Zelensky ovvero: il re della purga . La ancor breve (dall’elezione nell’aprile del 2019) ma intensissima esperienza presidenziale di Voldymyr Zelensky è costellata di “purghe” con cui ha scaricato i collaboratori diventati scomodi oppure ingombranti in termini di popolarità e concorrenza politica. Una serie di repulisti resi possibili dalla legislazione d’emergenza varata dopo il 2014 per la guerra nel Donbass e poi per la legge marziale entrata in vigore dal 25 febbraio 2022, il giorno dopo l’inizio dell’invasione russa.
La prima grande purga fu varata nel 2020, quando si annunciavano (nei sondaggi di allora, il 60% degli ucraini pensava che il Paese stesse andando nella direzione sbagliata e il 51% diceva di non avere più fiducia in Zelensky) i disastrosi risultati che poi sarebbero arrivati dalle elezioni amministrative: Servo del Popolo, il partito presidenziale, fu sconfitto in tutte le grandi città dell’Ucraina, da Est a Ovest. Allora furono silurati il giovanissimo primo ministro Oleksij Hocharuk e quattro ministri. Poi toccò al popolarissimo Dmytro Razumkov, uno degli artefici della vittoria di Zelensky alle presidenziali, in quel momento presidente del Parlamento: cacciato da Servo del Popolo e dalla carica istituzionale e indicato agli elettori come un “nemico politico”.
La seconda grande purga è arrivata nel luglio di quest’anno, con i russi all’offensiva e una situazione sul campo che in quel momento sembra assai difficile. Zelensky si è affermato come leader della resistenza ucraina e grande comunicatore, tutti i sondaggi lo accreditano di un gradimento sopra il 90%. Il sistema però non cambia: vengono cacciati due fedelissimi, Ivan Bakanov (suo vecchio socio in affari e poi capo dei servizi segreti, l’SBU) e Iryna Venediktova (già consulente legale della campagna per le presidenziali del 2019), procuratrice generale dell’Ucraina. Con loro, e come loro accompagnati dall’infamante accusa di tradimento, anche ministri, vice-ministri e soprattutto alti gradi delle forze armate e dei servizi segreti. È lo stesso Zelensky a comunicare che sono aperte 651 istruttorie per tradimento: un numero strabiliante per un Paese di così fiera resistenza e di così grande orgoglio nazionale.
Ma non è finita qui. Nelle ultime settimane, sempre sotto la ghigliottina dell’accusa di tradimento, sono finiti altri personaggi illustri. Viene arrestato Vyaceslav Boguslayev, capo del consiglio di amministrazione di Motor Sich, primo produttore ucraino di motori a turbina per aerei: è accusato di tradimento e di aver addirittura fornito ai russi motori per aereo e pezzi di ricambio per elicotteri. Poi finisce sulla lista dei ricercati l’ex governatore della Banca Centrale, Kyrylo Shevcenko, accusato ovviamente di tradimento per (questa l’accusa) aver imboscato mezzo milione di dollari. Shevcenko, costretto a dimettersi pochi giorni prima, nel frattempo era riuscito a scappare all’estero.
E infine il caso di purga più recente, proprio di questi giorni, quello di Alena Lebedeva, figlia di Pavel Lebedev, ministro della Difesa dell’Ucraina dal 2012 al 2014. La bella signora Alena (vedi foto) è accusata di tradimento e di “azioni di finanziamento connesse con l’obiettivo di impadronirsi o rovesciare il potere dello Stato”, pena prevista 10 anni di carcere e il sequestro dei beni. L’ipotesi degli inquirenti è che la Lebedeva, che aveva ereditato dal padre l’Aurum Group, un gruppo industriale e finanziario impegnato nel settore della Difesa, stesse collaborando con i russi.  Vedremo. Certo, con tanti traditori in Ucraina c’è da stupirsi che i russi non siano ancora arrivati a Berlino.