L’Università della diseguaglianza
da ROARS (Salvatore Cingari)

Il 6 gennaio del 2025 sul “Foglio”, è uscito un articolo di Andrea Graziosi sull’università[1], passato non inosservato perché il docente, ex presidente dell’ANVUR, è anche membro di un gruppo di lavoro incaricato dal Ministro Bernini di porre le basi per alcune modifiche al sistema. Per Graziosi gli studi superiori non hanno il fine di sviluppare il senso critico e favorire la coesione sociale, bensì quello di elevare il livello delle competenze e determinare la stratificazione sociale, ossia collocare i soggetti in differenti livelli di status. Il tema è specificatamente il livello dei redditi, definito in relazione ai voti ottenuti e alla difficoltà delle discipline affrontate con profitto. Non quindi una università che stimola il senso critico e contribuisce a ridurre le diseguaglianze, secondo la visione, ad esempio, sostenuta da Tomaso Montanari nel suo ultimo libro[2], bensì un’accademia votata a selezionare e classificare le persone. Utilizzando un’idea limitrofa a quella del Trikle down, Graziosi sostiene che selezionando e classificando, elevando le competenze di un’élite, di conseguenza vengono aiutati anche i bisognosi che ne ricevono di riflesso i benefici. È quasi un mantra dell’articolo: aiutare i forti per favorire i deboli. Un po’ come Giovanni Gentile: la selezione della classe dirigente era, per il filosofo siciliano, un’operazione democratica perché andava a vantaggio di tutti, che avrebbero beneficiato dell’acquisizione di guide d’eccellenza[3]. Allo stesso modo Graziosi rilancia tale elitismo ma con un linguaggio più neo-darwinista che idealista.
La spiegazione è facile. L’università, per Graziosi, è direttamente funzionale all’interesse nazionale e alla competitività produttivistica del paese. Ma quando la strategia è modellata sulla competitività e produttività, allora si entra nella logica selezionista e classificatrice, basata sul merito e sull’eccellenza, come aveva rilevato Michael Young nel suo L’avvento della meritocrazia[4]. Lo stesso Montanari denuncia l’enfasi diffusa sul ruolo professionalizzante dell’Università, che dovrebbe al contrario rimane un luogo di formazione disinteressata[5]. Graziosi sostiene anche che bisogna finirla con l’ossessione di far laureare tutti. È necessario per lui, cioè, far prevalere la qualità sulla quantità. Ovvero gli agili manipoli di Ateniesi e Spartani al posto degli sterminati eserciti di Serse, come sentenziò alla camera dei deputati il ministro dell’istruzione Benedetto Croce il 6 luglio del 1920, anticipando lo spirito della riforma Gentile[6]. Peccato che l’Italia abbia una media di laureati del trenta per certo sul totale della popolazione, a fronte di una media europea del 43 per cento. Anche in una logica graziosiana, incrementare quantitativamente i percorsi di laurea dovrebbe essere un obiettivo primario.
La logica di Graziosi a quale ideologia corrisponde? A quella tipica meritocrazia del vertice, affermatasi con la Restaurazione e ritornata in auge con la globalizzazione, enucleata da Pierre Rosanvallon nella Società dell’uguaglianza, in cui l’accesso ai piani alti della società è riservato ad un’esigua minoranza di talentuosi soggetti della base sociale[7]. Il ruolo della scuola e dell’università, dunque, non è quello di elevare il livello culturale e cognitivo dell’intero corpo della nazione, bensì di garantire l’ascensore sociale a minoranze capaci di accedere all’élite. Graziosi, del resto, risolve facilmente il problema di quanto i “forti” – cioè coloro che escono ben posizionati e classificati dal percorso universitario oppure i migliori dipartimenti e atenei – siano tali per via di determinate condizioni sociali. Il suo articolo fa infatti solo un fugace riferimento anche a coloro che l’ “Università stratifica indirettamente, cioè i tanti che non riescono a entrarvi e cioè e non solo per motivi «sociali», ma anche per difficoltà psicologiche o psichiche o più semplicemente perché non gli va e non gli piace studiare e intendono far altro”. Dunque Graziosi naturalizza l’esistente e considera l’Università come funzionale a una società che impedisce ad alcuni soggetti, per motivi “sociali”, di accedere ai massimi gradi dell’istruzione, in contrasto con il secondo comma dell’articolo tre della nostra costituzione.
