Restare umani: la forma più alta di ribellione al mondo distopico di oggi (di Alberto Bradanini)
da L’ANTIDIPLOMATICO (Alberto Bradanini)

1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di dovervi rinunciare per eccesso di cupidigia. Individui orrendi, che trasudano miliardi trafugati all’umanità sofferente con i trucchi che chiamano banche private (o pubbliche, ormai non v’è più differenza), libera esportazione di capitali, finanza creativa e da qualche tempo intelligenza (sì proprio così), seppure artificiale, un aggettivo quanto mai qualificativo.
Il veleno che ogni istante assorbiamo al contatto con tali immondi signori non merita il termine di informazione e tantomeno conoscenza, ma solo frastuono sconnesso di senso che frantuma emozioni, crescita personale, avventura. Intendono sottrarci la gioia dell’apprendimento, dell’esperienza umana mai paga degli orizzonti raggiunti, dell’impegno a socializzare, del riflesso sui bisogni dell’altro, del fascino incommensurabile dell’interazione con altri esseri umani.
Si tratta di individui che, nella modulazione di forme e temperamenti, conoscono solo la menzogna metodica, talora inconsciamente incorporata, che rimbalza su di noi con dosi massicce di propaganda. L’obiettivo è noto: distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla lontana dal nocciolo della questione (democrazia partecipativa ed equità distributiva), frantumare la coscienza di un popolo con TV e cellulari h24.
È così che quella minoranza di cittadini ancora sana di mente rischia la caduta in depressione ogni volta che s’imbatte nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti – nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici.
I responsabili degli orrori che ci circondano hanno un nome e cognome: l’impero statunitense e le sue agenzie di intelligence, che disponendo di risorse immense – attraverso lusinghe, promesse, corruzione, minacce e se non basta violenze e conflitti palesi e occulti, senza differenza sostanziale tra amici e nemici – stanno distruggendo il tessuto che tiene in piedi l’impalcatura giuridica, morale, geopolitica ed economica internazionale. Con Impero Usa non s’intende beninteso i 340 milioni di abitanti degli Stati Uniti, anch’essi in prevalenza politicamente analfabeti e sfruttati come molti altri. Ma intendiamo quello 0,1% che controlla i gangli finanziari, militari e mediatici del sistema. Questi sono il nemico numero uno di noi tutti abitanti del pianeta Terra.
Non si addentreremo sui sentieri argomentativi di tale asserzione apodittica, nella presunzione che essi siano ben noti a che legge, rilevando qui solo la necessità di ripeterlo, affinché le cose note siano davvero conosciute. E se rapporti di forza lasciano oggi poche speranze, come in tanti aspetti dell’esistenza umana è la consapevolezza a far la differenza.
Nelle lancinanti contingenze attuali, l’Occidente a guida Usa (non ne esiste un altro) ha bisogno come il pane di nemici, per catalizzare al suo servizio l’ontologia di un orizzonte assiologico fabbricato per popoli deculturati: in Europa la sua icona si materializza nei cosacchi russi intenzionati ad abbeverare i cavalli sotto l’Arco di Trionfo; in Asia Occidentale essa prende corpo nel miraggio della Bomba iraniana che gli Ayatollah, una volta acquisita, scaglierebbero contro Israele, dimenticando che verrebbero a loro volta polverizzati in sequenza immediata (la storia è piena di re e dittatori che considerano i nemici dementi, oltre che radicali); e in Estremo Oriente nel socialismo con caratteristiche cinesi, quell’inedito modello alternativo al capitalismo plutocratico anglo-atlantico ormai frantumatore di ricchezza anche al proprio interno, oltre che di pace e umana convivenza tra i popoli del mondo.
Ormai, anche i piccioni del duomo di Firenze sanno che codesti signori sono usciti di testa, pronti a distruggere ogni barlume di quella civiltà giuridica, etica e umana che la comunità delle nazioni aveva inteso edificare all’indomani della macelleria del secondo conflitto mondiale.
Mentre in Italia i cosiddetti rappresentanti del popolo (Destra e Sinistra si contendono i seggi in ogni livello e grado sulla scorta della loro abilità a intrattenere il pubblico assonnato sul divano dopo cena) sottraggono le poche risorse al bene pubblico per consegnarle ai produttori di armi e ai generatori di morte, mentre i cittadini vengono derubati del frutto del loro lavoro. Nel 2025 il 22,6 % degli italiani (13.265.000 persone) era esposto a povertà, grave deprivazione materiale/sociale o a lavori precari e sottopagati.
