Oreshnik su Kiev, la bomba a orologeria di Hormuz, Pechino nuovo centro del mondo
di INTELLIGENCE FOR THE PEOPLE (Roberto Iannuzzi)

A partire dalla metà di maggio, il rapido avvicendamento a Pechino del presidente americano Donald Trump e del suo omologo russo Vladimir Putin ha fatto momentaneamente trasparire quale sia il nuovo baricentro attorno al quale ruotano i tumultuosi eventi mondiali degli ultimi mesi e anni.
L’incontro fra Trump e il presidente cinese Xi Jinping ha messo in luce, al di là della sua apparente inconcludenza, come gli equilibri fra le due superpotenze siano mutati al punto da mostrare chiaramente il vantaggio acquisito da Pechino nel definire i termini di una relazione che resta delicata e difficile.
La successiva visita di Putin ha ribadito il legame sempre più stretto che sussiste fra Russia e Cina, il quale a sua volta spicca come elemento fondante del nuovo mondo multipolare contrapposto alla declinante visione unipolare americana.
Queste verità dirompenti sono tuttavia ben presto scivolate in secondo piano allorché l’attenzione mediatica internazionale è rapidamente tornata sui due fronti più caldi dello scacchiere mondiale, il Golfo Persico e l’Ucraina.
Ultimatum russo
L’ultimo fine settimana è stato contrassegnato da attacchi russi senza precedenti sulla capitale ucraina Kiev, condotti non soltanto da droni, ma da massicce ondate di missili di varia tipologia (Kinzhal, Iskander, Zircon), inclusi i nuovissimi Oreshnik, vettori ipersonici a medio raggio in grado di ospitare sia testate convenzionali che nucleari.
Questi ultimi hanno colpito la base aerea di Bela Tserkva, 75 km a sud della capitale. Gli altri attacchi hanno preso di mira bersagli del complesso militare-industriale ucraino e centri di comando e controllo dell’esercito di Kiev.
La ragione immediata dell’azione russa era dettata dall’esigenza di rispondere al massacro di 21 studenti, in gran parte ragazze, del dormitorio universitario di Starobilsk, nell’oblast di Luhansk.
I russi hanno lamentato che l’attacco, condotto da un drone ucraino contro un obiettivo puramente civile, non è stato condannato dai leader europei che hanno invece duramente stigmatizzato la rappresaglia russa su Kiev.
Ma vi sono motivazioni più profonde all’origine dell’azione russa: la crescente abilità ucraina di colpire con droni e missili obiettivi rilevanti (raffinerie, terminal petroliferi, basi militari) in profondità sul territorio russo grazie anche alla crescente integrazione dell’industria bellica ucraina con quella europea.
Come avevo anticipato in un recente articolo, questa novità è sufficiente a provocare una reazione russa che potrebbe portare a un’escalation in grado di oltrepassare i confini dell’Ucraina coinvolgendo altri paesi europei.
Il ministero degli esteri russo ha emesso un comunicato che invita i cittadini stranieri presenti a Kiev, incluso il personale diplomatico e quello delle organizzazioni internazionali, a lasciare la capitale ucraina.
Con un altro gesto significativo, il ministro degli esteri Sergei Lavrov ha richiesto un colloquio telefonico con il suo omologo americano Marco Rubio per notificargli l’intenzione russa di compiere altri attacchi su Kiev e reiterare la “raccomandazione” ai cittadini stranieri di lasciare la città.
La telefonata di Lavrov è avvenuta su ordine diretto di Putin, secondo il ministero. Nel corso del colloquio, il ministro degli esteri russo ha espresso il proprio rammarico per il fallimento degli sforzi diplomatici originati dall’incontro dello scorso agosto fra Trump e Putin ad Anchorage, sabotati da Kiev e dagli europei.
Dal canto suo, Rubio aveva dichiarato alcuni giorni prima che “non vi sono negoziati di pace in questo momento”, scaricando su Russia e Ucraina la responsabilità della ripresa di eventuali trattative.
Le ambasciate occidentali hanno rifiutato l’invito russo a evacuare la capitale ucraina.
Il possibile crack americano
Se in Europa, rischiamo di assistere a un inasprimento del conflitto con ramificazioni che potrebbero estendersi oltre i confini ucraini, nel Golfo Persico la bomba a orologeria innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz prosegue il suo conto alla rovescia.