Queste idee, dunque, promettono di far inoltrare ulteriormente la nostra università per la via funzionalistica e selettiva in cui si è incamminata progressivamente dalla riforma Berlinguer in poi, passando per l’istituzione dell’ANVUR e per la legge Gelmini. Mentre qui conto di rilevare che, parallelamente al funzionalismo aziendalistico che serpeggia nella visione sul tipo di quella di Graziosi, si è sviluppato in Italia, negli ultimi anni, un ordine del discorso che approda agli stessi esiti disegualitari, ma attraverso la critica della neo-università aziendalistica. Si tratta di un filone che si esercita anche sul tema della scuola e che critica lo sfarinamento dell’architrave disciplinare, nei vari gradi di istruzione, fino al più alto, in nome, appunto, della progettistica e dei processi di qualità puramente quantitativi e prestazionali, in cui il risultato prevale sul percorso formativo. Tuttavia questa filiera di autori, di cui un capofila è sicuramente Ernesto Galli della Loggia (non a caso anch’egli in un gruppo di lavoro istituito dal Ministro Bernini), tende ad attribuire la responsabilità di questi processi involutivi alla cultura di sinistra e in particolare al sessantottismo. Si tratta di un punto di vista neo-umanistico o addirittura neo-idealistico, di marca talvolta dichiaratamente gentiliana, che attribuisce la deriva aziendalistico-produttivistica all’economicismo di estrazione socialista e all’anticlassicismo dei movimenti libertari, confermato dalla paternità politica luigiberlingueriana del 3+2. Ho già avuto modo di notare come questo filone non veda come la cultura progressista, dopo l’89, sia stata sussunta dal neo-liberalismo, a cui più correttamente va fatto risalire il naufragio di cui si parla[8]. La rimozione del tema del turbo-capitalismo contemporaneo, fa si che questa pubblicistica invochi, come soluzione, il ripristino del primato delle humanities in una scuola e un’università pubbliche alleggerite dall’aziendalismo ma anche dalle sue caratteristiche di massa. Paradossalmente, quindi, l’esito è lo stesso di quello auspicato dall’aziendalismo produttivistico criticato, e cioè un’università antidemocratica e della diseguaglianza. E non potrebbe essere altrimenti, dato che viene perso di vista il fattore principale dei processi denunciati: il neo-capitalismo.
Un esempio di quanto diciamo è anche la recente raccolta di saggi Università addio, a cura di Giovanni Belardelli, Ernesto Galli della Loggia, Loredana Perla. Fra i contributi raccolti, fanno eccezione i due ultimi. Concetta Cavallini mostra infatti come la subordinazione neoliberista della ricerca al mercato, ne limiti anche la libertà, in teoria tutelata dal costituzionalismo democratico; e Federico Poggianti approfondisce la questione, mostrando come la logica dei progetti europei penalizzi il settore umanistico attraverso una progettistica di impianto sostanzialmente tecnocratico. Gli altri saggi, invece, denunciando aziendalismo e tecnocrazia, finiscono sempre per ignorare il contesto in cui esse si sono affermate, se non quando, a volte in modo davvero paradossale, lo identificano con la cultura di sinistra e con l’aspirazione democratica. Adolfo Scotto di Luzio, ad esempio, nel suo contributo, parla del compito dell’Università, con accenti che ricordano quelli di Graziosi, come “legittimazione della stratificazione per mezzo dell’accesso disuguale degli individui al sistema delle credenziali educative, e dunque alla struttura degli impieghi”[9]. E Loredana Perla, sempre pensando alla riforma Berlinguer: “forse dovremmo cominciare a guardare con più disincanto al mito della laurea per tutti, anch’esso figlio di quella stagione di riforme sbagliate. Pur riconoscendo il valore dell’higher education come volano di emancipazione collettiva, forse è arrivato il tempo di cominciare a ragionare sull’ipotesi che a university degree for everyone can’t be the gial, senza essere tacciati di ideologia dell’esclusione”[10]. Stigmatizzando giustamente l’impatto delle università telematiche sullo scadimento della qualità della formazione superiore, Perla non conclude, però, denunciando la mancanza di limiti posti al mercato, bensì sostenendo che l’antidoto all’ e-learning, è “una società con meno laureati e regole nuove (forse anche una legge nuova) che garantisca una formazione universitaria che torni ad essere di qualità”[11]. Perla, come Cavallini, a un certo punto imputa al neo-liberismo la paternità di un ingranaggio che toglie ai docenti (in questo caso della scuola) la possibilità di una valutazione che non tenga conto del consenso dei genitori-clienti, ma poi prende il ministro Valditara[12] a paladino delle ragioni del ripristino del principio di autorità (sostituzione delle griglie con i giudizi), senza considerare che il suo governo è del tutto interno alle logiche neoliberiste e anzi volto a implementarle con più convinto produttivismo rispetto ai gemelli diversi liberal-progressisti.
