Il piano Kushner per Gaza: “bonifica” e ricostruzione privatizzata della Striscia
di INTELLIGENCE FOR THE PEOPLE (Roberto Iannuzzi)

L’inaugurazione del Consiglio di Pace e la presentazione di un piano di ricostruzione a Davos (Svizzera), in occasione dell’annuale riunione del World Economic Forum, aprono una nuova pericolosa fase per Gaza.
Il Consiglio di Pace, presieduto dal presidente americano Donald Trump e composto da paesi subordinati agli USA o ideologicamente allineati all’inquilino della Casa Bianca, ha la non troppo velata ambizione di proporsi come alternativa alle Nazioni Unite.
La Carta fondativa del Consiglio non fa menzione di Gaza, ma parla di “un più agile ed efficace organismo internazionale di peace-building” che abbia “il coraggio di distanziarsi da istituzioni che troppo spesso hanno fallito” (un riferimento all’ONU).
Tale organismo si prefigge di mediare conflitti dal Venezuela all’Ucraina, scavalcando il mandato ONU (Risoluzione 2803) che limita a Gaza il suo raggio d’azione.
All’interno del Consiglio, che ha una struttura essenzialmente illegale dal punto di vista del diritto internazionale, il potere è concentrato nelle mani di Trump, che lo presiede a vita, stabilisce quali paesi possono aderirvi, e ne decide l’agenda.
Il nuovo organismo è a sua volta composto da un consiglio direttivo che si occuperà della gestione di Gaza. A tale riguardo, un piano è stato presentato a Davos da Jared Kushner, membro del consiglio e genero di Trump.
Al pari di Kushner, la cui famiglia ha legami personali con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, altri membri del consiglio sono molto vicini a Israele. Fra essi spiccano l’ex premier britannico Tony Blair, il segretario di Stato USA Marco Rubio, l’inviato speciale di Trump Steve Witkoff, il miliardario israeliano Yakir Gabay.
Altra caratteristica rilevante è che molti di essi – da Kushner, a Witkoff, a Marc Rowan, CEO della società di gestione patrimoniale Apollo Global Management – sono grandi investitori, con cospicui interessi nel Golfo.
I palestinesi non sono invece rappresentati in alcun modo nel Consiglio di Pace. Il governo tecnocratico palestinese ad esso subordinato – denominato National Committee for the Administration of Gaza (NCAG) – avrà un ruolo di mero esecutore delle sue direttive.
Un progetto di ingegneria sociale
La Striscia sarà il primo “laboratorio” dove testare il principio ispiratore del Consiglio, che prevede l’abbandono del multilateralismo come approccio per la risoluzione dei conflitti in favore di un modello basato sul capitale privato, guidato dagli investimenti e dalla ricerca del profitto.
Azzerando le rivendicazioni politiche dei palestinesi, e ignorando i diritti di proprietà e l’eredità culturale di generazioni di gazawi, il piano Kushner prevede un progetto di ingegneria sociale e di sviluppo immobiliare che, partendo da una tabula rasa, intende ridisegnare completamente il volto di Gaza, previa demilitarizzazione e “deradicalizzazione” della Striscia.
L’intera zona costiera sarà dedicata al turismo. Nell’immediato entroterra sorgeranno le aree residenziali per i palestinesi, intervallate da parchi e zone agricole.
Complessi industriali e data center saranno dislocati in prossimità del perimetro interno, dipendenti da catene di fornitura e approvvigionamenti energetici israeliani. Attorno all’intero perimetro di confine sarà ricavata una zona cuscinetto controllata da Israele.
Il baricentro demografico, ma anche logistico (con la presenza di un porto e di un aeroporto presso il confine meridionale), sarà spostato verso il sud della Striscia.