Nell’arena internazionale, la verbosità di un instabile ottuagenario, incoronatosi sovrano dell’universo, fa rabbrividire otto miliardi di individui. Il Re Solo, insensibile alle atrocità che commette o consente contro palestinesi, venezuelani, iraniani, libanesi e chiunque non si pieghi ai suoi ignobili capricci, non si fa scrupolo di esporre il pianeta persino all’olocausto nucleare per difendere i privilegi della sua cerchia malata, quel citato 0,1% che ingloba il peggio del sistema solare.
Tale individuo, sintesi metastatica di un sistema che prima di giungere a fine corsa ce ne farà vedere di tutti i colori, oltre a curare le sue palesi patologie senili, potrebbe moderare l’ira funesta dei suoi occhi infuocati immergendosi nei tramonti di qualche iconica isola dei Caraibi (magari non proprio quella!), dove trascorrere il resto dei suoi giorni, risparmiando al pianeta ulteriori patimenti e devastazioni. Certo, è verosimile che con il suo successore potrebbe persino andar peggio (occorre sempre, come sappiamo de–personalizzare), eppure se disponessimo della miracolosa lampada di Aladino tenteremmo comunque la sorte.
2. Insieme alla follia di chi siede sul trono, la sopravvivenza del genere umano è oggi minacciata da altri pericoli esiziali, la concentrazione di ricchezza in poche mani e l’olocausto nucleare, tra loro intrinsecamente intrecciati: i conflitti imperialistici, in Ucraina e nel Golfo, sono tutt’altro che sedati e la loro possibile escalation nucleare è affidata a decisori che si infischiano della volontà dei popoli. Al recente Nato in Turchia (7-8 luglio scorsi), la Presidente del Consiglio italiana, prona davanti ai vergognosi schernimenti dall’alleato padrone, porta i compiti fatti in casa (2,8% del Pil per le armi, +18 mld entro il 2028, rispetto ai 45,3 mld del 2026), un incremento gigantesco e insieme una vergogna di cui va fiera, mentre i nostri ospedali boccheggiano. Ma le sanguisughe imperiali d’oltreoceano esigono il 5% e il più in fretta possibile, secondo i deliri di un anziano satrapo incaricato di rimpinguare le tasche già piene di chi l’ha fatto eleggere.
La rivoluzione, diceva Gramsci, comincia sotto casa e la storia è maestra di sorprese, non solo di vita. Nostro compito è di essere pronti, non si sa mai. La democrazia (demos – kratos: potere del popolo) è un simulacro. Le elezioni sono solo un metodo di selezione di esecutori fungibili, maschere di carattere, indifferenti ai bisogni del popolo, che in cambio di denari e carriere hanno venduto l’anima al demonio. Il deterioramento intellettuale delle classi dirigenti, ancor più di quelle politiche, è una realtà che non chiede evidenze. Nel cosiddetto Occidente, chiunque può fare il Ministro/Presidente, non è richiesta alcuna etica, competenza, comprensione del mondo, solo obbedienza ai detentori del potere reale (il grande capitale), che selezionano i più scaltri e i più servili, per inserirli giù per li rami nei ranghi di servizio: quello politico (che cura l’ordine sociale al servizio del privilegio), quello mediatico (gestore della Macchina della Menzogna) e quello accademico (incaricato d’illustrare ai semicolti il funzionamento del mondo). Le eccezioni esistono beninteso, e sono preziose, ma ahimè non fanno la differenza, mentre la maggioranza si lascia stordire davanti a TV e smartphone.
Una tribù di funzionari con simili caratteristiche opera sia nel Paese che nella cosiddetta Unione Europea. Sfugge a molti quanto la distruzione di questa gabbia sia precondizione per qualsiasi palingenesi e recuperato benessere per il mondo del lavoro, avendo essa usurpato prerogative essenziali della statualità dei paesi membri. L’Unione è un’entità autogestita da burocrati ineletti, superpagati, non-democratica, cresciuta con sotterfugi all’insaputa dei cittadini, con il fine di sottrarre lavoro e benessere ai popoli europei, (in particolare ai più sprovveduti, come quello italiano) a favore del Grande Capitale globale.
