È possibile un’Europa per la pace?
DA GAZZETTA FILOSOFICA (Di Giuseppe Gallelli)

Di fronte alle guerre del passato e soprattutto a quella presente, oggi in Europa e in Palestina e di fronte al piano di Rearm Europe, voluta dai governi europei, in un mondo in cui è in grave crisi la democrazia e la situazione sociale e molti stati sono dilaniati dalla guerra, l’autore è convinto che abbiamo il dovere di cambiare il nostro punto di vista sulla guerra.
Non è «affatto vero, scrive, che la guerra appartenga alla natura degli esseri umani» e di conseguenza, è necessario «contrastare la narrazione che relega la pace nell’utopia o nell’ideale» e diventare capaci di considerarla come il punto di partenza e di realizzazione della nostra civile convivenza.
Esamina la lunga tradizione del giusnaturalismo moderno, a partire dai primi autori, da Johannes Althusius e Ugo Grozio, fino a Immanuel Kant e, in tempi recenti, a Sigmund Freud, Albert Einstein, a Hans Kelsen, ai padri dell’Unione Europea, fin dal Manifesto di Ventotene. Ci porta a percorrere le «vie del diritto», dai saggi di Kelsen, di Bobbio, di Cassese, Zagrebelsky e molti altri autori, citati nell’ ampia bibliografia, a piè di pagina nel corso del saggio.
La pace, a suo parere, è principio, è «appetitur societatis» come scrive Grozio, riferendosi agli stati e metterla all’origine della società, e ciò «vuol dire, prima di ogni cosa, avere la possibilità di darle un fondamento solido […] un’operazione da condurre innanzitutto sul piano antropologico e sociologico[…] ma anche sul piano storico».
Sottolinea il valore della razionalità, della volontà umana e l’importanza della «forza attiva dell’uomo, il ruolo che la decisione libera, la riflessione e l’intenzione giocano nella Storia».
Ha fiducia nella possibilità umana di cambiare il corso degli eventi instaurando relazioni pacifiche e ritrovando il senso positivo e costruttivo dell’agire in comune:
« Pensare la pace come situazione originaria, scrive, significa dunque includere nella nostra idea di società la possibilità che uomini e donne collaborino naturalmente, allo stesso modo di come talora confliggono; che essi siano capaci di instaurare relazioni pacifiche e fondate sulla fiducia reciproca[…] Significa in fin dei conti proporre un’idea della politica e della società che ritrovi il senso dell’agire in comune e si lasci alle spalle la logica schmittiana amico/nemico. »
Si sofferma sulle capacità relazionale dell’essere umano, sulla capacità di stabilire rapporti pacifici e costruttivi, richiamando la tradizione filosofico- politica che ha insistito sulla socievolezza.
« Quella tradizione, che possiamo chiamare aristotelica e che arriva fin dentro la modernità, scrive, con autori come Jean Bodin, Johannes Altusius e Ugo Grozio, ci parla ancora della possibilità di pensare un modello diverso di relazioni; anzi di pensare le relazioni. »
E sottolinea l’importanza del diritto e dell’etica del dovere e della responsabilità che orientano normativamente le azioni umane. Ritiene che a questa tradizione si rivolgono, rinnovandola e mettendola a frutto, alcuni dei maggiori filosofi contemporanei. Tra loro cita Martha Nussbaum, Sergio Cotta, Emmanuel Levinas, Simone Weil e, tra i giuristi contemporanei, Gustavo Zagrebelsky che invita ad agire orientati dai principi del diritto e dell’etica, distinguendo tra «ragionare e agire per ‘principi’ e ragionare [e agire] per ‘valori’ [che ] sono cose radicalmente diverse [anzi] per gli aspetti più importanti sono cose antitetiche».
Il valore è, come scrive Zagrebelsky, nel saggio La legge e la giustizia «un bene finale, fine a se stesso, che sta innanzi a noi come una meta che chiede di essere perseguita attraverso attività teleologicamente orientate » ma non contiene «un preventivo criterio di legittimità dell’azione o del giudizio [è ] refrattario a criteri regolativi e delimitativi a priori […] Per questo- conclude – l’etica dei valori è l’etica della potenza[…] i valori non sono diritto[ in quanto il diritto] è uno strumento per orientare normativamente le azioni umane».