A differenza dei piani circolati in precedenza, il piano Kushner non prevede di iniziare la ricostruzione per gradi, partendo dalla zona sotto il controllo israeliano.
Esso punta invece alla piena demilitarizzazione, a cui seguirà la ricostruzione sull’intero territorio dell’enclave palestinese, secondo una filosofia ispirata al “catastrophic success”, come lo ha definito Kushner. “Non abbiamo un piano B”, ha detto il genero del presidente.
Il processo di demilitarizzazione sarà in ogni caso il più problematico. Teoricamente, il piano americano prevede, in cambio del disarmo, l’amnistia per gli uomini di Hamas, il loro “trasferimento sicuro” in altri paesi o, in alcuni casi selezionati, la loro integrazione nel governo tecnocratico palestinese (NCAG).
Perfino se Hamas dovesse accettare una simile soluzione, non è affatto scontato che lo faccia Israele.
Il gruppo palestinese vorrebbe integrare le proprie forze di polizia (circa 10.000 uomini), e gli oltre 40.000 impiegati dell’attuale governo di Gaza, nelle forze di sicurezza e nelle altre strutture del nascente NCAG. Uno scenario che sarà certamente avversato dal governo Netanyahu.
Contractor privati per “liquidare” Hamas
Elliott Abrams, noto esponente dei neocon americani e membro di spicco del Council on Foreign Relations, allude a un’alternativa ben più drastica per liquidare Hamas.
Abrams ha una lunga esperienza nelle operazioni di cambio di regime. Già implicato nello scandalo Iran-Contra, egli fu tra i promotori della disastrosa invasione dell’Iraq, tra gli organizzatori del fallito tentativo di rovesciare Hamas nel 2007 (che portò allo scontro armato fra il gruppo e il rivale Fatah, e alla separazione fra Gaza e la Cisgiordania), e responsabile del tentativo (anch’esso fallito) di rovesciare il presidente venezuelano Nicolás Maduro, in qualità di Rappresentante speciale per il Venezuela durante il primo mandato di Trump.
Egli ammette che nessun paese si è finora mostrato disposto a fornire truppe per disarmare Hamas nel quadro della forza di stabilizzazione che, in base all’originario piano Trump per Gaza, avrebbe dovuto essere schierata nella Striscia.
Abrams afferma che esiste però la possibilità di ricorrere a contractor privati per “bonificare” Gaza dai combattenti e dalle infrastrutture militari di Hamas.
Per facilitare l’operazione, la popolazione civile verrebbe incoraggiata a trasferirsi nella zona della Striscia attualmente controllata da Israele.
A Rafah, nel sud dell’enclave, dovrebbe sorgere la prima delle “comunità recintate” che accoglieranno i palestinesi a seguito di un meticoloso “processo di verifica” volto a escludere ogni possibile legame con Hamas.
Per accedere a questa “comunità”, la cui costruzione sarà finanziata dagli Emirati Arabi Uniti (EAU), i palestinesi dovranno sottoporsi a sistemi di controllo biometrico, adottare una moneta (lo shekel israeliano) digitale, e usufruiranno di programmi scolastici forniti dagli EAU volti a favorire la “deradicalizzazione”.
Queste misure sono intese a prevenire ogni infiltrazione di Hamas, il dirottamento di fondi o beni a favore del gruppo palestinese, e ogni sua possibile influenza ideologica anche nelle scuole.
In questo scenario, il ruolo della forza internazionale di stabilizzazione e della polizia del NCAG si limiterà al controllo di questa e di altre comunità analoghe, e delle aree già “bonificate” dalla presenza di Hamas.
Il fatto che Trump abbia posto alla guida della forza di stabilizzazione il generale americano Jasper Jeffers, già responsabile del Comando congiunto per le operazioni speciali (JSOC), lascia presagire che si possa propendere per l’adozione dei contractor privati.
Jeffers è un veterano delle operazioni speciali in Iraq e Afghanistan, e insieme ad altri ufficiali del JSOC, potrebbe pianificare l’impiego dei contractor e l’addestramento di commando composti da palestinesi reclutati fra le bande armate da Israele per combattere Hamas.
Contractor privati, del resto, sono già stati utilizzati nella Striscia dalla famigerata Gaza Humanitarian Foundation (GHF), responsabile dell’uccisione indiscriminata di centinaia di palestinesi alla disperata ricerca di cibo presso i suoi centri di distribuzione.
Uno degli ideatori della GHF, Aryeh Lightstone, è stato ora nominato da Trump consulente del Consiglio di Pace.
Controversa è anche la nomina di Sami Nasman a responsabile della sicurezza all’interno del NCAG. Nasman è un ex generale delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, e uno dei più duri oppositori al governo di Hamas nella Striscia, di cui egli è originario.
Nel 2016 un tribunale di Gaza lo aveva condannato in contumacia a 15 anni di prigione per spionaggio e per aver reclutato cellule armate allo scopo di destabilizzare il governo di Hamas.
Possibile ripresa della guerra su vasta scala
Le incognite riguardanti il disarmo di Hamas e l’implementazione del piano Kushner restano in ogni caso numerose. In primo luogo, l’accettazione del piano da parte di Israele è tutt’altro che certa.
Secondo il quotidiano israeliano Maariv, il governo Netanyahu si starebbe preparando a far fallire il piano americano.
Le forze armate israeliane hanno costruito decine di avamposti militari nella zona della Striscia sotto il proprio controllo, collegandoli al territorio israeliano con nuove strade. E stanno trasformando la linea gialla, che separa tale zona da quella controllata da Hamas, in un vero e proprio confine, con trincee e terrapieni.
I vertici dell’esercito israeliano stanno inoltre pianificando una possibile offensiva militare su Gaza City a marzo, qualora il piano di disarmo previsto dagli USA dovesse incontrare difficoltà.
Netanyahu ha dichiarato che la prossima fase non riguarda la ricostruzione, ma la demilitarizzazione della Striscia.
E Avi Dichter, un ministro del governo ed ex direttore dello Shin Bet (il servizio segreto interno), ha affermato che “dobbiamo prepararci alla guerra a Gaza”, poiché la questione del disarmo “andrà risolta dalle truppe israeliane, con le maniere forti”.
Una versione abbreviata di questo articolo è apparsa sul Fatto Quotidiano
FONTE:https://robertoiannuzzi.substack.com/p/il-piano-kushner-per-gaza-bonifica





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