Quando sono stati consultati – solo francesi e olandesi, nel 2005 – i popoli hanno votato contro, portando i satrapi di Bruxelles, con il gioco delle tre carte, a trasformare la cosiddetta Costituzione Europea nel famigerato Trattato di Lisbona (che non richiedeva referendum), ancor più scellerato di quello di Maastricht, col quale si pensava di aver raggiunto l’ultimo cerchio dell’inferno euroinomane.
In ogni classifica UE: industria, commercio, infrastrutture, istruzione, energia etc., l’Italia occupa la parte bassa, spesso l’ultima posizione. Nel 2025 (a 32 anni dall’entrata in vigore di Maastricht) nel nostro Paese i salari avevano un potere d’acquisto inferiore del 12% rispetto al 1991. Lontani i tempi quando, regnando la gloriosa Lira, l’Italia era la quarta potenza economica mondiale (prima pagina del Corriere della Sera, 16 maggio 1991). Nel 1991, Italia e Germania avevano salari simili. Nel ‘25 Germania +28%, Paesi Bassi +35%, Francia +22%, Spagna e Portogallo +18% e via dicendo, persino la Grecia + 2%. Non è un caso che il gap inizi a cavallo del secolo, con l’introduzione dell’euro, moneta nazionale gestita da entità extranazionali per interessi altrui (Bundesbank, Banque Nationale de France e più su Wall Street e City di Londra, gli altri come si dice fanno volume).
In compenso, sul piano istituzionale va peggio, la Commissione di non-eletti prepara le leggi (in complicità con le corporazioni transnazionali che hanno gli uffici di fronte) e dopo un passaggio formale da un finto parlamento che non dispone di iniziativa legislativa, il Consiglio (cioè i governi) le approva, nei fatti solo e sempre se Francia e Germania sono d’accordo. La Banca Centrale, infine, si occupa per statuto solo di contenere l’inflazione, ma non di far crescere l’economia e lottare contro la disoccupazione (non sia mai!), come ogni altra banca centrale, inclusa la Federal Reserve; insomma, una montagna d’insulti.
Sul fronte politico, infine, si tocca il fondo: un’aggregazione di cervelli che pare aliena alla natura umana. La presidente della Commissione proviene dal paese che ha scatenato due guerre devastanti (17 milioni di morti la prima, 60 la seconda), e che investe 1000 mld di euro sul riarmo (nascostamente, anche nucleare): non c’è due senza tre! L’estone Kaya Kallas (pomposamente denominata Alta Rappresentante per affari esteri e sicurezza) sembra uscita da un libro di storia della demenza attraverso i secoli. La sua capacità di analisi è equiparabile a quella delle aringhe del mar Baltico con le quali deve aver condiviso i primi vagiti. La questione sarebbe di minima rilevanza, se costei non parlasse anche a nostro nome, contribuendo a depredarci e trascinarci in guerra al servizio dei citati interessi, oltre che dei suoi. Ma a Bruxelles, i paesi baltici vantano anche il lettone Dombrovskis, Commissario per l’Economia e Produttività e il lituano Kubilius, Commissario per Difesa e Spazio. Morale: un cittadino europeo normodotato si chiede: com’è possibile che a tali modesti individui di tre paesi insignificanti (insieme hanno gli abitanti del Lazio) siano affidati incarichi di tale rilevanza? La ragione in realtà è banale: si tratta di marionette selezionate esclusivamente sulla scorta della propensione a servire le corporazioni globaliste e il direttorio franco/tedesco, che in Europa decide sulle questioni che contano.
Ora, se alla luce di ciò qualcuno dovesse ritenere che l’Unione Europea sia un fallimento o che sia destinata, prima o poi, a spiccare il volo verso i chimerici Stati Uniti d’Europa, farebbe bene a farsi una doccia. L’Ue è un grande successo così com’è, certo non per i popoli desovranizzati e depauperati, ma per coloro che l’hanno concepita e modellata nell’attuale configurazione, quale icona indemolibile della religione euroinomane.
