo mira – secondo dichiarazioni dell’esercito statunitense – basi di lanciatori di missili.





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