Mentre gli Stati Uniti puntano a strangolare l’economia iraniana tramite il blocco navale nel Golfo di Oman, è il sistema finanziario americano che sta diventando instabile sotto il peso della spesa militare, del massiccio deficit di bilancio, della persistente inflazione e del debito federale ormai superiore al 120% del Pil.

La guerra contro l’Iran si sta rivelando un boomerang su molteplici fronti. Il danno geopolitico è evidente. La reputazione degli USA nel Golfo è ai minimi storici. Tutti i paesi che dipendevano da Hormuz per il proprio fabbisogno energetico, inclusi gli alleati di Washington, stanno soffrendo.
Il danno finanziario potrebbe rivelarsi ancor più serio. Il calcolo iraniano è semplice. Teheran sa di non dover sconfiggere militarmente gli Stati Uniti, deve solo resistere più di quanto non sia in grado di fare l’economia americana.
Negli USA l’inflazione era già un problema prima dello scoppio del conflitto. L’aumento dei costi energetici spinge ancora più in alto i prezzi di qualsiasi prodotto.
Il costo bellico incide sul deficit, che potrebbe sfiorare l’8% del Pil quest’anno. A sua volta, il costo degli interessi sul debito è ormai superiore alle spese per la difesa.
L’inflazione incide sui tassi di interesse e sull’andamento del mercato dei titoli di stato. Il rendimento dei Treasuries a 30 anni viaggia intorno al 5%, quello a 10 anni intorno al 4,5%. I rendimenti dei titoli di stato sono saliti anche in altri paesi, dal Giappone alla Gran Bretagna.
Alti tassi di interesse sono destinati a mettere in affanno il settore tecnologico, aumentando i costi di finanziamento, riducendo il valore degli utili a lungo termine e facendo aumentare i prezzi dell’energia necessaria per alimentare i giganteschi data center dell’intelligenza artificiale (IA).
La crisi energetica non scomparirà neanche se Hormuz dovesse riaprire domani. Il danno arrecato alle catene di fornitura richiederà anch’esso tempi lunghi per essere riassorbito.
In queste condizioni, la guerra nel Golfo potrebbe essere decisa dai mercati finanziari invece che dal campo di battaglia.
Trump alla corte di Xi
E’ dunque sull’onda di una serie di fallimenti, iniziati con la disastrosa guerra dei dazi, che Trump si è recato a Pechino, portando con sé uno stuolo di uomini d’affari della Silicon Valley e di Wall Street nella speranza di avere accesso a quello stesso sistema industriale che la superpotenza americana in crisi cerca in ogni modo di sabotare e contenere.
Al vertice con Xi Jinping, la crisi di un’America afflitta da deindustrializzazione, finanziarizzazione, e prestigio internazionale fortemente ridimensionato, ha portato Trump a negoziare da una posizione di debolezza.
Ciò è stato riconosciuto perfino dai più importanti think tank americani.
Se il Center for Strategic and International Studies si è limitato a parlare di “vertice fra eguali” (pur sempre un’ammissione senza precedenti), il Council on Foreign Relations ha riconosciuto ancor prima dell’inizio del summit che la Cina avrebbe “avuto la meglio”, mentre la rivista Foreign Affairs ha affermato che Washington ha perso il proprio potere contrattuale su Pechino.
Nel corso della sua visita, Trump non ha ottenuto alcun accordo di rilievo. Al fallimento commerciale si è aggiunto quello tecnologico.
Nel tentativo di sabotare lo sviluppo cinese nel settore dell’IA, sia Trump che il suo predecessore Joe Biden avevano bloccato l’esportazione di microchip avanzati in Cina.
Questa mossa ha danneggiato enormemente Nvidia, il grande produttore americano di microprocessori. Per ammissione dello stesso Jensen Huang, CEO della compagnia, essa ha perso un mercato che controllava al 95%.
Pechino ha infatti risposto investendo miliardi di dollari nello sviluppo della propria industria di semiconduttori, facendo progredire un settore dell’IA in grado di competere con quello americano pur impiegando microchip di livello inferiore, mentre sta rapidamente colmando il divario con quelli statunitensi di ultima generazione.