« Nell’azione ‘per principi’, insomma, non ogni mezzo è lecito; ma sono leciti solo quei mezzi che siano coerenti con il principio stesso […] sono l’essenza di un’etica del dovere che si contrappone frontalmente a quella della potenza. »
« La pace è un principio, continua Tommaso Greco, in quanto come tale è stata scolpita nell’art. 11 della Costituzione italiana» e lo riporta integralmente. I costituenti hanno fatto «della pace la ‘pietra angolare’ delle relazioni tra stati. »
La lettura dell’articolo 11 si rafforza ricordando l’art.1 dello Statuto delle Nazioni Unite che nel ‘Preambolo’ affermano di essere nate per «salvare le future generazioni dal flagello della guerra» e per questo motivo hanno il fine di «mantenere la pace e la sicurezza internazionale».
L’autore ricorda anche la Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace, approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite, il 12 novembre 1984, che dichiara che i popoli del nostro pianeta hanno «un sacro diritto alla pace e la salvaguardia di questo diritto e la promozione della sua realizzazione costituiscono obbligo fondamentale di ciascuno stato».
Riprende la tesi del filosofo Sergio Cotta, secondo cui la pace non deve essere prodotta ma se mai ritrovata e riprodotta, dato che è presente nei legami positivi fra gli esseri umani: «la pace scrive, implica la cura e il mantenimento del legame positivo con l’altro, gli altri. Questo vale nelle relazioni interpersonali […] ma anche nella comunità internazionale e nei rapporti con gli stati».

Ma Tommaso Greco è consapevole che gli interessi delle persone e degli stati divergono e talora sono in contrasto, ma è convinto che sia necessario non agire con la legge della forza ma «cercando un terreno comune [che] non può non essere quello del diritto e delle istituzioni».
Valorizza, quindi, l’antropologia positiva che crede nel legame originario tra i soggetti per cui «essere prossimo all’altro implica la scelta sistematica dell’incontro piuttosto che lo scontro; produce accoglienza e non respingimenti; comporta il valorizzare le ragioni del dialogo piuttosto che quelle del disprezzo».
È convinto, con il giurista Hans Kelsen, che la pace deve essere «stabilita mediante la costruzione di un ordinamento giuridico sovranazionale», anche se trova un limite nella sua teoria del diritto, nell’averlo concentrato «esclusivamente e totalmente nel meccanismo sanzionatorio», dato che a suo parere: «Pensare il diritto internazionale come qualcosa che vige e funziona solo se si va incontro a una misura coercitiva non aiuta lo stesso diritto a funzionare efficacemente».
Ed ecco la sua proposta: dare un nuovo fondamento «fiduciario-orizzontale» alla responsabilità degli Stati, piuttosto che un fondamento basato sull’uso «verticale» della forza, anche se considerata legittima.
«Occorre forse ripensare, scrive, alcuni momenti del diritto internazionale a partire da un modello fiduciario-orizzontale, più che sfiduciario verticale, insistendo sull’idea della pace come principio, maggiormente adatto a fondare la responsabilità degli stati».
A suo parere il pacifismo giuridico ha insistito: «solo su un aspetto particolare […] concentrandosi sull’uso della forza e quindi, di nuovo, sulla necessità di rispondere alla violenza illegittima con la violenza legittima e istituzionalizzata».
Propone, quindi, un’ampia riflessione sul diritto penale internazionale, attualmente basato sul diritto della forza e della sanzione, per ritrovare una fondazione etica fondata sul «profilo dei valori custoditi dal diritto e sul senso di umanità».