Per Walter Lapini, inoltre, il pensiero progressista degli anni sessanta-settanta avrebbe avuto il torto di rompere con la scuola di allora, “luogo delle élites, spietato con i figli del popolo ma meno spietato del mondo circostante (l’ascensore sociale, come è stato chiamato, passava di rado, ma la sua unica fermata era lì)”. Ciò che non è chiaro è cosa quel pensiero progressista avrebbe a che fare con il principio della competizione, giustamente denunciato da Lapini, ma riportato alla stessa genealogia attraverso i vari Ruberti, Bassanini e ancora Berlinguer. O meglio: avrebbe a che fare con esso, senza che queste pagine ne diano conto, nel senso di aver disancorato le sue istanze libertarie da quelle sociali, trasformando la critica all’istruzione autoritaria in una critica neoliberale ad una cultura non piegata ai processi produttivi. Ma saremmo lontani non solo da Gramsci ma anche da Don Milani. Altra cosa, del resto, era in origine l’autonomia, promossa nel ciclo delle lotte in alternativa al burocratismo gerarchico dell’epoca fordista e introdotta in Italia con la legge del 1989. Essa ha infatti finito per diventare soltanto un varco al dominio della logica mercatistica, anziché costituire la base per un’autogestione volta a incarnare l’interesse pubblico in modo orizzontale e mutualistico[13].
L’impressione è che il filone pubblicistico neo-umanistico, senza affrontare i nodi del contesto ideologico e materiale che ha prodotto l’attuale situazione, di cui il sessantottismo è solo un fantasma sfigurato, finisca non solo per non poter fornire strumenti per arginare la deriva aziendalista, ma anzi per integrarla con un’infusione di antico elitarismo e autoritarismo. È l’onda lunga del thatcherismo. Già Stuart Hall aveva precocemente rilevato, nel 1980, come una componente fondamentale della nuova ideologia “populista-autoritaria”, fosse la rivendicazione di un’educazione più severa, invocata dai genitori preoccupati dalla scarsa competitività fornita agli studenti da professori troppo permissivi e venati di cultura radical[14].
I “neo-umanisti” peraltro, nel difendere giustamente il ruolo delle humanities, non le vedono insidiate dai valori e dagli interessi dell’impresa e dei processi di soggettivazione da essa prodotti, bensì da ciò che integra i valori classici (in realtà senza cancellarli) aprendoli all’altro: postcolonialismo, femminismo o ambientalismo, a cui si vorrebbe contrapporre la rivalorizzazione dell’identità italiana, oppure di quella occidentale[15]. Anche in Università addio ci sono alcuni spunti in questo senso[16], ma l’esempio più eclatante – come si sa – sono le linee guide sulla storia stilate da Galli della Loggia per il Ministro Valditara, in cui si attribuisce al solo Occidente il senso della storia. Un assunto sconcertante nella sua fallacia, debole orpello ideologico di un aziendalismo produttivista che può ormai legittimarsi soltanto con grandi narrazioni di tipo neo-populista, nazionalista o, presso le stesse élite liberal-progressiste egemonizzate dal neoconservatorismo, occidentalistiche.