La chimera di una futuribile Federazione Europea, secondo un altro lessico distrattivo – che sarebbe per noi la disgrazia massima – non vedrà mai la luce: nessuna personalità europea che conta del resto ha mai avanzato tale ingenua proposta, cui credono solo i piùeuropei presenti in massa in ogni partito della Penisola, oltre alle anguille del Delta del Po. La ragione è semplice: assenza del sottostante, vale a dire un popolo europeo, che porterebbe con sé il principio di solidarietà. L’ipotesi che le regioni ricche (Germania e satelliti, scandinavi, etc.) trasferiscano parte della loro ricchezza a quelle in ritardo (come in Italia, tra Nord e Sud) provocherebbe una catena di rivolte: i popoli non si costruiscono a tavolino, essendo frutto della storia, comuni battaglie, vinte o perse, sensibilità, lingua, religione e via dicendo.
3. Per immaginare un’alternativa occorre entrare nel regno dei sogni. Poiché politica estera e domestica sono intrecciate, la prima condizione è quella di tornare padroni a casa propria. Senza sovranità, prima o poi si perde anche benessere e sicurezza. Già nel ‘500 Niccolò Machiavelli affermava che la sovranità richiede due condizioni, non avere soldati di un altro paese sul territorio ed essere padroni della propria moneta.
L’Italia è avviluppata in un duplice livello di asservimento: a) quello economico-finanziario nei riguardi delle oligarchie del Nord Europa, a loro volta asservite al capitale anglo-atlantico: b) quello politico-militare nei riguardi degli Stati Uniti, che si servono della nostra Penisola come di una portaerei US Navy, violando accordi palesi, segreti, scritti o non scritti, come fanno del resto ovunque, a loro comodo.
Tecnicamente, il nostro Paese non è una colonia, ma un protettorato. Le colonie sono guidate da un governatore nominato, solitamente inviso alla popolazione locale. I protettorati sono invece guidati da finte dirigenze nazionali, più digeribili, ma astutamente selezionate per fare gli interessi della potenza colonizzatrice, non quelli della propria gente.
Per assicurare un avvenire a figli e nipoti una dirigenza degna del nome dovrebbe cogliere l’occasione dell’effervescenza in atto sulla scena internazionale per voltare pagina. Dopo aver dismesso la livrea da maggiordomi con la quale per decenni abbiamo servito il bellicismo imperiale e il capitale globalista, partecipando a guerre altrui (Iraq, Afghanistan, Libia, Serbia, ora Iran e chissà cos’altro), il governo dovrebbe annunciare che l’Italia intende uscire da Ue e Nato, e vuole Nato e Usa fuori dall’Italia. Un sogno certo, e poi si tratta di rischiare la vita, l’esistenza resta comunque breve.
Con gli Stati Uniti – non abbiamo dimenticato il monito di H. Kissinger (pericoloso essere nemici degli Usa, fatale esserci amici) – andrà negoziata la chiusura delle loro basi, a partire da quelle nucleari, che lungi dal difenderci da presunti nemici ci rendono ancor più un bersaglio in caso di conflitto.
Il nostro Paese deve puntare alla neutralità, dialogare con l’Europa su basi paritarie e quindi volgere lo sguardo al Sud, i Brics in particolare, che insieme ad altre aggregazioni, sono già il motore pacifico e produttivo del pianeta, oltre che di riscatto per i paesi poveri e indifesi. Nessuno minaccia l’Italia, circondata com’è da paesi amici, mentre quelli lontani, Russia, Cina, Medioriente, non hanno certo interesse o intenzione di aggredirci. Tornata libera dalle catene euro-atlantiche, al centro del Mediterraneo, l’Italia diverrebbe una calamita di aggregazione tra tre continenti, Asia, Europa e Africa, tra culture, civiltà, commerci, interazioni di ogni genere, contribuendo finanche alla stabilità dei territori turbolenti che si affacciano su quello che un tempo chiamavamo Mare Nostrum.
4. La guerra. Che la Russia non intenda arrivare né Lisbona né a Berlino è noto anche ai coccodrilli dell’Amazzonia. Ma che una potenza militare che dispone di 6000 testate nucleari prima di essere sconfitta farebbe saltare i connotati ai suoi nemici, continua a sfuggire alle residue cellule grigie dei nostri pretesi governanti.Schiere di analisti imperiali riconoscono che la pianificazione della guerra in Ucraina, con l’obiettivo dissanguare e saccheggiare la Russia, è opera della velleitaria onnipotenza statunitense. L’impero, con i camerieri europei incaricati di dissanguarsi per comprare armi made in Usa, sta finendo i soldi e punta a reindustrializzarsi con l’industria delle armi, distruggendo cinicamente altre vite umane e infrastrutture nella disastrata Ucraina. La Russia, poi, grande e ricca com’è, rimarrà in ogni caso una preda potenziale, oltre che un ostacolo oggettivo, insieme alla Cina, al dominio imperiale. E tutto ciò non è certo interesse degli europei e di noi italiani.