«Serve un ribaltamento che realizzi […]… una ‘rivoluzione dello sguardo’, scrive, e che ci porti a mettere in discussione alcune delle più irriducibili convinzioni sulle quali basiamo le nostre opinioni e le nostre azioni politiche. […] Dovremmo capire, ad esempio, che per custodire relazioni pacifiche tra gli stati non dovremmo dare per scontate alcune presunte verità, da sempre considerate indiscutibili, come quella in base alla quale qualunque governo, qualunque titolare della sovranità, debba difendere l’interesse del proprio paese senza riguardo per gli interessi generali dell’umanità e talora addirittura senza nessun riguardo per il senso stesso di umanità[…] Perché accettiamo come se fosse la cosa più naturale che gli interessi di uno stato debbano essere posti sempre in contrapposizione agli interessi degli altri stati, degli altri popoli? »
A questo proposito rammenta il pensiero di Giuseppe Mazzini che «non si stancava di ripetere che l’interesse di un popolo non può andare contro gli interessi degli altri popoli e che lo spirito di associazione che costituisce la natura di ciascun popolo non può non estendersi oltre i confini, guardando a quella umanità che tutti ci accomuna».
Il nostro autore sostiene, convintamente, che «è proprio la sovranità, intesa come principio assoluto, ad aver causato le grandi tragedie della storia» e ci invita a «fare esattamente come fece quel gruppo di intellettuali che, già prima della fine della Prima guerra mondiale e poi soprattutto dopo la Seconda, hanno messo in discussione il principio di sovranità degli stati, auspicando la costituzione di istituzioni sovranazionali».
Per realizzare la pace come principio giuridico, che non solo è negazione del concetto di sovranità assoluta, ma soprattutto senso del limite e apertura verso l’altro e il mondo, ci porta a esaminare il progetto di Immanuel Kant, nell’opera Per la pace perpetua, «cercando di coglierne i suggerimenti pratici e i criteri di giudizio che possono derivarne per noi oggi».
Si sofferma, in particolare, sui tre articoli della Seconda sezione dell’opera kantiana, che ritiene: «nucleo seminale del ‘pacifismo giuridico’ dato che Kant, a suo parere, vede la pace come «principio essenziale a partire dal quale compiere le scelte politiche e istituzionali più rilevanti (si vis pacem, para pacem)».
Nel primo, dei tre articoli, in quello che si riferisce al diritto interno, Kant sottolinea l’importanza, ai fini del raggiungimento della pace, dell’organizzazione costituzionale interna agli Stati di tipo repubblicano. Governo repubblicano è infatti, per Kant, quello che garantisce «il principio statale, della separazione del potere esecutivo (del governo) dal legislativo» e «che realizza un sistema rappresentativo fondato sulla libertà, sulla uguaglianza e sulla indipendenza dei cittadini».
« Libertà e uguaglianza che Kant pensa in maniera tale, scrive Greco, da farne il perno di un sistema che abbia alla base il comune consenso», dato che «solo un ordinamento nel quale sia il popolo a decidere se fare o non fare la guerra può farci sperare che le guerre non si faranno. »
Nel secondo articolo, riferito al rapporto tra gli Stati, Kant presenta un modello giuridico che è «la negazione del modello della forza[…] ciò che Kant ci trasmette, scrive il nostro autore, è dunque il concetto di limite, quel concetto su cui si fonda anche l’art.11 della nostra Costituzione e che serve proprio a criticare ogni idea di sovranità assoluta[…] Si tratta di un tema che riguarda ogni potere e ogni diritto, i quali possono essere esercitati solo se contenuti dentro le regole che li creano e li legittimano […] Infatti, avere un limite, riconoscerlo e rispettarlo, è una forma della ‘mitezza’. Chi ha un limite non è arrogante; non è prepotente; non pensa ad affermare la propria potenza. Un limite ha la funzione di creare spazio per l’altro, per gli altri: per gli altri cittadini, per gli altri poteri, per gli altri stati. Ed è esattamente dentro lo spazio creato dal limite di ciascuno che cresce e prospera la fiducia».
Il terzo articolo kantiano riguarda il livello cosmopolitico. «Gli esseri umani, non sono solo cittadini di uno stato[…] Essi sono anche cittadini del mondo, appartengono cioè a una comunità che trascende gli stati, e appartengono a questa comunità non in quanto cittadini di uno stato, appunto, ma in quanto individui facenti parte di una vera e propria società civile mondiale. In quanto tali devono ricevere attenzione dai singoli stati».
