Nel deserto lasciato dalla guerra, l’università deve parlare
da ROARS (Filippo Belloc)

Free public domain CC0 photo.
Fatta — o forse solo dichiarata — la pace, resta il deserto che la guerra ha lasciato. Ora tocca a noi. Alle università spetta la responsabilità più difficile: la ricostruzione culturale, la progettazione del mondo di domani.
Di fronte alla distruzione e al silenzio, molti si chiedono che cosa debbano fare oggi le università. Sembra finito il tempo dell’urgenza, della ricerca di un cessate il fuoco, della pressione internazionale, del dibattito sul boicottaggio. Sembra sia finito lo spazio per incidere. Ed è invece proprio oggi, quando la guerra sembra essersi fermata, che l’università deve interpretare la sua funzione più nobile: la tensione verso un mondo migliore.
Si dice spesso, giustamente, che questa funzione si dispieghi attraverso la ricerca libera, guidata dalla curiosità e dall’intuizione. Ma ricerca libera non significa ricerca neutra. Ogni ricerca si muove dentro una direzione, una visione, una scelta di mondo. E continuare come se nulla fosse — con la scienza che si piega alle logiche del mercato, tutt’altro rispetto alla scienza libera — significa dunque abdicare al nostro ruolo più profondo. Ruolo che ci impone di confrontare visioni diverse e alla fine di scegliere consapevolmente.
Le università dovrebbero essere laboratori di conflitto costruttivo, luoghi in cui idee diverse si confrontano, non spazi pacificati dalla voce unica del consenso. E i loro organi di governo dovrebbero rappresentare il pluralismo delle visioni del mondo, non l’efficienza amministrativa di una burocrazia subalterna.
L’ossessione per gli indicatori di performance, per l’efficientamento dei processi, per i ranking internazionali serve su un piatto d’argento la deriva che silenzia la ricerca critica, quella che non produce profitto. Così si apre la strada all’università-azienda, che vende servizi e sforna studenti come pezzi di un ingranaggio: un sistema in cui il dissenso è un attrito, non la scintilla del pensiero critico che nutre il progresso.
Possiamo davvero continuare così? Non abbiamo davvero nulla da dire?
Possiamo accettare un ordine mondiale in cui il diritto internazionale è violato sistematicamente — oggi a Gaza, domani altrove — e dire che “non è compito nostro”? Se il diritto internazionale vale solo “fino a un certo punto”, allora stiamo rinunciando alla nostra funzione di coscienza critica.
Proprio ora, nel tempo sospeso della pace, dobbiamo scegliere una direzione: vogliamo un’università che si limiti a osservare e che al più tenda una mano, o una che prenda posizione, che indichi la strada? Non si tratta di negare l’autonomia scientifica dei singoli, ma di riconoscere una responsabilità collettiva dell’istituzione: mai più collaborare con chi viola il diritto internazionale.
Dietro la retorica della “neutralità” si nasconde spesso il conformismo. Dietro la libertà di ricerca si nasconde la fuga dalla responsabilità. Ma una scienza che non si interroga sui propri fini è solo tecnica: efficiente, ma cieca.
Si dice spesso che la politica deve restare fuori dall’università. È vero il contrario: le università devono tornare a essere laboratori politici, spazi dove si pensa il futuro, dove si mettono in discussione le strutture del presente, dove si sperimenta il possibile.
Non possiamo accontentarci di essere manutentori del mondo com’è. Dobbiamo tornare a essere innovatori, non nel senso di chi produce l’ennesima app, ma di chi governa l’innovazione, la orienta, la pensa. Perché se nulla è possibile oltre il business as usual, allora anche l’università smette di essere il luogo dove l’impossibile si pensa.
Articolo pubblicato su Il Manifestodel 14 ottobre 2025.
FONTE: https://www.roars.it/nel-deserto-lasciato-dalla-guerra-luniversita-deve-parlare/





Commenti recenti