Ratcliffe a Caracas, la CIA come apripista
DA LA FIONDA (Di Giuseppe Gagliano)

Il Venezuela post-Maduro e la diplomazia che passa dai servizi
La visita di John Ratcliffe a Caracas non è una semplice scena di protocollo. È un messaggio operativo. Il direttore della CIA ha scelto di incontrare Delcy Rodríguez nel momento più delicato: due settimane dopo la cattura di Nicolás Maduro e la brusca decapitazione del potere chavista. Quando i canali diplomatici tradizionali non sono ancora ripristinati, Washington si affida a quello che funziona sempre: il canale dell’intelligence, fatto di informazioni spendibili, contatti riservati, garanzie implicite e pressione calibrata.
In questa logica, il Venezuela diventa il banco di prova di una nuova stagione americana: meno retorica e più controllo degli snodi. La “diplomazia del renseignement” non sostituisce le ambasciate, ma le anticipa. Prima si stabilizza il terreno, poi si firmano i comunicati.
Trump 2.0 e un’agenzia più “di linea”
Ratcliffe appare meno esposto mediaticamente del suo predecessore William Burns, ma politicamente più allineato alla Casa Bianca. Trump, nel primo mandato, aveva spesso trattato la CIA come parte del famigerato “Stato profondo”. Ora il rapporto cambia: l’agenzia torna a essere uno strumento dichiaratamente funzionale all’agenda presidenziale. Ratcliffe viene dalla politica repubblicana, ha frequentato i dossier dell’intelligence e condivide la visione trumpiana su immigrazione, narcotraffico, crimine organizzato e sicurezza dei confini. In altre parole: la CIA come leva di sicurezza “emisferica”, con priorità operative e risultati misurabili.
Da qui la continuità delle azioni contro presunti narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e l’intensificazione della raccolta informativa. Non è un dettaglio: significa che Langley non si limita più a interpretare il mondo, ma viene spinta a incidere sul terreno, con un mandato più assertivo.
America Latina: il ritorno al laboratorio storico
Che questa strategia riparta dall’America Latina non sorprende. È l’area dove, durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno sperimentato a lungo un mix di operazioni clandestine, sostegno a regimi amici, guerra psicologica e controllo dei flussi politici. Dalle vicende Iran-Contras fino alla cooperazione tra apparati repressivi del Cono Sud, la regione è stata un campo scuola dell’intervento indiretto.
Oggi il contesto è diverso, ma la grammatica in parte resta: usare intelligence, reti locali e pressione mirata per orientare transizioni e contenere minacce percepite come sistemiche, dal narcotraffico alle migrazioni fino alla competizione con potenze esterne.
La caduta di Maduro e i movimenti sotterranei
La scelta di Ratcliffe come primo alto ufficiale statunitense a mettere piede a Caracas dopo la caduta di Maduro suggerisce una domanda scomoda: quanto di ciò che è accaduto è stato davvero improvviso? L’ipotesi più plausibile è che l’operazione del 3 gennaio sia stata preceduta da contatti, fratture interne, preparazione del terreno. Una transizione che non esplode completamente, di solito, è una transizione che qualcuno ha “reso possibile”, o almeno ha contribuito a indirizzare.
E qui la CIA, per definizione, è l’attore che può muoversi prima della politica ufficiale. Può parlare con chi è ancora nel regime e con chi sta per uscirne, può costruire canali che domani diventeranno “diplomazia”, può offrire protezioni o minacce senza esporre formalmente lo Stato.
Rodríguez, Machado e la differenza tra simbolo e potere
In parallelo, l’invito di Trump a Maria Corina Machado ha avuto grande risonanza. Ma il viaggio di Ratcliffe da Delcy Rodríguez è politicamente più pesante. Perché distingue tra due livelli: il livello della narrazione e quello del comando. L’opposizione serve a legittimare un racconto di cambiamento; chi governa serve a garantire stabilità e continuità di controllo. Washington, in questa fase, sembra privilegiare il secondo livello.
Rodríguez, pur provenendo dall’orbita chavista, appare come l’interlocutrice necessaria per evitare il caos e negoziare un nuovo equilibrio. Non è un giudizio morale, è un calcolo: ridurre l’incertezza, stabilizzare gli apparati, rendere gestibili flussi migratori e criminali, e soprattutto impedire che il vuoto venga riempito da attori ostili o incontrollabili.
Una proiezione più dura, ma più pragmatica
Dentro la nuova “era dei predatori”, la visita di Ratcliffe segnala una proiezione statunitense più spregiudicata e più pragmatica: costruire teste di ponte, mettere in sicurezza snodi, trattare con chi può garantire risultati. La CIA diventa il ponte tra l’urgenza e la politica, tra l’operazione e la stabilizzazione.
Il Venezuela, così, non è soltanto un dossier latinoamericano. È una cartina di tornasole: se l’intelligence torna a essere il primo canale di dialogo, significa che la diplomazia tradizionale arriverà dopo, quando i rapporti di forza saranno già stati scritti. In questa nuova fase, l’informazione non accompagna la strategia: la precede, la guida, e talvolta la sostituisce.
FONTE: https://www.lafionda.org/2026/01/21/ratcliffe-a-caracas-la-cia-come-apripista/





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