La Cina, per contro, continua a dominare il processo di estrazione e lavorazione di minerali essenziali e terre rare. Pechino ha risposto ai dazi di Trump limitando l’esportazione di queste ultime, essenziali nelle tecnologie di ultima generazione, nell’IA e nell’industria bellica.
Per sviluppare catene di fornitura alternative allo scopo di assicurare il proprio fabbisogno di tali minerali, gli USA impiegheranno anni, durante i quali continueranno a doversi accattivare la benevolenza cinese.

Trump non ha ottenuto nulla dalla Cina neanche riguardo alla crisi di Hormuz. L’Iran consente il passaggio delle petroliere cinesi attraverso lo Stretto, e Washington non osa fermarle. Teheran ha ripetutamente affermato che il passaggio rimane aperto per i paesi che non sono dichiaratamente ostili all’Iran.
Pur continuando ad auspicare una soluzione rapida e pacifica del conflitto, Pechino non ha dunque ragione di esercitare pressioni su Teheran affinché accolga richieste americane inaccettabili per la Repubblica Islamica.
Scongiurare lo scontro diretto
Dal punto di vista cinese, l’obiettivo primario dell’incontro fra Xi e Trump non era risolvere determinati contenziosi con Washington, quanto piuttosto instradare la complessa competizione strategica sino-americana su un percorso relativamente stabile e prevedibile.
Si trattava, in altre parole, di definire i termini della competizione in maniera tale da impedire che essa sfoci in uno scontro incontrollato. La formula escogitata da Pechino è quella della “stabilità strategica costruttiva”.
A tale proposito, il comunicato cinese ha messo in evidenza la vera linea rossa di Pechino:
“La questione di Taiwan è la più importante questione nelle relazioni sino-americane. […] L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto sono irreconciliabili come l’acqua e il fuoco. La salvaguardia della pace e della stabilità nello Stretto di Taiwan è il principale denominatore comune tra Cina e Stati Uniti. Gli Stati Uniti devono esercitare la massima cautela nella gestione della questione di Taiwan.”
Pechino rifiuta anche la narrazione trumpiana del “G2” (cioè di una cogestione del potere mondiale fra USA e Cina), in favore di un multilateralismo che riflette la convinzione cinese secondo cui solo una più ampia cooperazione globale può controbilanciare la pressione americana e rimodellare un ordine mondiale sempre più diviso.
La strategia cinese è chiara: intascare i vantaggi della stabilizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti, consolidare la propria posizione di leadership nel Sud del mondo, continuando al contempo a promuovere il proprio modello responsabile di governance globale, non militarista e “non egemonico”, in contrapposizione al modello statunitense.
Tali principi hanno trovato espressione anche nella Dichiarazione congiunta russo-cinese sull’instaurazione di un mondo multipolare, presentata in occasione della successiva visita di Putin a Pechino.
Lungi dall’essere un comunicato bilaterale, tale documento rappresenta a tutti gli effetti un’enunciazione del futuro assetto globale. Esso riflette il valore del vertice fra Xi e Putin molto più dell’elenco di circa 40 accordi siglati dai due paesi.
Né deve essere oltremodo enfatizzata la mancata intesa russo-cinese sul gasdotto Power of Siberia 2, se si tiene conto che i negoziati sui gasdotti sono estremamente complessi e che la loro costruzione lega i paesi contraenti per decenni a venire.
Basti pensare che l’accordo per la costruzione del primo gasdotto Power of Siberia richiese vent’anni di trattative.
Le visite di Trump e Putin segnalano dunque la nuova centralità di Pechino nello scacchiere mondiale.
L’incontro di Xi Jinping con il presidente americano ha mostrato la capacità cinese di contenere entro limiti accettabili la rivalità con la declinante superpotenza americana, almeno per il momento.
Quello con Putin ha confermato la partnership strategica fra i due principali avversari di Washington, e la leadership cinese nell’emergente mondo multipolare.
Tuttavia tale leadership non appare tuttora in grado di arginare conflitti come quello ucraino e quello nel Golfo Persico che, pur non contrapponendo direttamente Washington a Pechino, minacciano seriamente la stabilità mondiale.
FONTE:https://robertoiannuzzi.substack.com/p/oreshnik-su-kiev-la-bomba-a-orologeria





Commenti recenti