In questi anni la voce degli studenti si è invece innalzata in senso decisamente contrario a queste visioni diversamente anticostituzionali. In occasione dell’inaugurazione degli anni accademici o in manifestazioni affini, è fiorita un’oratoria tutta incentrata sulla denuncia dell’Università della diseguaglianza e del merito. Sarebbe utile raccogliere questa produzione in un’antologia, a testimonianza di come lo spirito della costituzione repubblicana e antifascista ferva ancora sotto la cenere dello scenario politico in cui recitano soltanto fascisti e pseudo-antifascisti. Da questi interventi emerge chiaro come la retorica dell’eccellenza e il discorso meritocratico abbiano funzionato da copertura ideologica dei tagli al sistema dell’Università e della ricerca: a partire da quelli draconiani di Gelmini[17] fino alla recente scure austeritaria di epoca berniniana. Anche dalle parole di Graziosi emerge come il rilancio dell’università, non venga demandato a un aumento della spesa pubblica, bensì a una selettività funzionale a politiche di disinvestimento o comunque di non rifinanziamento. I rappresentanti degli studenti, in questi anni, hanno invece denunciato le difficoltà di colleghi che non riescono a tenere il passo degli altri, schiacciati da sperequazioni reddituali e patrimoniali e da una logica sempre più competitiva e produttivistico-performativa del percorso di studio, che caratterizza anche il rapporto fra gli atenei, penalizzando i territori più deboli. Con parole di fuoco i ragazzi hanno lamentato una ricerca piegata alle esigenze del mercato e quindi del profitto, valutata in modo quantitativo e standardizzato. Vorremmo poter credere che possano essere loro a curare i fenomeni morbosi che stanno attraversando l’interregno in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere[18].
*Questo saggio ripropone, con lievi modifiche, un testo uscito sul “Ponte”, n.1, 2026, pp.79-84.
[1] Su questo articolo cfr. anche la lucida analisi di Z.Gigli: https://www.lafionda.org/2025/03/21/universita-in-crisi-tra-neoliberismo-elitismo-e-perdita-del-pensiero-critico/
[2] Libera università, Torino, Einaudi, 2025.
[3] G.Gentile, Il problema scolastico del dopoguerra, Napoli, ricciardi, 1919, pp.13-14, 75-82.
[4] M.Young, L’avvento della meritocrazia, Edizioni di comunità, Roma/Ivrea, 2014 (ediz. originale, The rise of meritocracy, Thames and Hudson, London, 1958).
[5] Op.cit.
[6] B.Croce, Discorsi parlamentari, Bologna, Il mulino, 2002, p.75.
[7] P. Rosanvallon, La società dell’eguaglianza, Castelvecchi,Roma, 2013 pp.111-118 (Edizione originale: La société des egaux, Le Seuil, Paris, 2011).
[8] S.Cingari, La meritocrazia, Ediesse-Futura, Roma, 2020, pp.188-189.
[9] A.Scotto di Luzio, Un sistema perverso: il 3+2, in G.Belardelli, E.Galli della Loggia, L.Perla, Università addio. La crisi del sapere umanistico in Italia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2024, P.26.
[10] L.Perla, La qualità (perduta) della formazione dello studente universitario, ivi, p.61.
[11] Ivi, pp.64-66.
[12] Ivi, p..53.
[13] T.Montanari, op.cit., pp.47-51
[14] S.Hall, La politica del thatcherismo: il populismo autoritario, in D.Boothman, F.Giasi e G.Vacca, Gramsci in Gran Bretagna, Bologna, Il mulino, 2015, pp.134-135. Edizione originale: Popular-democratic vs Authoritarian Populism: two ways of taking democracy Seriously, in A.Hunt (a cura di), Marxism and democracy, London, Lawrence and Wishart, 1980, pp.157-185.
[15] Cfr.ad esempio A.Graziosi, Occidente e modernità. Vedere un mondo nuovo, Bologna, Il Mulino, 2023.
[16] Ad esempio, A.Scotto di Luzio, op.cit., p.30.
[17] Sul tema dell’eccellenza rimando al mio seguente articolo: https://www.roars.it/il-mito-delleccellenza-nelluniversita-italiana/
[18] Alludiamo qui al celebre brano dai Quaderni del carcere di Gramsci: Q.3, §34, p.311 (Einaudi, 1975).
FONTE: https://www.roars.it/luniversita-della-diseguaglianza/





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