L’autore riporta le parole autentiche di Kant: «Il diritto cosmopolitico deve essere limitato alle condizioni dell’ospitalità universale».
«Per il grande filosofo tedesco, scrive l’autore, esiste quindi un diritto – non morale, ma giuridico – che ogni cittadino del mondo ha nei confronti di tutti gli stati, e quindi di tutti gli altri appartenenti all’umanità, e che si concretizza (si dovrebbe concretizzare) in un diritto di visita che nessuno stato può impedire di esercitare».

Tommaso Greco, con questo saggio, intende «radicare il pacifismo giuridico in una concezione del diritto che non si riduca alla semplicità e meccanicità dello schema illecito-sanzione», in modo da «accedere alla possibilità che la pace acquisti quel ruolo prioritario che gli viene negato quando continua ad essere definita come ‘assenza di guerra’[…] perché è la pace che rende possibile ogni convivenza umana, dandole la possibilità di svilupparsi».
Collocare la pace come principio significa «collocare la guerra nel giusto rapporto con il diritto, e cioè come fenomeno che è sostanzialmente e sempre più negazione del diritto, inteso questo come struttura di coesistenza; una negazione che può essere accettata giuridicamente soltanto nei termini eccezionali – e nei limiti ristrettissimi – che giustificano la legittima difesa». È necessario, perciò, ritrovare nella relazione diritto-forza, dato come originario, sostiene l’autore, un rapporto nuovo, quindi, fondato sulla normatività delle obbligazioni giuridiche reciproche, come «strutture di coesistenza», perché «lo strumento principale (anche) del pacifismo giuridico non è il costringere, scrive, bensì il convincere».
L’autore ci conduce agli interventi di Norberto Bobbio che riconosce la necessità degli organismi sovranazionali che garantiscano la monopolizzazione dell’uso della forza, se la pace non è possibile trovarla diversamente. Esamina quali siano le condizioni preliminari affinché si possa giustificare l’uso della forza, in un contesto internazionale, che ha come principio la pace, dato che l’uso della forza causa effetti negativi anche nella vita interna allo Stato. L’uso della forza condiziona, infatti, sia all’interno che all’esterno la vita degli Stati e determina influssi negativi circolari che condizionano gli Stati sia nella politica interna che estera.
L’autore fa notare che attualmente «il grande e travolgente ritorno all’argomento della forza sullo scenario internazionale è strettamente legato ad un fenomeno ormai diffuso di vera a e propria ‘regressione democratica’ sul piano interno con la diffusione di regimi politici che si allontanano dai canoni della democrazia liberal-costituzionale» e constata: «più autocrazia all’interno, più uso della (o quanto meno continuo appello alla) forza, sul piano esterno». Ricorda che Norberto Bobbio ha insistito sul nesso kantiano che la ricerca della pace mantiene con altri due elementi: la presenza di governi democratici e la garanzia dei diritti umani e ha rilevato progressi nei rapporti tra pace e democrazia con l’istituzione delle Nazioni Unite ma, purtroppo, l’autore osserva, dopo la caduta del muro di Berlino, invece della democratizzazione abbiamo visto una espansione dell’equilibrio delle potenze che è «un sistema in cui ognuno cerca quotidianamente di acquisire più forza dell’altro».
Il grande assente, a giudicare di ciò che oggi avviene, sia in Ucraina che in Palestina, è il diritto internazionale e l’assoluta irrilevanza delle istituzioni internazionali, a cominciare dall’Onu, perché ci sono Stati che hanno interesse a mantenere in vita la legge della forza, invece del diritto, come struttura cardine della civile convivenza e altri Stati si adeguano. A parere dell’autore, pace e democrazia sono strettamente connessi e non può crescere la pace se non cresce la democrazia, e viceversa, sia all’interno degli Stati che nei rapporti internazionali, e per far crescere democrazia e pace, è necessario che tutti si impegnino, a costruirle, attraverso il diritto, come alternativa alla forza e fondamento della struttura di convivenza, muovendo dal principio ideale, alla base della Dichiarazione Onu, il diritto alla pace di ogni essere umano. Il diritto rappresenta un’alternativa capitale a qualsiasi uso della forza, se riusciamo «a renderlo effettivo, con inventiva e in maniere differenti[…] come mostra chiaramente l’uso delle sanzioni (che possono essere economiche ma si possono estendere a molti altri piani». L’alternativa alla forza, come rapporto legittimo, tra Stati sovrani è il diritto e la cooperazione, perché portano benefici a tutti. E cooperare significa stringere patti, creare legami, di conseguenza l’autore approfondisce questo nuovo itinerario per invitarci a creare «legami di pace».