L’aggressione alla Russia, infine, somiglia a quella contro l’Iran, altro paese irriducibile, dove i rischi dell’olocausto nucleare sono altrettanto elevati: qui, capitali e ricatti dello stato sionista sulla politica imperiale puntano a imbrigliare gli Usa in un conflitto permanente, con il fine di frantumare e devastare la Repubblica Islamica, uno dei pochi paesi ancora stabili, sovrani e – crimine dei crimini! – sostenitore della causa palestinese.
5. Secondo l’ideologia dominante, la struttura della società è un dato di natura, che impone un’ontologia dell’immodificabilità, quell’inconscio convincimento che possa essere corretta – nulla è perfetto a questo mondo! – ma non certo modificata alla radice o capovolta. Si tratta di una variante di ideologismo di genesi nichilista che va combattuta con forza, perché impedisce persino di immaginare una possibile palingenesi.
Occorre invece che torni a risplendere la fiaccola della battaglia verso un mondo migliore, quel socialismo dal volto umano e comunitario, balenato sull’orizzonte della storia con la speculazione anticapitalistica del grande filosofo di Treviri. Riflettendo sulla relazione dinamica tra teoria e prassi, facendo rimbalzare a Occidente quel che funzione in Oriente o altrove, con uno sguardo perennemente innovativo all’evoluzione degli eventi, contenendo distorsioni e strumentalità, la luce di quella fiaccola potrà consentire di riprendere il cammino.
Nei limiti ontologici di approssimazione, rifuggendo da ogni rigidità e sulla scorta di una reciproca tolleranza, emergerebbero allora i contorni di una via italiana al socialismo, ovvero – parafrasando la terminologia sino-popolare – di un socialismo con caratteristiche italiane, basato su peculiarità storiche, sociali ed economiche.
Alcuni pilastri sono già acquisibili: nel mondo che sogniamo a ciascuno saranno garantiti i diritti economici essenziali (in primis, equa distribuzione della ricchezza e lavoro stabile per tutti) e l’accesso a una democrazia partecipata, con un ruolo centrale dello Stato in economia, cultura, educazione, tecnologia, e poi libertà di pensiero, associazione e altro. Le grandi imprese private saranno consentite solo se giudicate necessarie, ma non nei settori strategici e sempre sorvegliate dall’alto, affinché – loro eterna tentazione! – non travalichino nella sfera politica. L’esportazione di capitali sarà autorizzata dallo Stato solo per ragioni di pubblico interesse, altrimenti sarà vietata (com’era era in Italia fino agli anni ’90).
Tornati padroni a casa nostra, con lo Stato protagonista, insieme alla neutralità politica e militare, sarà quindi possibile ricostruire i beni collettivi oggi devastati, sanità, scuola, università e altre infrastrutture sociali e materiali, rovesciando quel crepuscolo economico, politico, demografico e di benessere, altrimenti ineludibile. Al termine della corsa, tra qualche anno o secolo, avrà preso corpo il secondo rinascimento italiano, che sarà preso a misura – insieme ad altre esperienze nazionali, v’è posto per tutti! – come una delle stelle polari del progresso etico e sociale dell’umanità.
Su tale proiezione, invito il lettore a trattenere il sorriso, o lo scherno. Se tuttavia oggi la scena del mondo non induce all’ottimismo e le chances di un cambiamento radicale sfiorano drammaticamente lo zero, il sogno di una società diversa resta insopprimibile nelle vene pulsanti di chi difende l’essenza costitutiva dell’essere umano.
Se il potere rende il mondo ogni giorno più distopico, allora noi diverremo ancor più umani, quale atto di ontologica ribellione, è la nostra unica speranza. E in qualità di esseri umani non permetteremo che la stagnazione intellettuale cancelli la coscienza dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’alienazione – eterne insidie di ogni organizzazione collettiva. Nel nostro mondo a venire, tali offese saranno solo un mesto ricordo, cosicché la vita, con le sue letizie e le sue ferite, possa essere vissuta con reciproca, umana pietà, essendo essa null’altro che un bagliore fugace davanti all’eternità del tempo e all’infinito dell’universo.






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