Suggerisce una strada nuova: di fronte alla via tradizionale, del giusnaturalismo, il cui capostipite è Hobbes, che «vede la pace come risultato di una monopolizzazione dell’uso della forza legittima», in cui c’è un potere verticale che stabilisce «relazioni costrette, tenute insieme dal potere e dalla forza», propone la soluzione federalistica, proposta a partire da Johannes Althusius. Questo filosofo e giurista, autore di un’opera fondamentale nel pensiero giuridico, Politica (1603), ha una concezione della politica come «arte di unire gli uomini tra loro nella costituzione, nella cura e nella conservazione della vita sociale» (come scrive Corrado Malandrino, nel saggio introduttivo all’opera Politica di J. Althusius, Torino, 2009).
La via per la pace consiste, quindi, nella limitazione del potere sovrano degli Stati e la valorizzazione della cura della vita sociale e della responsabilità nelle comunità statuali. La strada è il federalismo, un programma di azione politica e democratica che opera contemporaneamente sul piano della riorganizzazione interna degli Stati e su quello della costruzione della pace e dell’unità, a livello internazionale, perché scompone l’autorità unitaria (cioè sovrana) degli stati nazionali, come scrive Bobbio, «da un lato nella sovranità della federazione degli Stati, e dall’altro nelle autonomie locali» (N. Bobbio, Le due facce del federalismo).
Tommaso Greco ricorda i principali autori, che da Cattaneo in poi, hanno seguito questo percorso: Altiero Spinelli e Ernesto Rossi (autori del Manifesto di Ventotene), Luigi Einaudi, Giovanni Agnelli, Attilio Cabiati, Giovanni XXIII, promotore della pace con l’enciclica «Pacem in terris» (1963). A parere dell’autore, anche in Kant, giusnaturalista del La pace perpetua, può essere individuata una posizione federalistico-althusiana.
« Lo è innanzitutto sul piano interno, scrive, quando si sottolinea l’importanza di una forma di governo che non sia caratterizzata dal dominio e dalla violenza, ma sia invece costruita sui diritti dei cittadini e su meccanismi – la rappresentanza e la separazione dei poteri – capaci di agevolare la fiducia tra cittadini e istituzioni. Lo è sul piano esterno, quando gli stati sono chiamati ad aprirsi agli altri stati, stabilendo legami reciproci e rapporti di cooperazione. Lo è infine sul piano cosmopolitico, là dove il diritto di visita non è altro che un’apertura di principio rivolta verso qualunque essere umano che voglia entrare in un territorio. »
L’autore conclude suggerendo, agli Stati e ai governi, di assumere comportamenti responsabili in ogni forma di diritto, «attraverso una serie di scelte e di pratiche radicate nei comportamenti per ridurre al minimo possibile l’idea della forza e della sanzione».
La soluzione democratico-federalista, per una nuova Europa, autenticamente pacifista, è la proposta culturale e politica che emerge in questo saggio, perché fondata sulla scomposizione dell’autorità sovrana degli Stati, sulla cooperazione e apertura agli altri popoli del mondo, sulla normatività delle obbligazioni giuridiche reciproche come «strutture di coesistenza», sul rispetto delle organizzazioni internazionali, sul diritto reso effettivo con procedure adeguate a rafforzare il rapporto tra pace e democrazia.
È un invito a costruire «una federazione politica che trovi il modo di non fare guerre», come l’autore scrive, perché «la pace è l’elemento strutturale delle nostre convivenze, e come tale, ad ogni livello e da ciascuno, richiede di essere colta e curata».
FONTE:https://www.gazzettafilosofica.net/2026-1/gennaio/%C3%A8-possibile-un-europa-per-la-pace/





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